5 giugno 2017

Camera di Specchi: mettere in campo l’immagine di sé che si trasmette e contamina l’immagine dell’altro

el sunto Intervista a Ivan Bormann dell’Associazione Drop out che organizza il workshop di cinema Camera di Specchi.

Nel mese di marzo si è tenuta la quarta edizione di Camera di Specchi, un workshop partecipativo incentrato sulla formazione per i giovani che desiderano confrontarsi col mondo del cinema. Progettato dall’associazione di promozione sociale Drop Out, coordinata da Ivan Bormann e Fabio Toich, questa edizione, rispetto alle precedenti, si è concentrata su un aspetto più tecnico del mondo cinematografico: la scrittura delle colonne sonore e il sound design. Per questo motivo non poteva esserci cornice migliore nella Casa della musica, gestita da Gabriele Centis, che ha messo a disposizione ai partecipanti un luogo creativo dove, alle lezioni frontali dei docenti, si sono alternati momenti di confronto critico e improvvisazione musicale. La sei giorni di corsi ha visto i 10 partecipanti seguire le direttive di insegnanti non solo dotati di grande competenza ed esperienza, ma soprattutto in grado di confrontarsi con allievi con background totalmente diversi: da studenti del conservatorio a sound designer già inseriti nel settore, passando per musicisti alla prima esperienza nel campo – si è immediatamente creato un gruppo di lavoro stimolante. L’obbiettivo del corso era quello di fornire ai ragazzi le basi necessarie per musicare un breve documentario.

Le lezioni sono cominciate con Francesco Morosini, sound designer e montatore del suono, che ha affrontato alcune questioni specifiche a cavallo tra la produzione cinematografica e musicale: dalle tecniche di registrazione ai “trucchi” utilizzati per la rumoristica dei film e documentari, ha fatto luce su un mestiere ai più forse ancora poco conosciuto in Italia ma che in realtà ha un ruolo fondamentale nell’audiovisivo. Nei due giorni successivi i ragazzi sono stati impegnati in un laboratorio di composizione con Stefano Bellon, docente presso il Conservatorio G. Tartini, che in passato ha lavorato nella realizzazione di musiche per la diffusione radiofonica e televisiva. La sua esperienza ha permesso non solo di riflettere su alcune tecniche compositive basilari, ma anche ha fornito agli studenti un inquadramento storico grazie ad ascolti mirati, debitamente commentati. La terza fase ha visto la partecipazione di Teho Teardo, musicista e compositore originario di Pordenone che ora lavora a livello internazionale: tra gli altri, ha collaborato con Sorrentino, Vicari, Faenza, Garrone. Nel primo giorno sono state affrontate tematiche più generali: dall’importanza nell’organizzazione da adottare per poter svolgere il lavoro, al capire come concretizzare le indicazioni e necessità del regista, passando per alcune astuzie su come rinnovare continuamente la propria creatività. Il secondo giorno è stato probabilmente il più stimolante da un punto di vista strettamente musicale: dopo aver individuato i punti musica per il documentario, ai ragazzi è stato chiesto di metter giù alcune idee: alcuni col pianoforte, altri con sintetizzatori, chi con la chitarra o col computer, sono nate improvvisazioni volutamente di getto, dettate dal voler ricreare una determinata sensazione capace di accompagnare al meglio le immagini. La chiusura delle lezioni è stata affidata nuovamente a Francesco Morosini, col quale si è fatto un sunto dell’esperienza e si sono ripresi in mano gli strumenti, con l’idea di proporre un confronto critico delle idee (per quanto embrionali) di ognuno, per abbozzare già alcuni miglioramenti e indicazioni. Nelle settimane successive i partecipanti sono stati impegnati nel lavoro di sound design e nella creazione di colonne sonore originali per un breve documentario – colonne sonore che sono poi state commentate vicendevolmente dai ragazzi e anche da Teho Teardo, così da poter ricevere dei feedback e migliorare ulteriormente i propri lavori, col fine di simulare concretamente un’esperienza di tipo professionale. L’idea è quella di trasmettere i lavori dei ragazzi alla prossima edizione del Trieste Film Festival, vista la collaborazione instaurata con Camera di Specchi e Drop Out.

