12 Dicembre 2007

Segatti risponde: “legge sul friulano e legge elettorale per gli sloveni, medesima ispirazione”

Qualche giorno fa gli utenti di Bora.La hanno commentato l’articolo di Paolo Segatti che attaccava la legge sul friulano a scuola dalle colonne de Il Piccolo. Ho chiesto a Segatti, docente universitario a Milano, di replicare ai commenti dei navigatori di Bora.La. In coda a questo testo, inoltre, ci sono delle sue precisazioni a delle mie contro-repliche. Scrive Segatti:

Tra i vari commenti mi colpiscono due.

Il primo in realtà è una domanda. Che cosa ha a che fare l’articolo della legge elettorale che tutela il partito etnico con la legge sul friulano?

Molto, a mio avviso. Perché ambedue i dispositivi discendono dalla medesima cultura istituzionale. Per capire di cosa stiamo parlando, basta chiedersi una cosa semplice. A chi appartengono le istituzioni politiche?

Chi ha fatto la legge sul friulano, la bozza di statuto e quindi anche l’articolo che premia il partito etnico risponde che le istituzioni appartengono ad una comunità. Interpretano e difendono l’identità di una comunità. Per cui la specialità del FVG sta nel fatto che esistono tre comunità linguistico e/o nazionali, come ci viene detto da vecchi e nuovi adepti al pensiero etnico. E’ una impostazione che troviamo pari pari in diverse costituzioni di stati ex-jugoslavi, in particolare nella presenza di un preambolo che dice per l’appunto che lo stato appartiene ad un popolo definito da termini extrapolitici.

Io risponderei invece che le istituzioni appartengono ai cittadini. Il che significa che nelle regioni plurali la tutela delle diversità non dovrebbe accompagnarsi con restrizioni interne all’accesso a questa tutela. Il mio rifiuto della impostazione di questa legge e della piega etnica presa dalla maggioranza di centrosinistra, con l’appoggio di preti e di etnocomunisti, (come anche la mia insistenza a termini come repubblica e cittadini) sta qui. Nell’idea che le istituzioni appartengono ai singoli cittadini e la tutela necessaria della diversità non può mai limitare il loro diritto individuale all’accesso ai diritti collettivi che sostanziano la diversità. E’ una lezione che abbiamo imparato tutti, anche da Langer. Strano che nel dibattito di ieri (Segatti scrive domenica, ndr) a Ts a proposito del bel libro su Langer non se ne sia parlato. Non so se Langer ne sarebbe stato contento.

Quindi secondo me non basta dire che si è a favore della tutela delle minoranze. Bisogna dire anche di quale tutela si sta parlando. Una che comprime il diritto individuale come la norma sul silenzio assenso o il censimento etnico. Oppure una tutela che non giunge al punto di pretendere una dichiarazione individuale in pubblico su chi si è per avere accesso all’esercizio dei diritti collettivi alla diversità.

Il secondo suggerisce che io temerei una risposta etnica da parte delle altre regioni italiane. […] Non temo questo. Temo invece quello che si sta verificando. Non mi sono piaciute alcune critiche allo statuto e quindi anche alla legge espresse da alcuni parlamentari. Sono critiche che derivano da un’idea di repubblica italiana omogenea. Il che è un falso dalle nostre parti e sarà ovunque in Italia nei prossimi anni. Però noi dobbiamo difendere la tutela del pluralismo con ragioni migliori di quelle etniche, cioè migliori di quelle che parlano sempre di tutele di soggetti collettivi e non individuali. Abbiamo avuto la ventura di nascere in una regione plurale. Più o meno bene sappiamo cosa questo possa significare. In questa nostra esperienza io ci metto anche l’idea che le identità, anche quelle nazionali, sono sempre plurali e il risultato delle opportunità che uomini e donne incontrano nella vita. I regimi non democratici hanno limitato queste scelte. La mia idea è che lo facciano “dolcemente” anche i cantori del grembo caldo delle comunità, delle radici, dei miti , del patriarcato di Aquileia o delle tante fole etniche senza gruppi etnici che agitano le anime dei nostri conterranei.

