5 Maggio 2007

Storia di Pedena: un paese paradigmatico dell’Istria interna

Kristjan Knez ha intervistato su La Voce di tre giorni fa lo storico Guido Rumici, esperto della storia degli ‘italiani’ nell’ex Jugoslavia. Rumici e Knez dialogano sull’ultimo libro dello storico, “Un paese nella bufera: Pedena 1943/1948”, basato sulle testimonianze scritte e orali degli abitanti di dialetto e lingua italiana di Pedena che hanno come tema gli anni dolorosi della guerra e dell’esilio.
Il dolore non e’ solo utile alla creazione di comunita’ politiche nei luoghi di destinazione degli esuli – anzi nel caso di Pedena questo non sembra avere particolare rilievo – ma e’ una delle cause spesso disconosciute che hanno reso la storia dell’esodo difficile da recuperare, da raccontare. Spiega Rumici:

“Sicuramente, dopo tanti anni, è difficile giungere ad una sintesi anche perché c’è il problema che molte persone hanno una certa ritrosia, un certo timore nel raccontare quelle vicende, sia per un fatto di paura sia per le possibili conseguenze ancora esistenti e anche per un fatto, diciamo, di dignità e di pudore, e di voler chiudere quelle pagine dolorose.
Molto spesso i testimoni non raccontano le loro cose anche per proteggere i loro familiari dal male di una volta”.

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17 commenti a Storia di Pedena: un paese paradigmatico dell’Istria interna

  1. pk ha detto:

    … dell’Istria interna. E sono le storie più affascinanti perché più nascoste, maggiormente capaci di far saltare i consueti schemi adoperati per descrivere la realtà etnografica della nostra regione.

    Città/campagna, città italiana e campagna sloveno-croata si è detto milioni di volte e si continua spesso a ripetere. Una brutale semplificazione, anzi una radicale deformazione che al solito faceva da supporto alle tesi degli opposti nazionalismi.
    Trieste isola italiana in mare “slavo”, dunque: negando con ciò la consistente presenza urbana e borghese degli sloveni. Ma anche offuscando l’italianità dell’Istria costiera e quella, per nulla insignificante, dell’Istria interna.

  2. pk ha detto:

    Per fortuna che la provvidenza, mediante lo studio di alcuni sociologi (non storici, mica per caso), ci ha poi consegnato il concetto di “regione plurale”. E tutti le categorie ideologiche sono andate finalmente in frantumi. Come si meritavano.

  3. enrico maria milic ha detto:

    ehhh….
    purtroppo sono in frantumi, ormai, nel dibattito accademico.
    un po’ meno nelle storie che il ‘cittadino qualunque’ si racconta, mi sembra.
    ma non voglio essere pessimista ed e’ sacrosanto e fondamentale sottolineare questo nuova angolatura.

  4. pk ha detto:

    Purtroppo Enrico nemmeno nel dibattito accademico in forma generalizzata. Anzi, quasi quasi sono dell’opinione opposta. Certi dati di fatto essendo sotto gli occhi di tutti sono dati per acquisiti dalla maggioranza della gente. Mi sembra che a volte siano invece l’intellighenzia e la politica a girare all’indietro le lancette della storia. Appositamente.

  5. enrico maria milic ha detto:

    non ho dubbi sulla politica, e magari hai ragione anche sul dibattito accademico ‘nazionale’.
    effettivamente sto leggendo “Il lungo esodo, di Raul Pupo, Raul (2004) Milano: Rizzoli“.
    ci sono alcuni passaggi inquietanti nelle pagine iniziali, che implicitamente collegano la “romanizzazione” (cioe’ i romani che 2000 anni fa hanno colonizzato qualche pezzo di questi luoghi) con la supposta naturalezza della presenza italiana o, meglio, con la venezia giulia come qualcosa di ‘naturalmente italiano‘.
    le conseguenze che uno tira, leggendo quelle pagine, e’ che l’autore sia convinto che l’italianita’ non sia qualcosa di artificiale costruita come senso nazionale negli ultimi 200 anni ma che sia esistita da sempre e che sia naturale come l’esistenza delle pietre, dell’acqua e della vita e della morte.
    sob.

  6. pk ha detto:

    Ho letto quel libro e non sono arrivato alle stesse conclusioni. Mi è parsa più che altro l’intenzione di marcare il profondo carattere di autoctonia dell’italianità istriana. Reagendo a letture, purtroppo ancora in voga in ambienti non così screditati oltreconfine, che vogliono e dichiarano quella presenza di fatto artificiale, coloniale, creazione recente del nazionalismo italiano e del fascismo.

  7. enrico maria milic ha detto:

    devo ancora finire il libro…
    (certo che la storia non puo’ essere scritta in reazione alle letture erronee di altri)
    (e che il concetto di “autoctonia” e’ dubbio nel senso che e’ molto interpretabile e anche lui presume che l’interpretazione dell’appartenenza a una comunita’ nazionale esista da sempre, p.e. dal tempo dei romani… o no?)

