Trieste. E’ tra le lettere del giorno selezionate oggi, lunedì 19 ottobre, da Beppe Severgnini. Nel blog del giornalista del Corsera, Italians , ulltimamente si fa un gran parlare di scuola. Di liceo in particolare, vista la crisi di iscrizioni che sta vivendo questa tipologia di istruzione secondaria. A proposito dell’abbandono dell’istituto Berchet di Milano, Severgnini, rispondendo ad un intervento, scrive:
Settecento studenti, cento l’anno?! Troppi. Non conosco abbastanza il Berchet, per esprimere un giudizio su quella scuola – ci sono stato, ho incontrato i ragazzi, mi è sembrato un luogo vivace. Posso dire questo, però: l’abbandono è un fallimento multiplo (della scuola, della famiglia e dell’interessato – scegliete voi l’ordine)
Ma le cose non sono così semplici. L’analisi di Carlo Pedretti, preside del liceo classico “Parini” di Milano (citato nell’articolo di Annachiara Sacchi), sembra corretta: “Cause dell’abbandono: primo, le famiglia valutano in modo inesatto le inclinazioni dei figli. Secondo, alcuni professori bastonano troppo. Terzo, elementari e medie non preparano ai licei”.
Il giornalista di via Solferino si concentra sul secondo punto, l’eccessiva severità dei professori:
Ho la sensazione, girando e ascoltando, che alcuni insegnanti si compiacciano della reputazione di “cattivi”. Ma caricare un quindicenne di compiti, e tenerlo impegnato quattro/cinque ore ogni pomeriggio, è facile e sbagliato. Questi professori andrebbero (moralmente) sculacciati.
E’ qui che s’inserisce la lettera della triestina Elisabetta Marcovich, pensionata ed ex insegnante nelle scuole secondarie nonché frequentatrice del liceo Dante Alighieri di Trieste negli anni ’60:
dal ginnasio alla fine del liceo, era normale per me (e per i miei compagni di scuola) iniziare a studiare verso le 2 e mezza del pomeriggio e finire verso le 7 di sera, per cui a volte rimaneva giusto il tempo per frequentare il corso di tedesco. Ma a noi sembrava normale… e i nostri insegnanti non erano cattivi e in generale erano un po’ severi e selettivi al principio, ma validissimi.
Elisabetta Marcovich, da ex studentessa e da ex professoressa di matematica, non sembra condividere l’accusa di cattiveria pendente sui suoi colleghi. Anche se, nei ricordi, rispunta qualche aneddoto di severità, tutto è ricondotto alla normalità:
Ricordo solo una cattiva che ci accolse con un “il primo trimestre non mi sbilancio, per cui sulla pagella non do a nessuno più di 6 nè meno di 4″. Incoraggiante, vero? In effetti, devo a lei la mia totale incomprensione della chimica. Ricordo l’insegnante di francese, molto brava e capace, la sola che ci facesse imparare la lingua quasi senza darci compiti di casa. Però ricordo pure alcuni suoi compiti in classe in cui c’erano tre-quattro sufficienze in una classe di oltre 20 alunni. Ma era considerato normale, e nessuno avrebbe pensato di lamentarsi, e credo che nemmeno i presidi di allora le avrebbero fatto rimostranze del tipo lei professoressa è troppo severa, modifichi i suoi criteri di valutazione.
Sono cambiati i tempi? O, invece, sono i professori “cattivi” a dover essere (moralmente) “sculacciati”?
La discussione è aperta.



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