16 gennaio 2017

La Storia di Trieste raccontata al grande pubblico

el sunto Dalle origini ai giorni nostri, l'autore e giornalista freelance Nicolò Giraldi ripercorre le vicende principali della storia di Trieste.

Quello dello storico è un mestiere estremamente delicato. Quando noi, persone comuni, guardiamo al passato, tendiamo a dare per scontate troppe cose del presente, come se fossero valide per ogni luogo ed ogni tempo. Troppi “pregiudizi” della nostra vita ci influenzano. E non si tratta, banalmente, di constatare che trecento anni fa non c’erano smartphone e automobili, ma di rendersi conto che la vita quotidiana di ogni epoca è fatta di ritmi, usi, pensieri, momenti molto diversi tra loro. Immergersi nella storia, respirarne la quotidianità, viverla – perché questo deve fare lo storico – significa rinunciare alle certezze del presente, spogliarsi delle convinzioni che permettono di interpretare la nostra epoca per favorire l’incertezza, col fine di indagare e ricostruire la realtà a partire della frammentarietà fonti. Dunque servono, contemporaneamente, sia il coinvolgimento di chi si immedesima nello specifico periodo, sia il distacco critico dello studioso. La storia è un tentativo di ricostruzione dei fatti realmente accaduti – qualcosa, in linea di massima, di precario, instabile, sempre aperto a possibili modificazioni. Essa tenta di descrivere un momento, il passato appunto, che, come nel quotidiano del resto, fin troppo spesso si tende ad idealizzare, esaltandone i momenti migliori e dimenticando quelli peggiori, tanto che può capitare, anche negli storici, di provare sentimenti di nostalgia di un passato mai vissuto. Dopotutto lo storico è un essere umano, deve prestare attenzione non solo alle difficoltà oggettive dettate dalle circostanze, ma anche a quelle intime, legate ai suoi sentimenti.

Figuriamoci, poi, se un triestino deve raccontare la storia della propria città. No se pol, verrebbe da dire: troppo coinvolgimento. Per non parlare – rincariamo la dose – del presentare ai propri concittadini, notoriamente scettici e dissacranti, una Trieste totalmente diversa, raccontar loro, come un esploratore d’altri tempi che torna da un viaggio lungo anni, una realtà diversa da quella che conoscono, proprio laddove oggi sorgono gli edifici che vedono da una vita… È mai possibile compiere un’opera apparentemente così irrealizzabile? Alla faccia del mio scetticismo, pare proprio di sì. Chi scrive questo articolo non è triestino e forse proprio per questo la curiosità nel leggere Storia di Trieste è stata doppia. Saldamente guidate dalle fonti, le pagine di questo libro dipingono quadri di epoche irripetibili, quasi mitologici da quanto sono lontani e diversi dalla fisionomia della città che conosciamo. Un percorso che si perde nei secoli, da quando la zona venne abitata dalle prime popolazioni nomadi a quando Tergeste fu un centro romano secondario rispetto ad Aquileia. Dal periodo in cui, in pieno Rinascimento, si scontrava con la più grande potenza mediterranea del tempo, Venezia, a quell’età dell’oro che ne fece una città di fondazione, ossia quando gli Asburgo decisero di rendere quel piccolo centro di nemmeno cinquemila abitanti uno dei più importanti sbocchi sul Mediterraneo. Dal brulichio della vita nei vicoli della Trieste imperiale fino al passaggio al Regno d’Italia nel primo dopoguerra. Dalla follia fascista fino al boom economico di cinquant’anni fa.

Questo e molto altro ci racconta Nicolò Giraldi, giornalista freelance, creatore di Gironellastoria, autore in precedenza de La Grande guerra a piedi e ora di Storia di Trieste, dalle origini ai giorni nostri – edizioni Biblioteca dell’Immagine – libro che ha già riscosso un ottimo successo in città, stimolando la curiosità dei triestini. Per questo abbiamo deciso di intervistare Nicolò, per dar voce a chi ha dato voce al passato, per confrontarci con chi la storia l’ha toccata con mano grazie alle fonti e poi raccontata, con chi può guardare al presente con la consapevolezza di ciò è già accaduto. 

Quali sono le difficoltà maggiori che incontra lo storico nel momento in cui si propone di fare un simile lavoro? Ad esempio, più volte hai palesato la mancanza di fonti certe, almeno fino ad epoche relativamente recenti.