È difficile, soprattutto in regione, imbattersi in eventi di questo tipo: dai docenti ai partecipanti, passando per la location e l’organizzazione, si è immediatamente creata un’intesa dettata dal libero confronto, dal desiderio di imparare, dal volersi mettere in gioco. Il tutto – cosa non da poco, soprattutto di questi tempi – a carattere puramente gratuito. Abbiamo voluto conoscere meglio il mondo di Camera di Specchi e dell’associazione che organizza questo workshop, Drop Out. Parlando con Ivan Bormann, rappresentate dell’associazione, abbiamo avuto modo di capire cosa li spinge a proporre dei laboratori così poco ortodossi rispetto alla normalità regionale – tentando inoltre di approfondire una questione spinosa come quella dei finanziamenti regionali per le manifestazioni cinematografiche, che nonostante l’operato sociale ed educativo del progetto, non andranno a contribuire, come hanno fatto negli ultimi 4 anni, alla realizzazione della prossima edizione del workshop.

Quali sono i vostri obbiettivi?

DropOut è un’associazione con finalità di promozione sociale nata dieci anni fa. Alcuni tra i suoi componenti fondatori avevano un background che metteva assieme sia competenze cinematografiche che educative e quindi abbiamo pensato di trovare dei percorsi che potessero utilizzare il cinema e i video come strumenti di intervento nel sociale, promuovere qualche tipo di trasformazione, sviluppare dei percorsi collaborando con soggetti più vari. Pian piano ci siamo avvicinati alla formazione come sbocco quasi naturale, anche se, in realtà, scegliamo di anno in anno quanto peso dare all’impatto sociale dei vari progetti.

Camera di Specchi, da dove deriva questo nome?

La prima edizione di Camera di Specchi è stato un laboratorio di scrittura di un cortometraggio, presieduto da un docente inglese, Gareth Jones. Questo laboratorio è stato organizzato in parte a Trieste, in parte a Momiano, in collaborazione con la comunità degli italiani del posto, e subito si è pensata a una storia che fosse una storia di confine e sconfinamenti. Per cui si è creata questa situazione di italiani di oltre confine che, assieme a ragazzi di qua, scrivevano qualcosa, quindi c’era questo pensiero del rispecchiarsi, confrontarsi, ragionare, sdoppiarsi, vedere la propria identità messa in gioco – e lo specchio ci è sembrato un elemento interessante. L’idea di Camera di Specchi era quella di un luogo dove uno entra e si riflette in vari modi, si vede in varie forme e l’immagine di sè che viene rimandata magari non corrisponde a quella che lui si immagina e quindi si contamina con quella degli altri. Questa è quindi l’impostazione di fondo che poi è rimasta del laboratorio, che di anno in anno cambia per contenuti, forme, tipologie, però resta un laboratorio interattivo, più partecipato possibile, legato all’audiovisivo e di volta in volta legato a un tema, un genere, un aspetto del fare cinema.

Come si è sviluppato il progetto?

Camera di Specchi ha avuto una seconda edizione più importante, finanziata, oltre che dalla Regione, dal Ministero della Gioventù, che ha permesso di allargare il bacino di utenza a tutte le minoranze europee – per cui era venuta gente dalla Catalogna, Galles e da altri Paesi in cui sono presenti delle culture minoritarie – nella quale è stata realizzata, dividendosi in squadre, l’idea iniziale elaborata nell’anno precedente. Nell’edizione successiva, la terza, abbiamo invece lavorato, con il regista Alberto Fasulo, su un documentario, scegliendo dunque il genere come focus, individuando come tema quello delle migrazioni. Quindi i ragazzi hanno seguito un percorso di formazione e poi hanno fatto dei brevi documentari sul tema dell’immigrazione, visto da una posizione molto personale e autoriale. Quest’anno abbiamo invece deciso di occuparci di un aspetto più tecnico, quello delle colonne sonore, anche perché nella seconda edizione avevamo già collaborato con Teho Teardo, che aveva tenuto una specie di masterclass e ci eravamo trovati molto bene, e quindi abbiamo pensato di lavorare nuovamente assieme. Anche perché una delle altre idee di Camera di Specchi è quella di mettere i giovani che iniziano a muoversi negli ambiti audiovisivi in contatto con professionisti anche originari della regione e che magari hanno avuto una carriera nazionale o internazionale.

Cosa riserva il futuro? A cosa ambite?

