8 Marzo 2008

Dopo il viaggio. Riflessioni sul Kosovo

usa_tall.jpgGian Matteo Apuzzo, ricercatore triestino che aveva passato nella città divisa di Mitrovica in Kosovo i giorni della proclamazione dell’indipendenza dalla Serbia, al suo ritorno nel capoluogo giuliano ci ha mandato queste riflessioni “a freddo”. E le foto che trovate in questa pagina.

Tornato ormai da più di una settimana dal Kosovo, credo sia opportuno un piccolo bilancio, in base a quanto ho avuto modo di fare e di vedere, in particolare rispetto all’indipendenza e al futuro del Kosovo. E mi scuso se questo intervento risulterà lungo.

La prima considerazione che desidero fare riprende alcune cose che ho avuto già modo di scrivere sia qui che su balcanicooperazione (vedi articolo E adesso?), e cioè che il Kosovo non ha una visione, né come paese né come società. Ciò che più mi ha colpito è la completa delega all’esterno non solo delle rivendicazioni, della sicurezza e della stabilità, ma anche dei propri sogni e delle speranze di futuro. Lo sguardo è sempre rivolto “all’esterno”, a cosa questo o quell’altro paese può fare.

E quindi non solo la festa per l’indipendenza si è riempita con i colori delle bandiere di altri paesi considerati amici – Pristina è stata tappezzata di locandine e poster che ringraziano gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e l’Europa – ma anche la certezza di un futuro prospero è generalmente costruita su quanto ci si attende da questi paesi.

E ciò avviene a tutti i livelli, come ad esempio dal Rettore della più importante università privata che mi dice che con la base americana lì vicino non ci saranno problemi di finanziamenti e di sviluppo dell’area, fino ai semplici cittadini, che anche quando rispondono a qualche domanda su come finirà il rapporto con la parte serba della popolazione, rispondono che il Kosovo avrà i soldi dell’Europa e degli americani e che quindi prima o poi anche i serbi capiranno che conviene stare in un Kosovo indipendente.

Questa delega quasi completa all’esterno è solo uno degli elementi che ci fa capire che il Kosovo non è pronto a camminare con le sue gambe, è un paese assolutamente impreparato e che dipende esclusivamente dagli aiuti e dai finanziamenti internazionali per quanto riguarda crescita e sviluppo socio-economico. E anche la bilancia commerciale del paese presenta dati impressionanti, con le importazioni che superano il 90%, tanto che una delle battute, se così si può chiamare, che mi sono state fatte in questi giorni è che “il Kosovo esporta denaro”.

Oltre ai dati socio-economici però la dipendenza del Kosovo è netta anche da un punto di vista politico-istituzionale e si nasconde più o meno volontariamente il fatto che proprio l’indipendenza in realtà è “una finzione”. Mi permetto di usare questa espressione non nel senso che è un’operazione fasulla ma intendendo dire che è un atto formale, una rappresentazione appunto verso l’esterno, ma che non modifica nulla da un punto di vista sostanziale della vita del Kosovo.

E tale considerazione si è rafforzata in me non in base alle reazioni di critici esterni, come qualcuno potrebbe pensare, ma proprio durante un incontro che ho avuto con Albin Kurti, leader non-violento dell’autodeterminazione kosovara/albanese (Levizja VETEVENDOSJE! Movement for SELF-DETERMINATION! in Kosova),che dopo aver lottato per anni contro il regime di Milosevic e contro la sovranità serba, ora lotta contro il pieno controllo istituzionale e amministrativo delle organizzazioni internazionali sul Kosovo, e per questo è anche stato accusato ed è sotto processo (in questo momento sospeso) presso il tribunale internazionale a Pristina.

I documenti prodotti da questa organizzazione sottolineano proprio il fatto che la nuova costituzione del Kosovo prevede un’assenza di sovranità e democrazia locale, dal momento che al Kosovo è stato imposta l’adozione del Piano Ahtisaari, che prevede che l’EULEX, l’imminente missione europea che sostituisce la missione Onu UNMIK, ha nelle sue mani il potere esecutivo nel paese. In particolare uno dei passaggi dei più recenti documenti dice testualmente:

“The first 142 articles describe an imaginary fairyland of competences that the Kosova government will have after the EU presence has left, in the hope that no one will have the energy to read the last 17 articles which explain how the EU will govern Kosova now and decide itself, when or if ever to leave”.