Innanzitutto occorre precisare che Storia di Trieste è un libro assolutamente divulgativo, che non ha alcuna pretesa di essere un lavoro storiografico o di riscrivere, riprendere – e magari modificare – il racconto degli eventi di questa città. Le difficoltà principali sono certamente nella mancanza di documenti e fonti, tuttavia il volume, avendo appunto carattere divulgativo, si appoggia a una bibliografia folta, dove si possono trovare i principali lavori realizzati nel corso dei secoli riguardo la storia della città. Talvolta la difficoltà è stata quella di prendere con le pinze alcuni lavori e alcuni passaggi sulle vicende di Trieste – soprattutto in epoca medievale e moderna – perché alcuni passaggi di certe cronache, vedasi quelli di Ireneo della Croce e Vincenzo Scussa, sono un po’ romanzati, e quindi possono dare al lettore una caratterizzazione un po’ esotica di com’era la città fino alla proclamazione del porto franco. La difficoltà ulteriore è quindi quella di basarsi su queste fonti romanzate e cercare di dar loro un’organicità, per riuscire a fare una sorta di collage, che è funzionale alla dimensione divulgativa del volume, però alle volte c’è il rischio di saltare da palo in frasca.

Com’è stato confrontarsi con quelle epoche così lontane? Da lettori ci si sente spettatori increduli dinnanzi al particolare sviluppo di Trieste: poco più che un villaggio fino a trecento anni fa, dagli inizi del Settecento un boom che ha stravolto la fisionomia della città.

Il tutto ha un carattere “allucinante”: le rappresentazioni storiche di Trieste, che siano letterarie o anche stampe e immagini, ti danno l’idea di come fosse totalmente diversa rispetto a oggi. Di conseguenza il confronto passa attraverso, per esempio, il passeggiare per la città: osservare quello che c’è oggi e al contempo immaginare, sulla base del periodo storico che stai raccontando, come la città fosse molto più piccola, racchiusa all’interno delle mura, come il contado fosse molto più spoglio di elementi urbani. Quando scrivevo e raccoglievo il materiale, poi, non mi rappresentavo il mare: a parte qualche caso particolare, nel Quattrocento, Cinquecento, Seicento questa dimensione non è presente, perché la vita si svolgeva all’interno del borgo fortificato, di quelle quattro mura che contenevano poche migliaia di persone, dove si parlava un dialetto – il tergestino – molto diverso rispetto a quello di oggi, definito talvolta come una lingua “forlana” corrotta. Quindi i confronti sono molteplici, perché passano attraverso la raccolta di un materiale eterogeneo che va rapportato con l’epoca contemporanea, senza però finire nell’anacronismo, ossia fare il confronto tra le epoche e prendere in esame categorie contemporanee e applicarle al passato: questo è il peccato principale per chi si occupa di storia. I confronti sono dunque molteplici, continui: già andando in giro e leggendo la toponomastica o semplicemente soffermandosi in alcuni punti della città emergono determinate storie e certi elementi che sono radicalmente diversi rispetto a quelli che vediamo. Per questo è allucinante, quasi trasognante: cammini circondato dall’asfalto e strutture urbane e ti immagini d’essere nella zona delle saline o nel contado appena fuori le mura.

Oggi si sta vivendo un momento difficile per quanto riguarda quell’idea di una Trieste multiculturale. Tale situazione si è già presentata in passato? Cosa c’è di diverso oggi?

