26 giugno 2017

Babylonia Mon Amour: la deriva esistenziale di una comunità di immigrati nei sobborghi di Barcellona

el sunto Al Trieste ShorTS International Film Festival, che si terrà dall'1 all'8 luglio, ci sarà l'anteprima nazionale del docufilm di Pierpaolo Verdecchi

Quello dell’immigrazione è, senza dubbio, uno dei problemi più sentiti del nostro tempo. Tra sbarchi, polemiche, talk show e quant’altro, ogni giorno la questione viene sollevata, dall’ambito regionale a quello mondiale. A livello nazionale, la politica tesse le proprie trame con una retorica da far gelare i polsi: perennemente in campagna elettorale, c’è chi costruisce la propria candidatura insistendo su un fronte anti-immigrazione, come fosse la soluzione a tutti i problemi del Paese; altri credono, figli d’un ingiustificato e ottuso ottimismo, che accettare i richiedenti asilo sia sufficiente, come se l’integrazione fosse un’automazione banale e scontata. I media, in questo contesto, fungono da cassa di risonanza, ingigantendo il problema, o meglio, distorcendone i contorni e le proporzioni, creando talvolta allarmismi inutili ma ignorando altri aspetti, pur fondamentali, della questione.

In effetti, al di là dalle posizioni differenti che si possono legittimamente assumere a riguardo, in questo instancabile chiacchiericcio raramente viene data voce a chi è veramente ‘protagonista’, a chi arriva, abbandonando le proprie terre, i propri cari, le proprie famiglie, portando dentro di sè dolori, paure e speranze, per affrontare un pericoloso viaggio di centinaia e centinaia di chilometri. Il riconoscimento dell’altro passa, innanzitutto, tentando di mettersi nei suoi panni: chi racconta, oggi, tutto ciò? Lo spettacolo, oramai consorte di un’informazione sempre più puttana, miete l‘aspetto più intimo della persona, lo fagocita, lo banalizza per restituircelo sotto le forme confezionate (a noi ben più note e rassicuranti) della dichiarazione di questo o quel politico, giornalista, opinionista. Insomma, si ha sempre a che fare con il punto di vista europeo e occidentale, la prospettiva dell’immigrato raramente viene presentata: semplicemente non interessa perché non fa statistica e nemmeno polemica; rischierebbe, poi, di porci in una prospettiva differente, alternativa, spiazzante per le nostre orecchie tarate su certe specifiche frequenze; sentire la loro voce non solo non ci aiuterebbe a risolvere i problemi, ma potrebbe addirittura sollevarne altri.

Fortunatamente, lontano da questi riflettori, in molti si preoccupano di sopperire a tali mancanze. Non solo giornalisti o politici dall’ormai rara sensibilità, ma anche scrittori, registi, musicisti: d’altro canto, in ambito artistico, l’altro è sempre stato oggetto di attenzioni particolari. Babylonia Mon Amour è un film-documentario che si inserisce proprio in questa regione mediana, nella terra di nessuno relegata a fastidioso ronzio di fondo dalla comunicazione mainstream. Il regista, Pierpaolo Verdecchi, si è immerso nella quotidianità di una piccola comunità di senegalesi, immigrati clandestini, giunti in Europa sperando di poter vivere una vita ‘normale’. Loro hanno scelto come meta Barcellona, una città che, nell’immaginario, rappresenta una delle perle del Vecchio Continente. Vivibile, accogliente, aperta. Ma la realtà non è quella della cartolina e dell’immaginario collettivo, quella tanto sperata, e si ritrovano in una metropoli controllata, che esclude il diverso. Abbiamo intervistato Pierpaolo Verdecchi, regista, e Ivan Bormann, produttore assieme a Fabio Toich, per farci spiegare la genesi e gli intenti di questo film così particolare, alle quali hanno unito considerazioni riguardo l’ambito cinematografico. La ‘prima’ italiana si terrà a Trieste venerdì 7 luglio, ore 21.30, all’Ariston, presso il festival ShorTS – manifestazione che durerà dal 1 all’8 luglio.

Com’è nata l’idea di questo film?

Pierpaolo: Avevo una forte empatia verso questi ragazzi, li avevo intravisti due anni prima proprio in quella casa occupata, quando ero di passaggio a Barcellona. Appena ho potuto sono partito per stabilirmi lì con loro, sentivo che c’era un conflitto fra la loro realtà e quella della Barcellona da cartolina che siamo abituati a vedere: filmare quel conflitto era per me necessario in quel momento, mi sembrava una cosa importante. Dopo un primo periodo normale di scetticismo e attriti verso me e il progetto, piano piano sono iniziati a nascere dei rapporti, alcuni di amicizia, anche forte, senza mediazioni o riserve, su un terreno a tratti condiviso. Ad esempio parlavamo molto di come non si riconoscono nell’immagine che i media danno di chi emigra, di come ci sia un’immagine dominante che blocca alcuni pensieri e ne propaga altri, erano incazzati con i giornalisti e questo in me accendeva grande entusiasmo, era la possibilità di incrociare un po’ i nostri punti di vista e vedere cosa accadeva.