Adesso stiamo cercando, anche mediante il fundraising, quali possono essere i canali per finanziare la prossima edizione di Camera di Specchi. Il nostro desiderio è quello di trasformare Camera di Specchi in un laboratorio permanente, con delle attrezzature e consulenti a disposizione, dove un ragazzo possa realizzare un cortometraggio, sviluppare un’idea e qualche cognizione di base sulla produzione, distribuzione e tutte le varie fasi della produzione audiovisiva. Vorremmo far sì che l’accesso fosse molto facile, senza ostacoli di nessun tipo. Questo necessiterebbe di fondi che andrebbero al di là di un fondo annuale specifico su un progetto, e quindi questa idea resta la nostra chimera e chissà se un giorno riusciremo a realizzarla. Nel frattempo andremo avanti a cercare dei finanziamenti per attività più specifiche. In realtà, comunque, il laboratorio è attivo, nel senso che abbiamo altri progetti paralleli a Camera di Specchi, ma ancora non c’è quella funzione di “sportello”. Ci capita sempre che i ragazzi che frequentano il nostro laboratorio ci vengano a chiedere come realizzare concretamente le loro idee, come fare per trovare i fondi o qualcuno che sappia fare le riprese ecc. Noi un po’ lo facciamo in maniera informale – mettendo in contatto le persone – però ci piacerebbe che questa cosa fosse più strutturata. Per cui vorremmo puntare più a questo aspetto della formazione che all’aspetto della formazione altamente specializzata, per la quale esistono altri canali, strutture e finanziamenti. A noi piace lavorare sulla fascia di primo ingresso, di sperimentazione, dando la possibilità di dar consigli a chi vuole provare ad avvicinarsi a questo mondo.

Riguardo la questione dei finanziamenti. Voi siete una delle poche realtà regionali non solo a proporre workshop di questo tipo, ma siete i soli a farlo gratuitamente, venendo incontro soprattutto agli artisti più giovani. Eppure, nella recente tabella dei finanziamenti regionali, non comparite. Cosa puoi dirci a riguardo?

Innanzitutto che noi speriamo di mantenere Camera di Specchi gratuito. Fin dall’inizio abbiamo fatto questa scelta, andando a cercare dei fondi pubblici e fino ad ora abbiamo sempre avuto dei finanziamenti regionali attraverso il bando delle attività culturali. Anche se occorre dire che, paradossalmente, la gratuità può essere vista come un disvalore: è capitato che qualcuno ci abbia snobbato proprio perché il corso è gratuito, credendo fosse di bassa qualità. Ma poi, quando abbiamo iniziato a mettere dei nomi più famosi, allora la gente ha cominciato a rivalutarci. Sappiamo di certe associazioni che mettono delle quote di iscrizione affinché il progetto sia più credibile e poi anche perché se paghi tendi ad essere più coinvolto – e in effetti in passato ci sono capitati dei casi di “dispersione” di alcuni elementi, soprattutto quando si trattava di percorsi più lunghi: chiaramente se hai pagato ti senti più in dovere di seguire più il percorso. Tornando alla questione dei finanziamenti, il muoverci in un ambiente legato a tematiche sociali, di integrazione, multiculturali è anche un canale attraverso cui ottenere dei fondi. Il sistema dei finanziamenti regionali è un sistema complesso, strutturato a step: all’inizio uno può accedere a finanziamenti specifici su progetti per poi arrivare a finanziamenti diversi, triennali, che permettono di organizzare meglio l’attività e che interessano le grosse associazioni che organizzano prevalentemente festival e premi. Questo è un traguardo a cui puntiamo e a cui speriamo di arrivare, ma occorre un certo curriculum e una serie di attività svolte per molti anni. Per cui noi ci siamo mossi ogni volta presentando la domanda e qualche volta è andata bene, qualche volta no – per i motivi più disparati. Però siamo sempre riusciti a mantenere una certa continuità.

Hai menzionato il crowdfunding: può essere un canale per il vostro progetto?