A partire dalla proclamazione del porto franco in poi, la città vive un’espansione che porta all’abbattimento delle mura e cominciano ad affluire genti da tutto il Mediterraneo. Si stabiliscono le prime comunità religiose, ci sono lingue nuove che entrano nel tessuto sociale. Ma la fine della Prima guerra mondiale, il passaggio dall’Austria-Ungheria al Regno d’Italia prima e al regime fascista poi, modificano il tutto. Il fascismo di confine è molto duro, forse più duro che in altre zone del resto d’Italia, e porta ovviamente con sé degli strascichi. A sette anni di distanza dalla marcia su Roma c’è poi la grande crisi del ’29, che rappresenta uno degli elementi che contribuisce all’atmosfera di tensione che sfocerà nella guerra civile in Spagna prima e nella Seconda guerra mondiale poi, con quest’ultima che rappresenta un’altra grossissima cesura nella storia di Trieste. Ci sono elementi non di questa portata tra quelli che viviamo oggi. Ma se facciamo riferimento ai grandi movimenti migratori, al rifiuto dell’altro, al fatto che ci si sente sempre padroni a casa nostra, in generale la visione verso l’esterno è sempre diffidente: da questo punto di vista non è cambiato molto rispetto al passato. Cambia la percezione che si ha oggi, perché soprattutto grazie alle tecnologie moderne spesso ci si fa un’idea diversa rispetto a quella che è la realtà dei fatti. C’è però un problema di fondo: l’umanità si sposta da millenni. Ci sono ragioni economiche e sociali che portano le persone a muoversi, e quando giungono in un posto nuovo, entrano quasi in competizione con coloro che lì già vi abitano, pur magari non essendoci motivo. Certo i momenti, le epoche sono diversi, quindi un confronto è praticamente impossibile farlo, e non avrebbe alcun senso. Però è possibile identificare alcuni elementi comuni: la diffidenza, il sentirsi minacciati da chi viene da fuori, il cercare di essere protagonista a casa propria e quindi guardare con sospetto la persona che viene dall’esterno, che magari vorrebbe semplicemente inserirsi all’interno della vita sociale. Non è dunque possibile un confronto preciso, ma ci possono essere delle categorie che si ripresentano: oggi, per certi versi, sembra di rivivere l’epoca immediatamente successiva alla crisi del ’29, a causa della crisi del 2007-2008, dell’avanzare di determinati populismi o dell’innalzarsi delle barriere di confine. Quindi, per chiudere, è anche un corso e un ricorso storico, ci sono problemi che si ripresentano, per il semplice motivo che siamo su un pianeta che gira sempre. Ci sono degli elementi che possiamo considerare per capire che alle volte l’uomo veramente non impara mai da quello che è successo in passato.

Recentemente c’è stata la Marcia degli zaini organizzata da Luigi Nacci, alla quale hai partecipato. Cosa ne pensi dell’ordinanza e di questa risposta pacifica?

La mia posizione l’ho espressa chiaramente partecipando alla Marcia. A mio avviso, questo tipo di ordinanza e questo tipo di azioni politiche destano preoccupazione. Questo non vuol dire che ad esempio il fenomeno migratorio o alcuni recenti fenomeni di violenza o illegalità non debbano essere controllati o risolti, ma non è possibile che si debba reprimere tutto quanto e andare a stringere le maglie della sicurezza. Dal mio punto di vista, da cittadino, c’è modo e modo per riuscire effettivamente a risolvere determinati problemi. Di conseguenza la mia posizione è contraria e molto critica nei confronti di questo regolamento di polizia municipale: non è possibile che io non possa fare la carità e l’elemosina a una persona bisognosa, rischiando di essere sanzionato. Ma questo regolamento colpisce anche il bivaccare e sedersi per terra in determinate zone caratterizzate da monumenti o da aree storiche del centro cittadino. Mi chiedo, ad esempio, la prossima volta che verrà chiusa Piazza Unità per un concerto, tutte le persone che saranno sul molo audace che fine faranno? Certo, è vero anche che alcuni amministratori hanno detto che ci vuole un po’ di flessibilità, ma creando uno strumento del genere ci può essere una legittimazione della sanzione, andando a multare chiunque in maniera indiscriminata, sempre sulla base del disciplinare. La protesta pacifica che abbiamo fatto è simbolica, ma ha delle basi solide: ci sono state 150 persone che, con lo zaino in spalla hanno manifestato il loro dissenso. Magari continueremo, magari ne faremo altre, magari lo faremo in forme diverse, magari semplicemente dovremo aspettare che la giunta si esprima sul regolamento, che poi è stato bocciato da tutte e sette le circoscrizioni, dove solamente due sono in mano all’opposizione. Quindi se anche all’interno dello stesso partito è stata bocciata una proposta fatta in consiglio comunale, soprattutto da Pierpaolo Roberti, allora se fossi nella maggioranza comincerei a interrogarmi, a pensare di modificarlo. Non è per forza terribile ammettere i propri errori e fare un passo indietro. Mi piacerebbe che il sindaco Dipiazza si esprima un po’ di più, perché la trazione leghista di questa giunta è reale, e il sindaco alle volte accondiscende un po’ troppo alle richieste di questa trazione.

Nacci ha detto che «questi amministratori che pretendono di tornare indietro, a quando Trieste è stata bella, ordinata e pulita, in realtà fanno, storicamente, molta confusione: la città in passato è stata sì più ricca e popolosa rispetto ad oggi, ma questo è avvenuto nel disordine più totale, grazie a gente di tutte le lingue e culture che andava e veniva. Quella era la città ricca, quella in cui tutto avveniva in strada. E allora, se secondo loro per tornare indietro per diventare ricchi e potenti come città bisogna andare verso questa pulizia, vuol dire o che non hanno studiato, o che hanno studiato male, o che fanno finta di non sapere».

