27 Ottobre 2006

Refoli di Triestinite

E’ capitato di nuovo. E’ grave. Bisogna intervenire prima che il contagio abbia la meglio. O forse no, e che scoppi l’epidemia! Bisogna trovare una cura. O anzi no, e ammaliamoci per davvero…

Giudicate voi, io ve la racconto: la paziente si chiama Romina, ha 25 anni, vive a Milano ma ha la testa a Trieste. Ecco in breve la sua storia clinica e un esempio dei sintomi che la sua malattia presenta: al liceo legge una frase di Svevo, tratta dalla “Coscienza di Zeno” e ne resta scioccata. Legge altre triestinate varie. Si imbambola per la Città di Carta e le sue malie. Decide di non andarci: ha già capito che la città reale non è quella di carta? Non si sa, non lo sa. Comunque sia per un po’ si fa prendere da altre pare (paranoie in triestino giovanile), ma il virus è al lavoro, subdolo. Infatti, appena iscritta all’università Cattolica di Milano – e ormai sta quasi per laurearsi con una tesi in cui indaga il tema dell’ “Attesa nel serial Sex and the city” – insorge nuovamente il morbo. Prende forma, ca va sans dire, di… letteratura!!!! Comincia a scrivere… e non ha ancora smesso.

A metà ottobre 2006, dopo una serie di contatti con la psico giornalista triestina Marina Nemeth , sbarca per la prima volta a Trieste. La Triestinite è ormai conclamata, la povera ragazza ormai non pensa che a scrivere. Al momento lavora a un romanzo dove Madonna e Beckett sono co-protagonisti di una storia di fratelli, di Doppi, di miracoli, di ritorni sempre cercati e sempre mancati. Non si svolge a Trieste: Romina ha letto “Trieste and the meaning of Nowhere” di Jane Morris (in italia edito dal SAGGIATORE) e dunque sa che Trieste non esiste. O che ci sono due/tre/centomila Trieste. Capite la gravità? Vi terrò informati sull’evoluzione, e per darvi un sintomo esauriente del suo stato clinico vi invito a leggere il frammento che segue, tratto dal suo diario segreto.

La prima volta che ho detto: “Gente, io voglio andare a Trieste“ la reazione dell’interlocutore medio con cui avevo a che fare – sesso, età, condizione sociale e temperamento erano fattori secondari – è stata una e una sola. Di una brevità sconcertante.

“Ah“.
Fine, punto e Stop. Neanche un “ Ah! “ gioviale e piacione, con punto esclamativo, con una spolverata di entusiasmo di maniera, ma proprio “ Ah “. Senza tono e colore, amorfo, un po’ come un pesce che apre la bocca in acqua.

Poi, dopo la mia conferma di rito tanto per far intendere che avevano capito bene : “ Sì, voglio proprio andare a Trieste “, di solito la reazione seguente era un’affermazione apparentemente slegata da qualsiasi punto di vista logico, ma su cui poi ho riflettuto un pochino.
“Ah“ L’ “ah “ non mancava mai, comunque “ io invece sono stato/a a Venezia! “.

Ora, perché ogni volta che affermavo di voler andare a Trieste quell’altro mi informasse di essere stato a Venezia mica l’avevo inteso per bene, all’inizio.

Ma a furia di dire e ridire, e di sentirmi ripetere la stessa cosa, ho capito che “ Io sono stato a Venezia” era strettamente legato alle domande al monologo seguente, di solito però ribadito qualche giorno più avanti:

“Ma come mai proprio Trieste? Ma lo sai che a Trieste c’è sempre la Bora? E che parlano mezzo austriaco? Sono mezzi stranieri, sai? E poi è troppo lontano. Non è quasi più in Italia. Quanto ci vuole di treno? E lo sai che io sono stato/a a Venezia? E’ bella Venezia, sai? “.
Ah, ecco finalmente il senso della frase sibillina: la persona a cui avevo esternato il mio desiderio di andare a Trieste si domandava amleticamente perché diamine avessi scelto una meta così lontana quando avevo una città come Venezia più a portata di mano, più campanilisticamente italiana e senza Bora.

E soprattutto, più famosa.
Fatto sta che davvero il mio trenino fino a Venezia era pieno come un uovo e da Mestre in poi così arioso e vuoto che ci si sarebbe potuta fare una bella corsa coi pattini a rotelle su e giù per i corridoi. La prossima volta devo ricordarmi di portare i Fisher Price, a proposito.

Poi i miei giorni triestini sono passati, mi sono persa mille volte in strade e piazze da cui quasi sempre si intravedeva uno scorcio di mare, e ogni volta che ritrovavo la via di casa ( dell’albergo, ma va beh, lasciamo perdere le minuzie ) mi innamoravo di più di Trieste. Perché forse bisogna avere la porta sbattuta in faccia per amare davvero la propria casa. Ho visto un cielo azzurro impressionante come il mare, e di tanto in tanto ammetto che una lieve brezza ha minacciato di farmi cadere il cellulare in acqua. Ma non vale, perché io mi divertivo a stare in equilibrio sulla punta del Molo Audace.

Niente Bora, neanche un refolo, un aperitivo di Bora così, tanto per gradire. Zero assoluto, insomma.
Quando l’ho detto agli interlocutori di qui sopra ci sono rimasti male. Anzi, malissimo.
“Come niente Bora? Come, parlano in Italiano? Come, non è lontano? “.

Alla fine mi hanno fatto così tenerezza che una bugia bianca me la sono inventata, tanto per dare una qualche soddisfazione. Ho detto che il treno ci ha messo sei ore, ad arrivare a Trieste. Che rispetto alle reali cinque e mezzo da Milano Centrale è nulla. Ma è bastato per tranquillizzarli un pò. Per la prima volta, mi hanno sorriso e hanno scosso un po’ il capino.
Come a dire: “Ah beh, ma io te l’avevo detto! “.

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