  8. pk ha detto:

    Mah… la nazionalità come frutto del divenire storico per quanto riguarda le identità collettive. Uno dei possibili, per carità, ma è quello che si è dato in occidente.
    Così va meglio?

  9. enrico maria milic ha detto:

    beh, sto dibattito lascia un po’ il tempo che trova (no go letto el libro, non conosso nei detagli el dibatito storico locale, ecc).

    comunque.

    proviamo, per gioco e in breve, a fare una ricostruzione dei significati culturali associati all’idea di “essere italiani”, o di “italianita'”.

    oggi la maggior parte delle persone che sono legalmente cittadini italiani da’ per scontato di appartenere alla comunita’ degli italiani, cioe’ di quei cittadini legati allo Stato Italiano. mhm?
    chiaramente questa e’ una generalizzazione, che perlomeno non riguarda me, come molti altri (ci sono molte categorie di persone che, per vari motivi, magari anche di antitesi e fastidio verso il nazionalismo, si differenziano campanilisticamente, o in senso europeo, o anche in altri sensi ancora). ma femo finta de gnente e… andiamo avanti.

    torniamo indietro nel tempo di 150 o, meglio, 200 anni. quando si sentivano “italiani” solo delle elite e, per quanto riguarda la penisola italiana e quelli che qualcuno delinea come “confini naturali”, forse nemmeno tutte le elite.

    cosa voleva dire essere italiano, allora, per un fiumano qualsiasi, uno zaratino qualsiasi e, forse anche, per un triestino qualsiasi? mi riferisco non a qualche intellettuale o ricco borghese ma la maggior parte della gente: manovali, contadini, eccetera.

    cosa voleva dire non so e non posso dirlo (come sopra, non conosco cosi’ tanto la storiografia locale) ma ho la sensazione, da quel poco che so, che essere ‘italiani’ fosse qualcosa di molto piu’ sfumato e diverso.

    dubito, in genere, che fosse un concetto cosi’ presente. magari ci si definiva “fiumani”, “veneziani”, “triestini” o “dalmati”. ed era una definizione molto ma molto connessa all’esperienza di essere legati a un singolo luogo e a una ristretta comunita’ di persone. in altri termini, il manovale zaratino non aveva la possibilita’, e nemmeno l’interesse, di pensare a altri che condividevano una lingua/dialetto che avesse le stesse radici ‘latine’, di pensarsi insieme a loro, di trovarci qualcosa in comune.

    al massimo, nei gruppi di individui di dialetto istro-veneto, ci si differenziava da quelli che non capivi perche’ parlavano un’altra “lingua” (croato, serbo, ecc.) che proprio non capivi. siamo sicuri che questi si richiamavano a qualche idea di “italianita'” solo vagamente simile alla nostra? io lo dubito.

    vogliamo fare l’equazione di queste definizioni del tutto locali con quella attuale di appartenenza nazionale, sedimentata in ambito culturale per opera di ben note istituzioni novecentesche (stampa, scuola, censo, ecc.)? non lo farei, perche’ di questo passo possiamo benissimo dire che ti e mi semo discendenti dei romani (per due che se ciama karlsen e milic fa particolarmente rider, ma faria rider anche per altri con nome e cognome piu’ “italiano”)

    ma sono robe che sai gia’…

    ma me par giusto che no se sconfondemo, no?

    xe che quando sento della venezia giulia come luogo della “romanita'” me sovien qualche pensier…

  10. pk ha detto:

    Ma sì, giusto non confondersi e giusti i tuoi rilievi per quel che riguarda la situazione di ducento anni fa e, a maggior ragione, per quella precedente ancora.

    Solo che negli ultimi duecento anni è avvenuta la cosiddetta nazionalizzazione delle masse. Delle masse, appunto: dalle elite intellettuali ai manovali zaratini, oppure dai borghesi agli operai sloveni che da quel momento in poi, proprio in virtù del loro sentirsi “sloveni”, hanno cominciato a Trieste a rifiutare l’assimilazione in senso venetofono-italiano.

    Ed è stato un processo, la nazionalizzazione delle masse, fondato su una robusta “invenzione della tradizione”, che però a sua volta interveniva su alcuni dati storici reali, per adattarli alla realtà che ci si proponeva di giustificare e sostenere. Non si tratta di stabilire un’equazione fra realtà intimamente differenti, ma solo spiegarci i passaggi che hanno condotto dall’una all’altra,
    criticamente e scientificamente capire i meccanismi che hanno portato all’esito della nazionalizzazione di massa (nient’altro vuol dire che studiare la storia).

    Senza però, a mio avviso, guardare in modo snobistico o condannare da un punto di vista morale gli effetti che tale esito ha prodotto nell’interiorità di moltissime persone. Sinceramente e appassionatamente convinte, al contrario nostro, della loro italianità o slovenità che sia, e senza che questa coscienza di individualità nazionale abbia mai avuto conseguenze negative nella convivenza con l’ “altro”.

    È semplicemente la loro storia, né peggiore né migliore della mia.