Queste riflessioni fanno dire a Albin Kurti, con una battuta che trovo illuminante, che in realtà l’indipendenza del Kosovo dura il tempo di un coffee break tra la fine della missione UNMIK e l’inizio della missione EULEX.

Se questa affermazione ha ovviamente un preciso significato per il movimento di autodeterminazione del Kosovo, sicuramente in generale svela la debolezza di una dichiarazione di indipendenza che senza la stampella non solo procedurale ma anche sostanziale di alcuni paesi non potrebbe reggere.

E quindi, da osservatore esterno, è comprensibile lo stupore e/o la rabbia di chi, dentro e fuori dal Kosovo, legge questa indipendenza come una forzatura, sia di chi si oppone apertamente, come tutta la comunità serba, che in Kosovo si concentra maggiormente nella parte nord ma è presente in altre zone del paese, sia di chi, più semplicemente, si chiede perché tanta fretta.

Ho potuto leggere molti commenti e articoli anche di intellettuali famosi che apertamente criticano l’indipendenza o la facilità con la quale diversi paesi l’hanno riconosciuta. Molto interessanti trovo ad esempio le posizioni di Michele Nardelli, che più volte attraverso l’Osservatorio sui Balcani ha proposto il Kosovo come “Regione d’Europa”, provando a spronare le istituzioni europee a percorrere una seppur difficile soluzione innovativa.

La mia personale posizione verso l’indipendenza è in linea di massima critica, e tra poco provo ad argomentarla, eppure, come in fondo molti con cui ho parlato, non ho un’opinione radicale su questo. Forse anche per me il dubbio maggiore, e la domanda più frequente che mi faccio, e per la quale non ho una risposta, è appunto “perché tanta fretta?”.

Però anche sulle soluzioni alternative proposte da qualcuno ho dei dubbi. Ad esempio Johan Galtung in un articolo molto critico afferma che avrebbe visto bene una soluzione federale per il Kosovo, con il pieno riconoscimento quindi di una parte serba federata appunto ad un’altra albanese (Il crimine contro i serbi: l’indipendenza del Kosova, di Johan Galtung, originale: “The Crime against the Serbs: Kosova Independence”, 20 febbraio 2008, formato pdf). Mi sembra una proposta ragionevole, ma allo stesso tempo mi chiedo se questo non sia una forma elegante per riconoscere e formalizzare la divisione etnica di un territorio, come in fondo avvenuto in Bosnia.

Avrei personalmente preferito una dimostrazione di coraggio dell’Unione Europea nel provare a proteggere e far sviluppare il Kosovo come regione autonoma, con piena e grande autonomia da Belgrado, e con il pieno rispetto di tutte le minoranze (ricordiamoci che nella situazione attuale vengono completamente dimenticate le “altre” piccole minoranze, come ad esempio i bosgnacchi e i rom). Questa soluzione avrebbe forse evitato le reazioni serbe a quella che considerano una di perdita della sovranità e perdita del territorio, ma avrebbe comunque garantito agli albanesi del Kosovo una libertà di scelta e un autogoverno sostanziale. Anche perché in fondo, se l’obiettivo finale è davvero quello dell’ingresso futuro nella comune casa europea, una politica di integrazione regionale sarà comunque necessaria e promossa.

Ma l’Europa, si sa, verso i Balcani è sempre stata miope. O distratta. O superficiale.

Eppure, appunto, non sento di avere una risposta certa. In fondo l’autodeterminazione dei popoli è un principio rispetto al quale è difficile esprimere contrarietà con argomentazioni nette. Esiste un livello o una dimensione dove tale principio non vale più? Esiste una motivazione determinate per affermare che gli albanesi del Kosovo non avessero diritto ad essere indipendenti dalla Serbia, considerando quello che hanno subito sotto Milosevic?

Proprio questo principio però supporta una considerazione dei serbi del Kosovo che non vogliono essere cittadini di uno stato che non considerano loro. Non una riflessione di alta politica, non una complicata argomentazione, ma una semplice quanto disarmante considerazione, alla quale è difficile opporsi in linea di principio. In questi giorni in Kosovo molti serbi mi dicevano: “ma se voi avete riconosciuto il diritto dei kosovari albanesi di scegliere di non essere più Serbia, perché non riconoscete il nostro diritto di voler continuare a stare in Serbia?”.

