21 novembre 2017

Magnesio, sudore e passione: la cordata

el sunto Nella puntata di oggi scopriamo chi è e cosa rappresenta il compagno di cordata

Questa puntata doveva essere di tutt’altro tipo, volevo parlare di allenamenti, di prevenzione degli infortuni ed errori tipici del climber medio, ma le recenti vicissitudini personali mi hanno fatto ripensare a molte delle mie convinzioni.

 

Ho cambiato molti compagni di cordata. Ho cercato la persona a cui potevo affidare la mia vita, quando scalo al limite in montagna, perché è di questo che si parla. Non si tratta dell’assicuratore sulle vie sportive o spittate, ma quando la cordata decide di provare una via in montagna. La montagna non è necessariamente quella lontana, quella delle Dolomiti, del Bianco e più vicino delle Giulie.

La montagna per me è anche la Val Rosandra. Qui ho provato le emozioni più forti, come l’apertura di una via nuova, studiare le pareti, tramonti incredibili e la roccia non sempre perfetta.

Il compagno di cordata è una figura quasi mitica, perché come disse Messner: “In montagna la cordata si divide la paura.” Molte volte in sosta, prima del tiro chiave della via, ci si confronta, si cerca nella presenza del compagno del pizzico in più di coraggio o di convinzione personale. Il movimento in parete è di sicuro un movimento individuale, ma allo stesso momento ci sentiamo intimamente connessi con la persona che ci fa sicura. L’affiatamento della cordata è molto visibile anche nella comunicazione, quelle poche urla come:

“Son in sosta!”
“Manca 3 metri!”
“Te pol andar!”
“Parto!”

La velocità e la precisione con cui si svolgono le manovre sono il metro del affiatamento della cordata stessa. Queste movimentazioni in parete devono essere ineccepibili. Non vi è spazio per il dubbio. Il dubbio crea paura, la paura porta a non avere più confidenza in se stessi e la mancanza di confidenza nel dubbio. Un diagramma circolare che è molte volte al centro di disgrazie o anche sviste colossali. Arrampicare in due, avendo sotto di sè anche 1000 metri, è un microcosmo abbastanza inusuale, dove le diverse caratteristiche personali, sia positive che negative, si fondono in un unico essere che conquista la paura, l’ignoto e la serenità. Sembra da pazzi, ma quelli che andiamo ad arrampicare in montagna cerchiamo quei silenzi profondi, dove l’unico rumore sono i rinvii e il respirare profondo del primo di cordata. Quello è la nostra felicità. Personalmente non arrampico per il selfie in cima o in sosta, anche se li faccio. Facendo queste foto cerco di bloccare con un’immagine un ricordo di serenità, felicità e amicizia.

Stare in bivacco o in rifugio di sera, cucinare quel misero piatto di pasta o minestra, leggere un libro con la luce della frontale, ascoltare il vento, discutere di montagna, società e filosofia è diventato per me uno stile di vita. Così come valuto le persone che girano nell’ambiente della montagna attraverso la capacità tecnica, ma anche attraverso la capacità personale di essere partecipe ai miei pensieri.

Di compagni di cordata né ho cambiati tanti, ma solo uno rimane Il compagno di cordata, ovvero quella persona che posso definire un vero amico.

Buona ghisa a tutti e ci sentiamo tra due settimane, quando vi parlerò delle falesie (note, per quelle nascoste arrangiatevi) sparse sul territorio.

Qui le puntate precedenti.

Fine quarta puntata.

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