Anche loro rivendicano l’autorità , ovviamente morale (!) di dirti che il buon sloveno è quello che vota per il partito etnico, che il buon friulano è quello che manderà in silenzio i figli a scuola di friulano. Mi spieghi però che differenza c’è tra questi discorsi e quelli che fa Menia sul buon italiano. In tutti questi casi se qualcuno ha in mente che essere sloveno è cosa più complicata di quella che dicono i dirigenti del partito etnico e altrettanto sia il rapporto tra parlare friulano, sentirsi friulano e sentirsi italiano o europeo o marziano …fatti suoi o peggio è un traditore della sua comunità.

Sono consapevole che alcune persone serie dicono che anche i membri di una minoranza nazionale hanno gli stessi diritti a diventare nazione della maggioranza. Trovo che questa idea sia fuorviante perché trascura quello che dicevo prima. L’esistenza in tutte le società, anche di quelle plurali, di ampie zone grigie quanto alle dichiarazioni di identità. Quanto al friulano le evidenze che abbiamo è che moltissimi di quelli che considerano il friulano lingua madre (una minoranza tra i residenti nelle tre province in questione) non si sentono in modo esclusivo friulani né sono a favore di un insegnamento obbligatorio. E poi l’identità nazionale degli stati-nazione in Europea per fortuna ha perso il carattere caldo che aveva nella prima metà dell’ultimo secolo. Invece sono molto più caldi i subnazionalismi. Caldo sta per impositivo, se non si capisse. E lo sono perché le classi dirigenti delle nazioni periferiche pretendono la sovranità politica che è una brutta bestia, come dimostra la storia europea fino al secondo dopoguerra. E ancora dopo nei Balcani.

Vorrei che gli amici che così vivacemente mi hanno criticato riflettessero su una cosa. Il giornale cattolico di Udine nella sua difesa della lingua friulana ha proposto una intervista nel settembre scorso ad un senegalese che parla , fortunato lui, benissimo il friulano per di più in diverse varianti. Tutto molto bello. Mi ha colpito il titolo “un friulano dipinto di nero” (ovviamente scritto in friulano). Forse sono eccessivamente sensibile, ma ho sentito offensiva (per il senegalese) la qualifica. Perché penso che i tanti immigrati che vengono da noi hanno diritto a mantenere, non so in quale percentuale, una parte della loro cultura, ma anche condividere parte della nostra nostra. La possibilità che questo scambio culturale tra loro e noi si realizzi sta nel fatto che essi siano considerati cittadini a prescindere che divengano friulani o milanesi o italiani dipinti di nero. In altre parole è la credenza che cose come cittadinanza hanno un significato reale che ci possono proteggere dalla pretesa di imporre ad altri la definizione culturale della nostra identità che sia italiana, friulana o slovena.


Gentile Segatti,
grazie mille per la risposta, apprezzo molto chi si mette in gioco.

Non conosco abbastanza le dinamiche del consiglio regionale per sapere se l’ispirazione di queste leggi arriva dagli stessi scranni che parlano e votano… da quello che lei scrive sembrerebbe di sì, siccome lei dice che la cultura istituzionale ispiratrice è la medesima (e la cultura ovviamente non è qualcosa di astratto ma è sostanza fatta di atti verbali o non verbali in cui sono protagoniste persone individuate).

Personalmente non mi convince l’idea che l’istituzionalizzazione del friulano coincida con una limitazione dei diritti individuali.

Beh. Il silenzio assenso cosa è? Le criteri di delimitazione dell’area di applicazione cosa sono? Se non una limitazione dei diritti individuali.

Perché non prevedere che a qualcuno possa piacere l’ora di friulano e non le ore in friulano. Con il meccanismo del silenzio assenso questa distinzione, invero grossolana e per niente di lana caprina, viene impedita. Se non è limitazione dei diritti individuali questa che è?