La mia posizione, come detto sopra, è in fondo critica verso l’indipendenza, soprattutto per come è stata fatta, e voglio qui argomentarla con quattro brevi considerazioni su questa decisione:

  • forza in maniera evidente il diritto internazionale, poiché non è mai stata revocata la risoluzione 1244, che, fino a prova contraria definiva lo status del Kosovo «nel quadro del rispetto dell’integrità territoriale della Federazione jugoslava». Riconosco che il diritto internazionale viene usato un po’ a seconda degli interessi dei “grandi” (quante risoluzioni ci sono state sul caso Palestina?), ma nel caso del Kosovo la forzatura non sembra supportata da forti motivazioni;
  • mette in crisi ancora di più la politica dell’Unione Europea basata sul principio del regionalismo, già fortemente indebolita da tutte le recenti vicende balcaniche nelle quali regionalismo e nazionalismo hanno finito per coincidere;
  • riporta a zero il rapporto tra le diverse etnie presenti in Kosovo (non esiste dialogo in questi giorni, come detto sempre nell’articolo già citato)
  • rappresenta un precedente pericoloso, che può giustificare successive simili rivendicazioni, con delle possibili gravi conseguenze sulla stabilità dei Balcani ma anche di altre aree nel mondo.

Questa quindi la mia posizione, ma allo stesso tempo mi sorprendo che ci sorprenda tanto che si sia arrivati a questo. Infatti ritengo anche che questa indipendenza non sia altro che l’ultimo evento in ordine di tempo dell’implosione della ex Jugoslavia e che quindi non ci sia nulla di così diverso da tutte le indipendenze precedenti, se viste nel processo di dissoluzione iniziato nel 1991. E in fondo la Serbia aveva perso la sovranità sul Kosovo già dopo la guerra del 1999 e sicuramente non ora, non il 17 febbraio 2008.

Molti dubbi rimangono anche sulle motivazioni che hanno spinto molti stati a sostenere così in fretta e con grande convinzione l’indipendenza del Kosovo. C’è chi dice che la scelta sia basata su motivazioni geostrategiche (avere una base nel cuore dei Balcani), altri optano per le motivazioni economiche, altri ancora sottolineano l’importanza per gli Stati Uniti di appoggiare uno stato musulmano.

Eppure la mia impressione è che ci stata anche molta superficialità, quasi con la voglia di togliersi di mezzo la questione una volta per tutte. Quindi ripeto che le mie maggiori perplessità sono su come si è arrivati all’indipendenza, con un’evidente incapacità politica della comunità internazionale di arrivare ad un compromesso che potesse soddisfare le esigenze delle due maggiori comunità presenti in Kosovo.

Permettetemi alla fine di questo lungo post due ringraziamenti personali. Il primo va all’Associazione per la Pace, da anni presente con un progetto a Mitrovica e una delle pochissime presenze italiane civili stabili in Kosovo. I miei compagni di viaggio (Monica D’Angelo, Farshid Nourai, Guido Gabelli e Giannina Dal Bosco), con la

loro competenza ed esperienza sono stati fondamentali nel comprendere e vivere in profondità, anche con sicurezza, le dinamiche del Kosovo anche in queste giornate particolari.

Il secondo ringraziamento, non è piaggeria, è per bora.la per aver ospitato le mie cronache. In realtà, al di là delle attività specifiche che avevo programmato a Mitrovica e Pristina, mi sono ritrovato in una situazione per la quale il dare informazioni oggettive su quanto accadeva intorno a me è divenuto ad un certo punto obiettivo importante per me e i miei colleghi e compagni di viaggio.

Le notizie che passavano nelle agenzie e nelle news rispetto a quanto io vivevo in presenza diretta erano parziali e non proprio rispondenti alla realtà. Soprattutto c’è stata in generale la tendenza al sensazionalismo, a ricercare lo scoop o ad attendere azioni violente che potessero essere “più accattivanti” per i media. Quasi quotidianamente capitava che girasse qualche voce infondata o comunque esagerata e spesso dovevamo smorzare i toni con chi ci chiedeva se fosse vera una tal notizia su qualche incidente o violenza, in realtà non avvenuti. Allora le “semplici” cronache sono state anche un modo per far passare qualche informazione oggettiva, con la quale spero anche di aver interessato i lettori. Credo che in quei giorni, anche grazie ai reportage di Matteo Apollonio da Belgrado, bora.la abbia fatto proprio un serio servizio di informazione.

Tag: , , , , , , , , , , , , .

12 commenti a Dopo il viaggio. Riflessioni sul Kosovo

    Lascia un commento

    Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.