È vero che, come dice Luigi, la città ha vissuto determinati momenti storici, chiamati anche “l’età dell’oro” o semplicemente di grande evoluzione economica e demografica, soprattutto nel momento in cui arrivava gente da fuori e si stabiliva qui e c’era un continuo viavai di persone. Il contesto storico è ovviamente diverso e distante, però sono l’arrivo, la moltitudine, le lingue, le culture, le tradizioni che, mischiate tra di loro, possono dar vita a una dimensione molto più solidale e accogliente. Ma è possibile, ad esempio, che a Trieste non ci sia un ostello della gioventù in centro città? L’unico è a Miramare. Ci sono delle persone che arrivano in città attraverso il movimento lento, la viandanza, la bicicletta e che devono la sera tornare a Miramare, prendendo l’ultimo bus che li porta li, perché non c’è niente a Trieste. Il continuo viavai di persone è funzionale alla crescita, anche culturale, della città. Altrimenti facciamo di questa città un dormitorio: d’altro canto, al di fuori del centro cittadino e di alcune aree che si sono ripopolate grazie alla “movida”, la periferia resta vuota. Siamo in un decremento demografico pazzesco, tanto che nei prossimi anni scenderemo sotto le duecentomila unità per la prima volta da cento anni a questa parte. Di conseguenza, se il trend demografico è questo e nel frattempo non arriva qualcuno e la possibilità di far figli viene meno – ad esempio a causa di una situazione di crisi e mancanza di lavoro – dovremmo interrogarci su cosa sta diventando questa città. Il regolamento di polizia municipale, a mio avviso, va a dare man forte a questo tipo di problematica. Il fatto di dire: venite e arrivate – non solo nei confronti delle immigrazioni contemporanee, ma per cercare di diventare quasi un’attrazione, di avere una capacità attrattiva – può essere una soluzione. È anche vero che gli amministratori, sia locali che a livello nazionale, dovrebbero fare qualcosa di più per tenere la gente qui, e fare in modo che i giovani non se ne vadano all’estero a spendere quella formazione culturale che lo Stato italiano ha garantito negli anni.

Oggi, in un’epoca dove siamo tempestati dall’informazione, sembra essersi persa quella lentezza, quel respiro necessari per riflessioni e studi storici e in generale per studi di qualità.

È un grosso punto da sviscerare. L’accelerazione che stiamo vivendo è talvolta drammatica. È il flusso di informazioni che è molto più rapido e veloce ed è molto difficile riuscire a starci dietro. Una cosa che a me sta cara è il rapporto tra l’online e la carta stampata: una larghissima fetta di popolazione si informa direttamente sul web, che ovviamente anticipa la carta stampata, la quale viene invece letta o da una percentuale di sovrapposizione o da un’altra fetta di popolazione si informa solo sul cartaceo. Tutto questo da vita a un’analisi sulla velocità: c’è una fetta di popolazione che si informa immediatamente sul web, ma lo fa velocemente, senza approfondire. L’assenza di approfondimento è la sfida che la stampa e i mezzi di informazione più classici dovrebbero raccogliere. Mi spiego: il digitale non esclude il cartaceo e viceversa; nel momento in cui tu riesci a veicolare determinate informazioni e far emergere determinate notizie sull’online, lo fai in maniera immediata. Il cartaceo, poi, dovrebbe diventare il luogo di approfondimento. La capacità di approfondire lo spazio che noi dedichiamo all’approfondimento, e quindi a una velocità diversa, dovrebbe essere maggiore.

Quanto ha contribuito la viandanza nel concepire questa idea di lentezza?

Il fatto di andare a piedi, il cercare il movimento lento e la lentezza dello scorrere del tempo del tuo posto all’interno del mondo è una cosa certamente terapeutica, che serve a farci capire che siamo stati viandanti e migranti anche noi. Siamo andati in giro per il mondo a piedi, abbiamo deciso di spostarci, abbiamo utilizzato le nostre gambe per conoscere il mondo e altre persone, il tutto in una dilatazione del tempo che è pazzesca. Ad esempio, l’ultimo viaggio che ho fatto in 17 giorni da Collina di Forni Avoltri a Dignano in Istria per raccontare le migrazioni dei carnici, e quei 17 giorni sono sembrati tre mesi. Oppure come il viaggio da Londra a Trieste, che è durato due mesi, ma per me, nella percezione che hai, è come se fossi stato via un anno. In realtà aiuta fermarsi, mettere un punto e andare a capo, e magari aprire una seconda pagina e ricominciare. Sia per quanto riguarda la percezione della storia, che del quotidiano, che di quella che è la propria vita.

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