12 dicembre 2016

“L’Italia e il cibo nella mia testa” – intervista a Paola Bacchia, pt.2

el sunto In un'appassionante intervista la food blogger Paola Bacchia racconta le sue origini italiane e di com'è nato l'amore per la cucina

Questo articolo è il seguito dell’intervista pubblicata venerdì 9 dicembre su Bora.la. La prima parte la potete trovare a questo link.

Circa un anno fa mi sono imbattuto nel profilo Instagram Italy On My Mind” di Paola Bacchia, food blogger australiana di origini italiane e insegnante di cucina. Seguita da quasi 30,000 follower  e autrice del libro “Italian Street Food”, Paola è una piccola star della cucina e dei social network.

italyonmymind

da https://www.instagram.com/italyonmymind/

Tuttavia, in un’epoca in cui tutti, ma proprio tutti, pubblicano foto di cibo sui social, nel suo profilo ho visto qualcosa di diverso, che ha subito attirato la mia attenzione: il cuore. L’Instagram di Paola non è infatti la solita compilation fotografica di piatti elaborati e di ristoranti eleganti da stelle Michelin; il suo profilo è uno spazio dove lei, attraverso il cibo, racconta personali aneddoti famigliari, ma anche le storie che ha ascoltato e raccolto nei suoi molteplici viaggi in lungo e in largo per l’Italia e i suoi confini.

In “Italy On My Mind” è possibile imbattersi in foto con soggetti molto variegati, dalla mamma di Paola intenta a preparare la marmellata o qualche piatto tradizionale nella sua casa australiana, al mercato ortofrutticolo di Pola, un luogo – spiega la blogger – spesso frequentato dal suo padre istriano prima di emigrare in Australia.

Mamma enjoying a mushroom risotto at lunch today. #pranzoconlamamma#risottoaifunghi#mushroomrisotto#italyonmymind

Una foto pubblicata da Paola Bacchia (@italyonmymind) in data:

A dir la verità, ciò che mi aveva inizialmente incuriosito di Paola erano soprattutto le sue origini famigliari. I suoi genitori provenivano non, come ci si potrebbe immaginare, dal Meridione, ma nientepopodimeno che da Monfalcone. Spulciando nel profilo “Italy On My Mind” mi sono spesso domandato che cosa Paola sapesse di Trieste, della sua storia e della sua cucina e che opinione avesse della città. Volevo capire se Paola avesse, come diversi figli e nipoti di emigrati italiani nati e vissuti all’estero, una visione stereotipata di Trieste e dell’Italia soprattutto in ambito culinario. Che cosa era Trieste per Paola? Un luogo da “Pizza, pasta e mandolino” con piatti identici a quelli che si possono trovare a Napoli, a Bologna o a Milano? O un luogo dove si possono provare piatti molto diversi tra loro come le sardele in savor, la jota e lo strucolo de pomi?

Mi sono quindi deciso a contattare Paola pochi giorni fa, per quella che poi si è rivelata un’interessante e appassionante intervista su Skype. Qui di seguito la seconda parte.

La cucina triestina è poco conosciuta all’estero. Che cosa sanno gli australiani di Trieste e la sua cucina?

I miei amici australiani e le persone che leggono il mio blog rimangono ancora stupiti quando pubblico ricette come la jota, lo strucolo de pomi o de mele e lo strudel perché non ne hanno mai sentito parlare. Per la preparazione di questi piatti consulto i libri di ricette di Maria Stelvio e Mady Fast che probabilmente molti triestini conoscono. Nel prossimo libro di ricette che vorrei pubblicare dopo “Italian Street Food” mi piacerebbe raccontare la cucina del Friuli-Venezia-Giulia. Vorrei diventare l’ambasciatrice culinaria di questa regione e far conoscere i piatti tipici agli australiani.

La cosa che più mi attira del tuo profilo è la necessità di riabbracciare le tue origini famigliari attraverso la cucina e il cibo in generale. C’è un legame tra il cibo e la cultura per te?

Assolutamente, soprattutto nella cultura italiana. Il cibo è un aspetto fondamentale della quotidianità di una famiglia italiana. L’italiano medio cucina, sempre, sia che sia triste sia che sia felice. Attorno a un piatto gli italiani si ritrovano per parlare, per discutere e per condividere punti di vista e opinioni.

In una delle interviste che hai rilasciato, hai raccontato che hai studiato odontoiatria all’università. Come sei diventata una food blooger e un’insegnate di cucina?