  11. pk ha detto:

    Che bel dibattito, ciò. 😉

  12. enrico maria milic ha detto:

    perfettamente d’accordo: bisogna avere il massimo rispetto per l’identita’ di qualsiasi persona.

    magari co go leto tuto el libro ricomincemo a parlarne…

  13. malidan ha detto:

    Ciao Ragazzi, forse arrivo tardi ma è da poco che conosco il sito e ho sentito, leggendovi, l'”irresistibile istinto” di farvi i complimenti per la partecipazione e la qualità del dibattito.:-) Non vivo in Venezia Giulia ma in quanto nipote di esuli istriani conosco le dolorose vicende di quelle terre e negli ultimi anni ho cercato di approfondirne la storia con letture e ricerche.
    Anch’io ho letto il libro di Raul Pupo e devo dire che tra quelli che ho letto si distingue per un’analisi storiografica quasi esaustiva , anche se, ancora una volta ,l’autore come molti suoi altri eminenti colleghi (per ragioni diverse) non ha saputo resistere alle solite tentazioni giustificazioniste e partigiane, quasi che tra i compiti di uno storico ci fosse anche il dovere di assolvere da eventuali mancanze e responsabilità.
    Mi riferisco in particolare a come viene presentata la figura di Alcide De Gasperi , che tanta parte ha avuto nelle vicende di quegli anni, a come ha diversamente agito
    diplomaticamente per le due diverse questioni territoriali : Istria e Alto Adige (Sud Tirol).
    Per la prima il suo impegno viene considerato da più parti scarso e insufficiente (pur considerando la difficile situazione in cui , da paese sconfitto e responsabile dei crimini fasciti,riversava l’Italia);per il secondo una tenacia e una determinazione che lo portarono a rifiutare sdegnosamente ogni ipotesi di plebiscito da parte delle pepolazioni interessate solo perchè in Sud Tirol l’esito sarebbe stato quasi certamente sfavorevole all’Italia.
    Ebbene, di tutta questa difficile e complessa vicenda Pupo non solo ne parla pochissimo ma con una leggerezza agghiacciante , arriva a liquidare la spinosa questione sostenendo che De Gasperi non poteva mettere a rischio l’appartenenza di un territorio più facilmente rivendicabile (Austria diplomaticamente debole) con un altro di più complessa rivendicabilità (Jugoslavia diplomaticamente forte). Un vero e proprio baratto insomma, con buona pace del tanto proclamato principio di autodeterminazione dei popoli che i potenti, di tutti i colori e di tutte le nazioni, si sono ben guardati dall’affermare!

    Grazie per l’ascolto.:))

  14. Mario ha detto:

    Cari amici,mi dovrete scusare di queste due righe che mi permetto di scrivere,ma anchio sono un Istriano anche se non di questo paese che comunque lo conosco,il paradossale è che comunque queste terre sono sempre rimaste Italiane,e penso che rimarranno ancora per secoli i ricordi non si possono dimenticare,tutta L’Istria è meravigliosa ma sicuramente per quei che sono nati in quei posti come sono io uno dei 350,000 esuli dovuti fuggire dalla propria terra .

  15. asem ha detto:

    Ciao, vorrei sapere come mai e perchè sull’esodo da una parte si parla di 350.000 dall’ altra al massimo 140.000. Chi sa dirmi come mai tanta differenza? In fin dei conti numeri sono numeri, o no?

  16. bruno ha detto:

    sono nato a Sissano vicino a Pola, sono del 1937, quindi nel marzo del 1947 quando lasciai la mia amata Pola,anche se avevo solo 10 anni, ricordo tutto. Io partii con l’ultimo viaggio della nave Toscana ‘ posso testimoniare che poche persone rimasero in quella città. faceva freddo, non si sentiva volare una mosca. solo sporadici gruppi che, anche aqvendo davanti dei vecchi e bambini, ci sputavano.
    Fummo considerati dei fascisti, all’epoca non capivo, ero piccolo, poi con gli anni copresi, ma non ho potuto mai dimenticare le sere in cui qualcuno veniva a bussare alla porta in cerca di mio fratello quindicenne, le paure, le sofferenze per la morte di mio padre sommergibilista affondato il 10 settembre 43. volete sapere chi si può chiamare italiano? bene io mi sento un vero ITALIANO.

  17. Giuliano Gelsi ha detto:

    Sono nato a Pisino da famiglia di antica origine albonese.Per dire che la tanto lodata ideologia nazionalista ha prodotto e sta producendo milioni di vittime e immani disasrti sulla terra. Mi riferisco anche alle identità “religiose”, spesso ancora più accanitamente fomentatrici di stragi e sopraffazione.Grande Einstein che,alla richiesta di declinare la sua razza rispose: UMANA.Mi spiace essermi imbattuto in questo blog così tardi (è mezzanotte e sono stanco).Mi riprometto di continuare più avanti.Complimenti ai partecipanti che hanno dimostrato
    intelligenza ed equilibrio.
    Giuliano.

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