24 Marzo 2009

Pahor: i riti della memoria storica in Italia sono ‘asimmetrici’

Il pluripremiato scrittore triestino Boris Pahor (copiato-incollato dal Piccolo sul blog del Consigliere Regionale Gabrovec) sostiene le tesi di Rumiz per cui “l’Italia accetta di celebrare le foibe evocando solo la barbarie slava e ignorando quella italiana”. Di seguito ripubblichiamo anche noi il testo completo di Pahor:

A proposito delle Giornate della Memoria e della necessità di chiudere i conti con il passato

Tardi purtroppo, causa le molteplici assenze, prendo in considerazione la savia meditazione che Paolo Rumiz su ”Il Piccolo” del 10 febbraio scorso ci ha presentato sulla ”Necessità di fare chiarezza per chiudere i conti con il passato”. E bisogna riconoscere che il suo non è soltanto l’esame di cui si aveva bisogno, ma ad un tempo la proposta di un’alternativa allo stato presente senza l’attualizzazione della quale non si potrà creare una convivenza basata sulla decenza e l’onestà. A questi sintagmi dell’autore, io ne aggiungerei ancora uno: l’onore.
Per ciò che riguarda l’onestà, Rumiz, come sempre, è schietto: «Il risultato – dice – è che oggi l’Italia accetta di celebrare le foibe evocando solo la barbarie slava e ignorando quella italiana. Onestà vorrebbe che nel gioco delle scuse incrociate si sostituisse la falsa simmetria con una simmetria autentica. Solo così il dopoguerra, a mio avviso, potrà dirsi finito sulla frontiera. Senza onestà la memoria resta zoppa e il giorno del ricordo potrà creare tensioni ancora a lungo. A meno che non sia proprio questo ciò che si vuole».
La ”simmetria” autentica credo bisognerebbe cercarla verso la fine dell’Ottocento, quando già le pubblicazioni di maggior diffusione popolare, come per esempio l’«Almanacco Istriano nel 1851», parla di «una legge provvidenziale indefettibile secondo la quale colui, il quale è dotato di un maggior grado di civiltà sovrasta a chi per questo verso è inferiore». Quel “sovrastare” si applicherà con il denigrare la popolazione dei “brutti s’ciavi” o dei “s’ciavi duri” durante il periodo dell’irredentismo, si esplicherà con il voler, poi, conquistare la regione abitata da “pochi residui etnici”, con il dare alle fiamme a Trieste tre Case della cultura ”inferiore” e con i libri della lingua ”inferiore” bruciati davanti al monumento a Giuseppe Verdi, rappresentante della cultura superiore. Questo il razzismo del fascismo squadrista.
Il fascismo al potere procede vivace con le leggi adatte ad elevare almeno visibilmente genti arretrate alla civiltà superiore facendo sparire i loro cognomi e i nomi di battesimo, operazione unica di pulizia etnica, operazione razzista, che nemmeno alla popolazione ebraica viene imposta. Ed è così reso normale non solo l’annientamento di una comunità senza analfabeti e che durante il periodo di dipendenza da Vienna aveva maturato il suo sviluppo culturale e letterario a livello europeo.
È stata, quindi, naturale la rivolta a questa nuova forma di schiavitù o di “genocidio culturale”, come lo definì uno storico. Una rivolta prima giovanile e quindi avventata per rendere edotta l’opinione pubblica europea dei diritti umani conculcati, poi, invece, clandestina e capillare, tendente soprattutto alla conservazione dell’identità dalla lingua slovena. Una rivolta saldata con mezzo migliaio di carcerati, nove fucilati, ottantamila esuli.
La simmetria si accresce con l’annessione in aprile del 1941 della cosiddetta ”Provincia di Lubiana”. La città stessa – oggi capitale della Repubblica di Slovenia – è circondata dal filo spinato mentre dalla “Provincia”, su 335 mila persone, ne vengono deportate 33.500 nei campi di concentramento fascisti, quali Rab (Arbe), Gonars, Visco, Chiesanuova, Monigo, Grumello, e molti altri con un numero complessivo di circa 7 mila morti. Ai quali vanno aggiunti 5 mila fucilati come ostaggi o rastrellati, 900 partigiani catturati, 200 bruciati o massacrati in modi diversi, sicché la somma riportata è di 13 mila morti.
Per quanto riguarda i beni materiali, viene riferita la distruzione completa di 12.773 case e i danneggiamenti ad altri 8.850 edifici, comprendenti scuole, ospedali e biblioteche. Di più, i responsabili degli eccidi e delle devastazioni, i gerarchi fascisti e i generali – quali Roatta, Robotti, Gambara e altri – sono stati deferiti all’Onu come criminali di guerra. Ma non sono stati né processati né giudicati nel 1946 i criminali nazisti, per non dover in seguito processare quelli italiani. (Vedere, tra gli altri testi, ”L’Espresso” del 2 agosto 2001 e del 27 marzo 2003; ”L’Avvenire” del 10 novembre 1989).
Ad ogni modo, delle azioni di questi criminali di guerra e del loro insabbiamento, come pure del Ventennio fascista antislavo, la popolazione italiana non è al corrente, e giustamente Paolo Rumiz nel suo articolo constata: «Siamo l’unica nazione europea che ha ben due giorni dedicati alla Memoria. E siamo anche gli unici a servircene non tanto per chiedere scusa quanto per esigere scuse da altri».
Ciò che trovo ancor più inaccettabile in questa simmetria è che nel momento in cui si tralascia o si cerca di occultare una parte della storia, non solo si presentano con insistenza i misfatti patiti, ma li si amplifica a dismisura in modo sleale senza curarsi dei dati accettati dagli storici competenti. I quali, per esempio, affermano che la soppressione delle persone sparite nel 1945 non può essere qualificata come pulizia etnica, bensì come “irrazionale e crudele risposta alla persecuzione e alla repressione violenta e sistematica”, alla quale furono sottoposte le popolazioni slovene e croate (Giovanni Miccoli). E che così pure si dovrebbero ridimensionare a 4.000-5.000 gli spariti (Raoul Pupo) e ad alcune centinaia le vittime delle grotte e nelle foibe carsiche secondo la Relazione della “Commissione storico-culturale italo-slovena”, che esamina esaurientemente anche l’abbandono dell’Istria.
Essendo stata finora messa in rilievo soltanto la seconda delle due simmetrie – di modo che la popolazione della prima praticamente non è affatto ufficialmente al corrente – o solo, in parte, dagli scritti e dalle documentazioni di storici e pubblicisti, si attende un aggiustamento ufficiale e onesto (Paolo Rumiz) per ciò che riguarda la sorte dell’«Altra anima di Trieste» (titolo del libro di Marija Pirjevec recentemente edito da Mladika).
Un atto di onorevole giustizia storica, quindi, ma anche, aggiungerei, fondamento di un’amichevole formazione di un’Europa unita di domani. Le migliaia di allievi e di studenti infatti che ogni anno in febbraio vengono condotti qui da noi avrebbero una più ampia conoscenza degli avvenimenti della prima metà del XX secolo e non coverebbero nel loro animo solo un’avversione verso le malefatte altrui. Basterebbe prendere dal cassetto la Relazione degli storici italiani e sloveni già citata. Così è già avvenuto in Francia e in Germania dove i relativi resoconti sono stati inclusi nelle lezioni di storia dei rispettivi istituti scolastici.

BORIS PAHOR

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