16 Febbraio 2007

L’Italia e’ preda del caos, non del nazionalismo

Qualche mese fa, il premier italiano Romano Prodi ha dichiarato davanti alle telecamere: «L’Italia è un Paese impazzito». Appariva amareggiato e sinceramente spaventato.

Di certo, l’Italia non è impazzita per l’ex premier e capo dell’opposizione Silvio Berlusconi. Ciò che agli occhi di Prodi è follia – consumismo vorace, culto del calcio, capitalismo amorale, egoismo corporativo, volgarità televisiva – sono i pilastri del potere materiale e mentale di Berlusconi. E non solo: anche il tessuto connettivo del Paese, il cemento reale della sua unità.

Il grosso della nazione è tenuto insieme da lui e attraverso lui. Il corpo sociale del suo partito, Forza Italia, è trasversale rispetto ai tradizionali steccati politico-ideologici e mobilita circa un terzo dell’elettorato.

Berlusconi ha perso di un soffio (25.000 voti su 40 milioni di elettori) le elezioni politiche del 2006. Il suo consenso negli ultimi anni di governo non smetteva di calare. Il potere dei salari era crollato a seguito di un’introduzione dell’euro totalmente priva di vigilanza statale sull’aumento dei prezzi.
Il lavoro precario flagellava i giovani e si rivelava sempre più un aggravio economico sulle famiglie. Per non dire di tutte le leggi, votate dalla sua maggioranza a suon di ricatti (e forse anche altro), ideate per annullare i diversi procedimenti giudiziari a suo carico.

Ciò malgrado, è bastata una sovraesposizione mediatica in campagna elettorale per recuperare quasi tutto il vantaggio accumulato dalla coalizione di centrosinistra. Silvio è ridisceso in campo come nel 1994 e ha rispolverato i sogni di un successo alla portata di tutti, ha drogato gli italiani con una nuova dose di ottimismo irrazionale portandoli ormai ai limiti del collasso: un saggio di illusionismo politico-mediatico oggettivamente straordinario.

Il nuovo governo di centrosinistra, formato da un’accozzaglia di partiti che va dai cattolici moderati agli avanzi del comunismo, è pressoché senza maggioranza in una delle due Camere e dunque paralizzato.
La legge finanziaria del 2006, necessariamente restrittiva perché volta a far rientrare i conti pubblici nei parametri europei dopo anni di incuria, ha suscitato nel Paese un’ondata di indignazione a tutti i livelli della scala sociale. I provvedimenti di liberalizzazione nei servizi, peraltro timidi, a vantaggio dei consumatori hanno sollevato vere e proprie rivolte di piazza nei soggetti sociali colpiti (tassisti, farmacisti, benzinai, ecc.). Le ventilate misure di laicizzazione in tema di famiglia e salute (coppie di fatto, testamento biologico) provocano le aperte proteste del Vaticano e il suo diretto coinvolgimento nella vita politica nazionale, come da decenni non si verificava.

In sintesi, l’azione dell’attuale governo ha battuto presto tutti i record di impopolarità. Il quadro politico è fortemente instabile. Sulla carta, il Paese è pronto a tornare fra le braccia di Berlusconi e sembra non chiedere altro. Ma le frange moderate delle due coalizioni sono tentate sempre più di dare vita a un “grande centro” di ispirazione cattolica, spezzando il bipolarismo che regge (più male che bene) il sistema politico italiano da poco più di un decennio, mettendo così fuori gioco sia Prodi sia Berlusconi.

Di fatto, è da “Tangentopoli”, la rivoluzione “bianca” che nel 1990-92 ha cancellato i partiti al potere nei decenni del dopoguerra, che il Paese è senza un assetto politico solido. La “prima” Repubblica è finita ma la “seconda” non è mai iniziata. Anche al livello più profondo dell’identità e dei valori.

Qualche osservatore avanza il sospetto che dall’inizio degli anni Novanta l’Italia abbia fallito il processo del suo ricostituirsi in comunità nazionale. Se al Nord comparisse un partito separatista serio e determinato l’unità del Paese potrebbe persino correre qualche pericolo. In Italia c’è caos, confusione e incertezza: tutto fuorché comunione d’intenti e nazionalismo.

Le celebrazioni della giornata del Ricordo, in memoria delle foibe e dell’esodo degli italiani dall’Istria e dalla Dalmazia dopo la Seconda guerra mondiale, lasciano tuttora fredda una buona parte della popolazione e appaiono, più che altro, strumentali alla sinistra postcomunista per riconciliarsi con una pagina rimossa di storia nazionale e alla destra per prendersi una rivincita culturale nei confronti della sinistra.
Un capitolo di politica interna, dunque. Le relazioni con gli Stati confinanti a oriente si svolgono senza intoppi e nella prevalente indifferenza della gente, che nella diffusa ignoranza storica e geografica avrebbe difficoltà, in generale, a collocare la Slovenia e la Croazia sulla cartina d’Europa.

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2 commenti a L’Italia e’ preda del caos, non del nazionalismo

  1. patrick karlsen ha detto:

    Nato come un “reportage” dall’Italia per il sito sloveno di informazioni e news di Jani Sever (www.vest.si), dove presto dovrebbe essere pubblicato in inglese.

  2. feliceiovino ha detto:

    finche prodi lascerà a berlusconi il potere dell’informazione tra le mani l’italia sarà sempre più pazza. moltissimi italiani sono scesi in piazza senza nemmeno sapere il perchè qualche mese fa: questo fa capire che silvio fa e disfa quello che gli pare con i suoi potenti mezzi di comunicazione. stanno per finire i 50 giorni da orsacchiotto della classe politica che gli ha consentito tutto questo.

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