Mio padre voleva che io e mia sorella studiassimo. Da piccola io non cucinavo molto in parte perché la cucina era il regno di mia madre e in parte perché lo studio aveva la priorità assoluta. Mio padre rimproverava me e mia sorella urlandoci in dialetto “va studiar, va studiar!”. Così sono finita per laurearmi in odontoiatria. Oggi esercito la professione per pochi giorni a settimana più che altro per pagarmi il mutuo della casa e i viaggi in Italia.

Meanwhile back in Trieste – one of my favourite shops to buy prepared food – Mariabologna

Una foto pubblicata da Paola Bacchia (@italyonmymind) in data:

Tutto è cambiato quando mio padre ha contratto il cancro. Alto e robusto, era lui il patriarca della famiglia che prendeva le decisioni per tutti. Con la malattia che affliggeva mio padre la vita in famiglia è cambiata. Ho incominciato quindi a trascrivere le ricette di mia madre e le stesse storie che lei mi raccontava. Contemporaneamente ho aperto un blog dove pubblicavo ricette e ho iniziato a scattare delle foto in bianco e nero dei piatti che realizzavo. Era una sensazione bellissima. Nello stesso periodo mi sono sposata con una persona che supportava questa mia passione. Negli ultimi due anni di vita prima che morisse, mio padre quando provava i miei piatti mi diceva spesso in dialetto “ma chi te ga insegnà cusinar?” “Ma come te pol cusinar cussì?”. E io gli rispondevo “ma papà, la mama me ga insegnà”. Nel suo tono voleva esserci una dimostrazione di stima verso chi come me aveva passato tutta la vita sui libri e in ufficio invece che sui fornelli.

Nel 2012 sono entrata a Masterchef Australia che però ho lasciato anticipatamente in quanto mio papà stava molto male in quel periodo. Da quel momento in poi, ho continuato a coltivare la passione per la cucina grazie anche all’incoraggiamento e ai feedback positivi che ricevevo da diverse persone sui social media in cui pubblicavo sia foto sia ricette dei miei piatti. Ho poi iniziato a impartire lezioni di cucina: l’ultimo è stato lo scorso settembre nella scuola della chef Anna Tasca Lanza in Sicilia.

Nettle pasta, goats cheese filling – recipe testing with fabulous @tolpuddlecheese chèvre and stinging nettles

Una foto pubblicata da Paola Bacchia (@italyonmymind) in data:

Alla fine dell’anno passato sono stata avvicinata da un editore, attirato dal mio blog e dai miei profili Instagram e Twitter, che mi ha chiesto di scrivere un libro sullo street food (il cosiddetto cibo di strada come il gelato, il trancio di pizza e il cornetto, ndr) in Italia. Non ho esitato un attimo e ho subito accettato. Poco tempo dopo ero in Italia a fare ricerche per il libro. In poco meno di due mesi dalla sua pubblicazione nelle librerie americane e australiane il libro è andato a ruba ed è attualmente in ristampa.

Il concetto di identità a Trieste è sempre stato un problema. C’è chi si sente italiano, chi sloveno, chi entrambi come me. Tu che sei nata in Australia e cresciuta da genitori italiani che cosa ti consideri?

Mi considero un’italo-australiana. Sono cresciuta parlando italiano a casa e imparando l’inglese a scuola. All’età di sei anni ho vissuto per un anno e mezzo in Italia quando momentaneamente i miei genitori si erano ritrasferiti. Se ripenso alla mia adolescenza, un periodo di insicurezza per tutti i ragazzi, a quel tempo non mi sentivo per nulla italiana perché ero alta e bionda. Gli altri emigrati italiani che andavano a scuola con me erano quasi tutti del Sud ed avevano i capelli e la carnagione scura. Mi sentivo un brutto anatroccolo. Assomigliavo più a una tipica ragazza australiana. Forse è per questo che ho legato soprattutto con i compagni di classe australiani. Venivo chiamata good wog dove “wog” veniva generalmente usata come parola dispregiativa verso gli emigrati italiani negli anni Settanta. Nel mio caso, però, good wog assumeva un connotato positivo perché pur essendo italiana assomigliavo agli australiani. Se da adolescente rifiutavo le mie origini italiane, quando sono cresciuta ho iniziato a vederne i lati positivi: ero parte di due culture, quella latina e quella anglosassone.

Per concludere, hai un piatto triestino che ti prepara o preparava tua mamma a cui sei più affezionata?

Tra tutti i piatti quello a cui sono più affezionato sono le fritole triestine. Le frittole di mia mamma hanno l’uva sultanina, affogate prima nella grappa, all’interno. Un dolce che le era stato tramandato da alcune signore triestine e che ho deciso di pubblicare nel mio libro.

Per chi volesse comprare il libro (in lingua inglese) di Paola “Italian Street Food” lo potete trovare online su Amazon e anche alla Feltrinelli in Piazza Duomo a Milano.

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