Anzi mi spaventa l’idea che opinion-maker come lei, progressisti insomma, respingano di petto la possibilità che le culture locali non possano far parte a pieno titolo di quello che lo Stato riconosce.

Guardi che sono a favore delle parlate locali. La mia lingua materna è il dialetto triestino e con il dialetto ho imparato l’italiano, grazie al mio formidabile maestro elementare. Non mi piace solo il modo con cui questa legge vuole tutelare la lingua friulana. Ho paura dei discorsi che collegano la politica e le istituzioni alla difesa delle radici, delle identità, delle comunità. Ho paura e stupore per come non si abbia paura di ciò dopo quanto è successo in Jugoslavia. Scherzando un po’, ma non troppo, l’unico uso linguistico dell’attributo etnico che non mi spaventa è quello gastronomico e musicale. Tutto il resto mi fa una dannata paura.

E’ proprio quando gli intellettuali progressisti censurano discorsi culturali in fermento (mi pare lampante come ci sia un revival in senso folklorico, tradizionale, popolare, ecc.) che queste idee vengono cavalcate dai conservatori xenofobi e razzisti. Vedi la Jugoslavia, appunto…
Dico questo perchè non trovo fondamento nell’idea che sapere l’inglese a menadito o l’italiano nazionale standard a menadito escluda la possibilità di sapere e imparare il friulano – e di usarlo in luoghi istituzionali.

Vedi sopra

Come lei sa, le comunità nazionali (che talvolta vengono chiamate anche ‘repubbliche’) con una lingua e un governo sono un’invenzione sociale di chi fa politica, informazione e opinione e sono istituzioni create negli ultimi 2-3 secoli. Ogni volta che una lingua è stata imposta pubblicamente, non credo che la maggioranza dei “cittadini” fossero per forza d’accordo a usare quest’altra lingua nazionale standard imposta.
Si, ma questo è capitato tanti anni fa, e se ci fu sugli individui “violenza” allora , perché escludere che ce ne sia ora con i subnazionalismi. I grandi nazionalismi sono ormai spenti, per fortuna. Gli altri no.

Dall’altra parte, oggi, non si capisce perchè non possano coesistere comunità statali in cui ci sono più lingue ufficiali e usate nello stesso momento.

Pienamente d’accordo, ma è veramente il caso del friulano oggi?

Non vedo nessuna limitazione dei diritti individuali in questo senso.

Dipende dalle forme di tutela

Anzi, la limitazione e l’oblio di lingue popolari (a cui abbiamo assistito dall’unità d’Italia, con un crescendo nel dopoguerra e in particolar modo con l’avvento della televisione commerciale) mi pare un processo particolarmente deprecabile e poco democratico dal punto di vista dei poteri che sostengono questi processi.

L’esempio che lei cita (il friulano dipinto di nero) non so quanto sia rappresentativo e dubito che sia rappresentativo del sentire di tutti i sostenitori della legge sul friulano. Ma, a un certo punto, quanto sia rappresentativo il loro punto di vista mi interessa relativamente perchè preferirei che a riempire di senso questi fermenti localisti fossero idee progressiste e non il contrario – come invece sta accadendo ed è sempre accaduto in particolare a Trieste negli ultimi 30 anni.

Secondo me è molto rappresentativo del modo in cui friulani ed italiani intendono il rapporto con gli immigrati. Le potrei mostrare con diversi dati che gli immigrati vengono accettati dagli indigeni solo nella misura in cui dimostrano di volersi integrare. L’esempio è un buon esempio secondo me del fatto che anche i sub-nazionalismi hanno una tendenza assimilativa. Vogliono implicitamente far diventare simili chi simile non è. Io sono per una assimilazione in cui tutti, indigeni e immigrati, divengono simili, scambiandosi qualcosa. Mi pare diverso.

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19 commenti a Segatti risponde: “legge sul friulano e legge elettorale per gli sloveni, medesima ispirazione”

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