22 Novembre 2007

Fantomatico ritorno di Gorizia all’Austria

Lo scrittore Corrado Premuda pubblica un suo piccolo racconto sulla attesa fine del confine, 22 dicembre 2007…
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Una mossa un po’ goffa e si incappucciò la testa lucida con la parrucca. I capelli sintetici non avevano nulla da invidiare ai riccioli castani che aveva sfoggiato per tanti anni. Si osservò seria allo specchio del comò, poi sprofondò i piedini nelle pantofole di pelo e ciabattò verso il bagno. Due spruzzate di profumo dietro agli orecchi, una a destra e l’altra a sinistra, come ogni mattina. Tornò in cucina e finì di bere il caffè che restava nella tazzina. Adesso anche il piacere della colazione prolungata era terminato. “Sono solo le 9.30”, sospirò guardando l’orologio appoggiato sulla credenza.

Gorizia si presentava così, ordinata e pulita. Sola in quella casa né grande né piccola, circondata dal silenzio, per cui aveva cominciato a nutrire un’ossessione. Un po’ annoiata, forse. L’espressione di un’aristocratica abbandonata in vacanza, il decoro e la fierezza di un antico splendore. A volte parlottava tra sé e sé, si lamentava furtivamente: ma in generale piuttosto che protestare taceva.

C’era un rigore posato nella sua bellezza calcolata, sfiorita. Certo qualcosa covava sotto tutta quella naftalina mista a colonia. C’erano stati giorni vivaci dietro quelle rughe, una volta. Al tempo dell’Austria.

Un moto di stizza per la malinconia. “Che sciocchi”, diceva di sé e del passato. Quel mondo era andato, quella vita era finita. Che ne era di lei ormai? Com’era ridotta? “Persa come l’Austria”, si rispose.

Tra commemorazioni private e piccoli parapiglia interni la giornata di Gorizia superò il pranzo e si avviava, come sempre, a un pigro ozio prolungato fino a sera. Un uccellino cantava su un ramo dell’albero di fronte alla finestra. Dal giardino sempre curato, maniacale, artificiale, giungeva qualche suono, come una melodia. Gorizia strinse gli occhi e i pugni e la bocca grinzosa. Non voleva ascoltare. Non voleva sentire niente. Il suo fare brusco la fece scattare al davanzale: batté le mani e l’uccellino prese il volo. Quel giorno l’aria era più molle del solito, i colli, il fiume, le ville mormoravano languide lusinghe rétro.

Il sole tramontava, le tende filtravano rosso sulla credenza piena di foto, ritratti, medaglie, diplomi. Gorizia prese tra le mani nodose una cartolina consumata agli angoli. Una cartolina vecchia coi saluti scritti a caratteri eleganti in una lingua che lei non parlava più.

Fece una smorfia, per trattenere una lacrima o per sedare un rutto. Ripose la cartolina e disse ad alta voce: “Stasera ho deciso di tornare all’Austria”.

Circa un’ora dopo Gorizia attraversò la strada che dalla sua casa portava verso la piazza. Aveva calzato la parrucca delle grandi occasioni, quella che usava per andare al funerale degli amici, si era coperta di acqua di colonia, aveva indossato alcuni gioielli fuori moda e un abito nero coi lustrini che era rimasto nello stesso angolo dell’armadio per quasi cento anni.

Coi suoi passi piccoli ma decisi raggiunse l’Austria. Esitò per un momento davanti alla porta: non metteva piede nel locale da così tanto tempo. Si decise ed entrò.

Apparentemente non era cambiato molto, l’arredamento e la disposizione dei tavolini era la stessa. Il palco stava sempre lì, dove l’aveva lasciato di corsa mente precipitavano gli eventi. Piuttosto le facce dei pochi avventori erano nuove. Non riconosceva nessuno dei suoi vecchi amici.

“Incredibile! Guarda chi c’è: Gorizia”, la richiamò al presente una vociona rauca. Il pianista dell’Austria era ancora lì, al solito posto davanti al bancone. “Qual buon vento, eh? C’è stata un’altra annessione? Non saranno di nuovo cambiati i confini. Io non ci capisco più niente”. Chiaramente l’uomo non aveva abbandonato il vizio.

Gorizia lo squadrò con uno sguardo di rimprovero. “Va bene, ho capito: nessun allarme!”, rispose il vecchio. E continuò: “E tua sorella gemella? Ti hanno separato da lei, è così?”
L’uomo si pentì subito per la domanda. Lo sguardo di Gorizia si fece per un attimo rabbioso ma subito riacquistò una dolce rassegnazione. “È passato tanto tempo”, disse dopo una pausa. I pochi avventori dell’Austria la guardavano tutti e prestavano attenzione a quella bizzarra vecchia che si accarezzava la testa cotonata.

“È passato tanto tempo”, ripeté lei, “ma voglio esibirmi di nuovo, come una volta”. Il pianista osservò il fondo del suo bicchiere stupito, non si capacitava della cosa. Gorizia lo prese sotto braccio e lo accompagnò al piano: “Suona una di quelle musichine, per piacere”.

Il locale risuonò di note lontane e dimenticate. Il piano era scordato e la voce non era esercitata. “Adesso le ho viste proprio tutte”, continuava a ripetere il vecchio musicista mentre batteva sui tasti con sempre maggiore entusiasmo e sul palco due gambette danzavano indiavolate, “Gorizia che torna all’Austria!”

(la foto è tratta da Italyontheweb)

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