Noi abbiamo già avuto un’esperienza di crowdfunding col secondo documentario, perché a fianco di quest’attività abbiamo anche attività di produzione prevalentemente di documentari, Opsfilm, che recentemente ha prodotto Babylonia Mon Amour di Pierpaolo Vardecchi, presentato a Visions du Reel in Svizzera. In precedenza abbiamo realizzato delle cose sempre in collaborazione con DropOut e in uno di questi abbiamo tentato la strada del crowdfunding, col quale siamo riusciti a raggiungere l’obbiettivo prefissato, ma era solo una quota parzialissima rispetto al costo di una produzione cinematografica. Inoltre forse i tempi non erano ancora maturi per questo tipo di esperienza – era il 2013 o 2014. Abbiamo fatto fatica a raccogliere la cifra che ci eravamo prefissati, mentre sappiamo che altre produzioni hanno avuto dei fortissimi risultati. Uno dei casi emblematici è il documentario “Io sto con la sposa”, di Del Grande, che ha ricevuto 75mila euro di crowdfunding. La sua è stata certamente un’idea geniale, facile da comunicare ma, come succede in questi casi, se fai riferimento a una comunità già esistente su internet, che ha già un buon bacino di utenza, le cose vengono con maggior facilità. Del Grande poi è un giornalista/blogger che da anni ha un suo blog e scrive di queste cose. E infatti, paradossalmente, quello che sta succedendo nel crowdfunding, in alcuni casi è che finisce che lo fa Spike Lee o comunque il regista già famoso, perché così riesce ad essere autonomo senza condizionamenti dalla produzione, ma il tutto va a discapito dei piccoli produttori. In generale il crowdfunding funziona se hai un battage comunicativo, se hai energie, forze, competenze: funziona per progetti che hanno una comunicazione immediata, dove è chiaro a chi si rivolgono e hanno già un pubblico. Noi abbiamo avuto delle difficoltà anche perché a livello tecnologico l’Italia è un po’ indietro. Noi avevamo un film che si situava rispetto a un pubblico di quaranta-cinquantenni e quindi convincerli a inserire i dati della carta di credito su internet 4-5 anni fa era ancora una cosa strana e comunque anche oggi è diverso che chiederlo a dei giovani. Adesso stiamo valutando di presentare, mediante Banca Etica, che promuove alcuni progetti di crowdfunding, Camera di Specchi appunto come progetto, però secondo me è complicato da comunicare, non è abbastanza conosciuto, quindi ci stiamo ragionando.

Cinema in regione. Come sta procedendo?

Bene, nel senso che negli anni è cambiato tantissimo, con la Film Commission e il Fondo per l’audiovisivo, che sono i due soggetti che si occupano di promuovere il cinema in regione, con le produzioni che vengono a girare i film qui e coi relativi fondi che vengono erogati e con il supporto che viene dato dal fondo regionale per l’audiovisivo alle imprese regionali. Sicuramente le grandi produzioni che vengono a girare qui mettono in moto una quantità di servizi e persone che aiuta molto il territorio e quindi per l’economia locale è un bene. Inoltre, sempre di più, si stanno creando delle professionalità locali: in passato la produzione si occupava di tutto, e da Roma arrivavano i tir, i “cinetrack” con tutto dentro, dal costumista all’elettricista, venivano qui, giravano e poi se ne tornavano via. Negli anni, invece, si sono sviluppate tutta una serie di professionalità, anche di manovalanza, nell’ambito della produzione cinematografica, annessi alle grosse produzioni e adesso ci sono tante persone che lavorano su questo. Per quanto riguarda le produzioni regionali, anche lì si è sviluppato un settore. Non è facile crescere, ma c’è un continuo nascere e svilupparsi e ci sono anche delle buone collaborazioni, quindi è un settore che sicuramente sta andando avanti.

E in generale il cinema italiano?

Io mi occupo soprattutto di documentari. Anche qui sta emergendo una nuova generazione di documentaristi notevoli, che si discostano dal documentario classico, televisivo, proponendo alternative come il documentario narrativo, il documentario creativo, il documentario d’autore – che è quello che piace a noi, e infatti è quello che abbiamo fatto con Babylonia Mon Amour, che è questo film che abbiamo prodotto. Ci sono sicuramente autori, sceneggiatori, c’è fermento creativo. I problemi sono produttivi prima e distributivi poi. Nelle sale arrivano percentuali minime dei film che vengono prodotti. È molto difficile uscire in sala, c’è il monopolio delle grandi distribuzioni, c’è il controllo delle sale e le sale che rischiano sono poche, anche perché oramai si va poco al cinema. La distribuzione avviene per altri canali, però è un processo lento. Un po’ come nella musica, nella quale però sono i live che riescono a mantenere economicamente gli sforzi degli artisti. Nel cinema ancora non abbiamo ancora trovato quel che sostituisce l’entrata rappresentata dal biglietto della sala, perché la distribuzione online, con servizi on demand non è ancora un’alternativa concreta. Quindi è una fase di transizione da questo punto di vista, e le possibilità sono i festival, gli eventi, le associazioni, gli appassionati, però fare un prodotto che arrivi in una sala cinematografica tradizionale non è facile.

*Ivan Bormann sarà protagonista del prossimo evento The local artist is present, giovedì 8 giugno alle 17 al Buffet Da Siora Rosa

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