La realizzazione del film non è stata delle più semplici, su più piani.

P: Non avendo una produzione alle spalle avevo problemi di soldi, che a volte ho risolto in modi poco ortodossi, ma non avevo il fiato sul collo delle logiche produttive ‘standard’, ad esempio i limiti temporali dove non puoi ‘guadagnarti’, giustamente e per fortuna, quei rapporti confidenziali che solo il vivere assieme può dare. Ma avevo un sacco di limiti, la natura randagia del loro modo di fare, sempre imprevedibili. Quelle poche volte che ho provato a mettere in scena qualcosa che avevo precedentemente visto ma non ripreso, era sempre un disastro. Al contrario le scene migliori sono quelle accadute davanti a me, spontaneamente, con un’ intenzione comune alle spalle che aveva proprio quegli argomenti come spinta – cose che poi ho capito quando ho iniziato a tradurre il materiale, perché, non capendo il wolof, durante le riprese ero all’oscuro di quel che dicevano, e questo mi ha spinto a decifrare il linguaggio dei corpi, che conosco un minimo per via della fotografia, che ho praticato per anni. Vivere la totale quotidianità di una realtà così ti riserva grandi sorprese, piccole magie che ti vengono regalate e a cui la macchina da presa reagisce. Più passava il tempo e più perdevo quello che chiamiamo il controllo sul film, avevamo ormai una sintonia fatta di condivisione che bilanciava i vuoti della mancata organizzazione quotidiana, tutto viaggiava all’insegna dell’improvvisazione, dei colpi di scena, con e senza macchina da presa, fra di noi e al di fuori di noi, nelle strade, fra la gente con cui si interagiva.

Ops! Film, casa di produzione di Trieste, ti è venuta incontro quando ti sei trovato in un momento di difficoltà. Come si sono incrociati i vostri percorsi?

P: Nel ridente panorama delle produzioni italiane di cinema, o peggio televisive, incontrare Fabio e Ivan è stata una fortuna rara. Io ero ancora in Catalogna, dopo un anno e mezzo fra riprese, traduzioni e una preselezione del materiale, e una deriva filmica che non riuscivo più a gestire, fatta di dubbi, cosa che ‘mancavano’, idee nuove, insomma un delirio, ero un po’ cotto e mi premeva montare, ero in contatto con con un amico montatore ma sentivo che non era la strada. Poi ho pensato a loro di Ops! Film, ci siamo sentiti e abbiamo capito che si poteva fare, ero entusiasta avevo trovato qualcuno che aveva capito lo spirito, poco dopo ero fisso a Trieste. Con Fabio, il montatore, abbiamo iniziato a vedere il materiale e imbastire la struttura del film mentre Ivan ha iniziato a cercare fondi e a promuovere il progetto, insomma il lavoro di produzione vero e proprio.

Ivan: Con Pierpaolo avevo lavorato a Roma per la trasmissione ‘Okkupati’ alcuni anni fa. In tutto questo tempo ci eravamo comunque tenuti in contatto, e lui mi raccontava che da anni stava seguendo questo progetto molto particolare, in cui aveva incontrato un gruppo di senegalesi migranti a Barcellona e aveva vissuto con loro, condividendo la loro quotidianità, di vita di strada, tra eccessi, perdizione nel mondo allucinante e allucinato dell’Europa e della grande metropoli. Aveva documentato, stando con loro e vivendo con loro nei loro ‘squat’ e nelle loro strade, questa vita ai margini con uno sguardo poetico e fotografico molto intenso: Pierpaolo nasce come fotografo, quindi è sempre molto attento al racconto per immagini e al parlare attraverso esse – e quindi i suoi messaggi sono prettamente visivi ed estetici, anche se sono poi legati a dei contenuti molto forti.

Quindi vi siete trovati ad intervenire sul materiale già girato per dargli una forma compiuta.

P: Ci siamo mossi un po’ come un’autoproduzione, basi condivise e sguardi simili, spazi individuali in cui muoversi e bei periodi di quotidiano lavoro. All’inizio avevamo ‘solo’ la voglia, la spinta, ma zero soldi, tenere botta non era per niente scontato, il montaggio vuole molto tempo, ci siamo accorti che io avevo portato due film diversi che all’inizio volevo provare a tenere uniti, poi abbiamo scoperto altro, abbiamo iniziato ad esempio a mettere assieme una serie di ‘pezzi’ di realtà, di scene madri, su cui poi abbiamo tessuto la struttura.

I: Pierpaolo mi parlava di questo film, che era partito in maniera autoprodotta, con fondi e mezzi suoi. Era partito col suo camper, con la sua attrezzatura, aveva girato e ripreso l’audio lui, aveva cominciato a montare le prime scene nel camper. Però si era un po’ perso e non sapeva bene come mettere assieme il tutto, aveva molte idee diverse, molti film in testa – come spesso capita quando ti immergi completamente e da solo in un’esperienza del documentario – e quindi aveva bisogno di una “sponda”. Nel frattempo Fabio aveva aperto una casa di produzione – la Ops! Film – e io gli davo una mano da esterno seguendo la parte di produzione. Ho spiegato la situazione a Pierpaolo, che Fabio è un bravo montatore e che avrebbe potuto aiutarlo anche a districarsi nella matassa di storie possibili dell’immenso materiale che lui aveva girato. Lui ha accettato ed è venuto qui sempre col suo camper un paio di anni fa.

