17 giugno 2017

Tira la bomba – intervista a Pino Roveredo

el sunto Intervista a Pino Roveredo in occasione dell'uscita del suo nuovo libro Tira la bomba

Giovedì 15 giugno abbiamo fatto una chiacchierata con lo scrittore Pino Roveredo in occasione della presentazione del suo nuovo libro Tira la bomba.

Pino Roveredo è nato a Trieste nel 1954. Nella sua vita ha scritto racconti, romanzi e vari testi teatrali. Con il romanzo Mandami a dire ha vinto il premio Campiello nel 2005.

Nelle sue opere si è sempre occupato degli esclusi, degli emarginati, dei dimenticati , dei tossicodipendenti, dei malati psichiatrici e dei detenuti. Ha sempre raccontato le loro storie in maniera discreta ma incisiva, per dar loro presenza, voce, forza e dignità. La sua scrittura diretta, semplice, viva, di una sensibilità profonda e schietta senza preamboli che a volte spiazza ma non fa mai male, anzi ti consola ti libera e ti fa sentire più compreso. La sua profonda umanità, dovuta anche a situazioni molto difficili vissute nella sua infanzia e giovinezza si percepisce non solo dalle righe delle sue storie ma pure ascoltando i suoi racconti a voce. Pino Roveredo è infatti anche un gran oratore carismatico che esprime tanta umanità e vicinanza condita da un’ironia rassicurante. La sua ironia a volte potrebbe però sembrare leggermente fastidiosa, quasi come quella pungente di un ragazzo di periferia che non è cresciuto mai del tutto e si gioca di te per divertirsi un po’, o forse soprattutto per tirarti in ballo e farti pensare a temi scomodi che spesso cerchi di evitare per pigrizia o superficialità.

Tira la bomba, perché questo titolo? Ci sono forse riferimenti all’attualità?

La scelta è riferita esclusivamente al contenuto del libro che parla del ritrovamento di un ordigno bellico inesploso nella collina dell’ ex Italsider a Trieste, da tre ragazzi che giocano assieme. I ragazzi Giuliano, Stefano e Mirko sono originari del rione di San Servolo.

Cos’è la bomba, cosa rappresenta anche a livello simbolico?

La bomba diventa un loro segreto che negli anni li proteggerà dalle intemperie della vita e li unirà. Con il tempo assume quasi le sembianze di un oggetto magico che nel corso delle loro vite darà loro energia, sicurezza e protezione.

Nel libro si racconta della generazione che è nata dopo la seconda guerra mondiale?

I tre hanno dei caratteri diversi, uno di loro è idealista e comunista, mille logiche, dignità, voglia di combattere ma questo idealismo poi alla fine lo tradirà, e ciò è riferito alla generazione dei sessantottini che si sono traditi, facendo poi vite totalmente diverse da ciò che avevano idealmente sognato e ciò per il quale combattevano da giovani.

Cosa sognavano Giuliano, Stefano e Mirko quando erano ragazzi?

I tre uomini hanno voglia di rivalsa, tutti e tre provengono da famiglie umili, con vite molto semplici ed infanzie dure e difficili. Il loro tentativo di rivincita però non andrà a buon fine e la loro amicizia servirà anche a proteggerli dai fallimenti delle loro vite, di questo si accorgeranno quando ne rimane uno solo e lì il dubbio – chissà se sia stata o meno vera amicizia oppure solo un’abitudine, un modo per stare insieme esclusivamente per sentirsi meno soli.

Il tema principale del libro è l’amicizia oppure forse l’illusione di essa?

Voglio raccontare quanto è diversa e sacra l’amicizia con la A maiuscola, dalla conoscenza e abitudine di frequentarsi.

Questo libro è anche autobiografico?

Lo è in parte. Anch’io come i personaggi ho vissuto in un rione di Trieste, un’infanzia umile e difficile e i miei amici di allora avevano peculiarità che si possono ritrovare in questi ruoli.

Riguardo a Trieste ed ai suoi rioni, questo libro racconta anche un po’ la storia della città dei suoi ultimi 50 anni?

La storia locale appare in maniera sfumata, c’è una passeggiata a Trieste, dove racconto il mio amore per la città, mostrando dei particolari di cui un abitante non si accorge più per abitudine. Racconto alcune zone e le sue vie, descrivendo anche il rione, forse oggi giorno un po’ dimenticato, lasciato quasi diventare periferia abbandonata, mentre una volta i rioni erano l’anima pulsante di Trieste.

Come vede adesso il suo rione di nascita San Giacomo? Lo vede cambiato in cosa?

San Giacomo era il rione dei lavoratori e degli operai ma oggi si è perso l’animo di queste persone, ciò succede anche a Servola ad esempio, una volta le persone non chiudevano le case a chiave, le famiglie erano più unite c’era molta solidarietà e senso di comunanza, oggi invece questi sentimenti sono stati sostituiti dalla diffidenza e dalle paure. Inoltre un tempo si citava con orgoglio il proprio rione come per un certo senso forte di appartenenza che ora non noto più.

foto Roberta Grubelli

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