3 novembre 2016

Bora.la goes to Trieste Science+Fiction: giorno #1

el sunto Trieste Science+Fiction, recensione dei film del primo giorno

Articolo a cura di Massimiliano Milic e Diego Manna

Quali sono i film che i ragazzi della redazione di Bora.la hanno visto nella prima giornata del Trieste Science+Fiction 2016? Eccoli recensiti per voi.

FOR THE LOVE OF SPOCK (di Adam Nimoy, 2016)

Chi era Leonard Nimoy?

E’ quello che si domandano gli spettatori del Trieste Sci-Fi Festival quando prendono posto in sala, anche chi, come me, non ha mai visto la serie originale di Star Trek con l’attore californiano nei panni del vulcaniano Spock.

Il film risulta scorrevole nelle sue quasi due ore di durata, ma a conti fatti rimane la delusione di aver scoperto ben poco su Nimoy stesso. Il film è una sorta di spot pubblicitario che ci racconta, attraverso le parole di chi l’ha conosciuto, – ma anche di alcuni fans – che Nimoy era un buono. Un uomo che ha fatto diventare il personaggio Spock l’icona degli emarginati, un outsider della nostra società. Un uomo che nel suo ruolo fittizio di scienziato vulcaniano ha ispirato migliaia di persone che hanno deciso, grazie a lui, di intraprendere una carriera nello stesso ambito: alcuni dei suoi fan, infatti, sono diventati astronauti o lavorano oggi per la Nasa.

Tuttavia, pur essendo ricco di aneddoti sulla sua vita, quello che non emerge nel film è la storia personale di Nimoy, quella dietro ai riflettori. Solo superficialmente il figlio di Nimoy, Adam, colui che è il principale narratore del film, ci racconta dei conflitti familiari, dei problemi di dipendenza dall’alcool negli anni Ottanta e altri piccoli particolari che delineano solo parzialmente l’uomo dietro al personaggio.

Da un film su un attore carismatico che ha reso il personaggio di Spock così iconico per diverse generazioni di appassionati di Star Trek e non solo, ci si aspettava da questo documentario qualcosa di più.

MORGAN (di Luke Scott, 2016)

Intelligenza artificiale ed emozioni, un copione molto sentito in tempi recenti, vista l’evoluzione di questi temi negli ultimi anni. Il film narra la storia di Morgan, un esperimento di impianto di nanotecnologia nel dna e nelle sinapsi umane, al fine di generare una sorta di uomo più evoluto, di nuova generazione. L’efficienza richiede che il tutto abbia tempi di sviluppo maggiori rispetto a un normale essere umano, il che, se dal lato fisico può essere sostenibile, dal lato mentale e della formazione della personalità dà segni di non sostenibilità. Morgan, all’età di cinque anni, si troverà così a dover affrontare traumi emotivi senza aver avuto il tempo di sviluppare una capacità “umana” di rispondere a questi stimoli. Se emozioni quali felicità e tristezza le sono famigliari, presto la risposta alla rabbia diviene eccessiva e incontrollabile.

Una sorta di Frankenstein rivisto in chiave moderna, il film ha la capacità di tenere lo spettatore con il fiato sul collo, peccando però di prevedibilità verso il finale. La domanda che ci si pone è quanto sia comprensibile e controllabile in laboratorio un universo così ampio come quello delle emozioni, non per niente evolutosi in milioni di anni. Sicuramente l’esperimento Morgan mostra che cinque anni sono troppo pochi.

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