Com’è proseguita la collaborazione?

I: Abbiamo presentato il progetto al Fondo per l’audiovisivo della regione, che ne ha finanziato lo sviluppo. Era un progetto un po’ particolare, nel senso che il film era quasi tutto girato e si trattava di riscriverlo al montaggio – in quanto mancava di un trattamento della sceneggiatura e si trattava di dargli una forma, cosa che ha fatto Pierpaolo assieme a Fabio al montaggio. Dopodiché siamo arrivati a finirlo e ad essere in concorso al Visions du Reel, che è un festival importante per la qualità della prodotti che prende in concorso, a Nyon, Svizzera.

A breve ci sarà la prima italiana.

I: Sì, grazie all’interessamento di Beatrice Fiorentino, che sin dall’inizio ci ha seguito, consigliato, stimolato e che cura la sezione Nuove Impronte di Maremetraggio che è la sezione dedicata agli autori italiani per le prime e seconde, parteciperemo al ShorTS International Film Festival. Quindi l’anteprima italiana sarà qui a Trieste, la prima settimana di luglio. Dopodiché inizieremo con un giro di altri festival, una piccola tournée che organizzeremo autonomamente in giro per l’Italia – siamo sempre disponibili a contatti con distribuzioni e quant’altro, ma il film camminerà anche con le sue gambe, lo stiamo vendendo alla tv catalana ma ci sono anche altre distribuzioni interessate, e quindi il film andrà avanti.

Questa è stata la prima esperienza di Ops! Film di sola produzione, dopo vari lavori in regia.

I: Io e Fabio Toich lavoriamo da anni assieme sui documentari e in generale sul cinema. Come ho già accennato, da qualche anno abbiamo iniziato ad interessarci ai meccanismi che stanno dietro alla produzione di un film, da quando abbiamo fatto la co-regia del documentario An Anarchist Life. Questo interesse derivava dal fatto che volevamo avere maggior controllo e indipendenza su quello che facevamo – ma anche perché, con gli anni, soprattutto io mi sono incuriosito di capire anche quali fossero i risvolti creativi e le possibilità che il mondo della produzione concedesse a un autore, e quindi ho iniziato ad interessarmi a questi aspetti, mentre Fabio si occupava del montaggio. Poi assieme ci lavoravamo sulla regia.

Pierpaolo, come descriveresti la fotografia del tuo cinema? 

P: Sono cresciuto amando alcuni fotografi che mi hanno aperto la testa, tipo Eugene Smith, Tano D’Amico, Augustì Centelles, Letizia Battaglia… Ma ne odiavo tanti altri ‘Grandi’, e non sopporto le agenzie fotografiche e quegli incompetenti che ci lavorano dentro, quelli che decidono che storie bisogna raccontare e magari anche come, quelli che ti dicono “la gente non vuole vedere questa roba”, poi scopri che la gente vede quello che gli lascia bere chi ha i rubinetti delle immagini e della Storia. C’è qualche eccezione certo. Hanno detto, ed è vero, che Babylonia Mon Amour è filmato in maniera intima ma frontale, mi piace questa unione di cose apparentemente opposte, sono attratto dalla Bellezza, in mezzo alle macerie, manifeste o interiori che siano, come l’unione di una enorme forza che contiene anche una grande tenerezza. Poi il conflitto che volevo filmare fra la realtà vissuta dai ragazzi e la realtà di una metropoli escludente e controllata come Barcellona mi forniva gli elementi e gli spunti con cui interagire, quegli elementi che ti si compongono, a volte magicamente, dentro al rettangolo. Giravo spesso a mano e questo mi divertiva molto, volevo avvicinare e far scontrare fra loro cose diverse, avevo l’attenzione anche a quello che ci succedeva accanto, poi lasciavo libera la camera di andare a vedere.

Per concludere, cosa diresti ai tuoi colleghi più giovani?

P: Mi piacerebbe ci fosse più unione, al di fuori della creazione dei film dico, dovremmo unirci una po’ e rompere di più i coglioni, bastano piccoli gruppi. Dovremmo criticare e mettere i bastoni tra le ruote a chi ci compra i film, le produzioni, le distribuzioni, e invece ce ne stiamo tutti nel proprio orticello a elemosinare un po’ di acqua, ognuno si arrabatta come può e intanto ci fanno un gran culo. Ognuno fa il piccolo autore, è insopportabile, ridicolo, mi mancano i movimenti artistici che scuotono, che fanno partire o che alimentano onde, che rompono con quello che già c’è. Cioè mi piacerebbe che l’arte, qui il cinema, facesse un gran rumore.

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