21 settembre 2016

Trieste xe per bici: anche per lasciare spazio a chi ha veramente bisogno dell’auto

el sunto "Ogni volta che mi metto in bici penso che sto anche lasciando il mio spazio a quelle persone che hanno veramente bisogno dell'auto per muoversi"

Continua la rubrica nata sulla scia del progetto In Salita di  Alba Zari e Sharon Ritossa.
Una fotografia istantanea della situazione ciclabile a Trieste, concentrandoci direttamente sull’esperienza di chi la bicicletta la usa quotidianamente, sfidando quel motto duro a morire e che, col tempo, vorremmo invece ribaltare.
L’obbiettivo è dimostrare che sì, Trieste xe anche per bici.

Il nostro progetto, che si appoggia all’idea di Alba e Sharon, vuole proseguire nel loro lavoro. Chi vuole partecipare e dare il proprio contributo può mandare una sua foto in bici e le sue risposte alle quattro domande a [email protected]
Vi ringraziamo in anticipo.

La testimonianza di oggi è di Erika Ronchin

 

  1. Descrivi la tua bicicletta.

Ho due bici, quella che ho qua a Trieste è una MTB Bottecchia, l’altra che ho in Germania è una bicicletta da donna e da passeggio con freno a contropedale (che adoro!). In realtà da quando ho otto anni ho anche ereditato da mio nonno una vecchia Bianchi con freni a bacchetta e di recente ho comprato una bicicletta danese a pedalata assistita che spero arrivi presto perchè vorrei portarla in Svezia con me. Direi che ne ho più di due e le sto seminando per il mondo 😛

2. Da quanto tempo utilizzi la bicicletta?

Credo da quando ho 4 anni. Ho usato tutte le bici dei miei cugini che crescevano di misura con me. Poi a nove anni ho incominciato ad usare la Bianchi di mio nonno che per me era gigantesca, a malapena arrivavo ai pedali, ma con quella ho imparato ad andare senza mani. Abitando prima nella campagna veneta e poi a Opicina, per me è sempre stato facile usare la bici perchè il traffico delle auto era limitato. L’ho usata di meno durante il periodo delle superiori/università, ma poi ho ripreso circa 10 anni fa quando ho comprato la mia MTB. Da quel momento ho incominciato ad usare sempre il casco.

3. Dove ti porta la bici?

La bici mi ha portato praticamente ovunque e continua a farlo. Quando ero piccola mi portava spesso a scuola. Alle superiori mi ha accompagnata poco, ma siamo andate diverse volte da Opicina all’Oberdan e ritorno, anche sotto la pioggia. Alle Hawaii mi portava all’Osservatorio vulcanologico, per arrivarci dovevo attraversare un’area dove a volte si accumulava il VOG (nebbia di gas vulcanici). A Barcellona mi ha accompagnata per anni al lavoro attraverso un traffico da panico. In Alabama mi ha portata ogni giorno al campus per quasi un anno, sulle grandi arterie americane, con le borse della spesa, con 48 gradi e l’umidità soffocante. In Germania ad Erlangen mi ha accompagnata per anni attraverso le campagne, alle grigliate con amici e tra l’incredibile -funzionante- traffico di centinai di bici in una delle città tedesche con il più alto numero di bici. Qua a Trieste mi porta ogni giorno a lavoro e a casa: Gretta-Grignano e ritorno su per le pendici di gretta (da qui l’idea di comprare una bici a pedalata assistita per assistermi perchè certi giorni sono un po’ “stanchina”). Mi porta anche a Barcola, al mare, e in città a fare spese o ad incontrare gli amici.

4. Trieste xe per bici?

Credo che la topografia della città non sia una controindicazione per il ciclista o la ragione per dire che la città non è fatta per la bici. Certo, ci sono tratti semplici e tratti che richiedono più impegno. Per la quasi totalità dei casi non è nulla che non possa essere superato con impegno fisico o con una bici dalla pedalata assistita. Direi piuttosto che Trieste è stata colonizzata dalle auto attorno alle quali negli ultimi decenni la città è stata pianificata e ha costruito il suo traffico. Quando le auto erano scarse la maggior parte delle persone si spostava in bici, a piedi, in filobus o con il tram. Il fatto che Trieste sia stata riempita da auto non implica il fatto che la città non sia più di diritto anche delle altre categorie di utenti. I ciclisti non sono gli unici a soffrire la spiacevole situazione attuale. Anche disabili, anziani e bambini soffrono il disagio causato da una città in cui il parcheggio è selvaggio e occupa i pochi accessi a loro dedicati, in cui la maggior parte dei mezzi usati sono ingombranti, rumorosi e inquinati -cosa che peggiora la vita a tutti, soprattutto all’utenza più debole-. Io ogni volta che mi metto in bici penso che lo sto facendo anche per chi non può farlo e che sto riducendo il traffico lasciando il mio spazio a quelle persone che hanno veramente bisogno dell’auto per muoversi.

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2 commenti a Trieste xe per bici: anche per lasciare spazio a chi ha veramente bisogno dell’auto

  1. Giulio Salvador

    La vita è fatta anche di particolari: ho apprezzato che ti sei fatta fotografare sulla bistrattata corsia riservata ai ciclisti di viale Miramare.
    A parte questo il tuo curriculum è di grande interesse internazionale, con esperienze varie. Quindi sarebbe interessante anche scoprire quanto la mentalità “pro bici” di persone che hanno esperienze estere (dove in certi casi la bici è molto più di casa che in Italia, non dico Trieste) incida sull’uso che se ne fa qui da noi.

  2. Erika

    Grazie per aver notato il particolare, ho appositamente fatto la foto sulla ciclabile di Viale Miramare per ricordare che esiste 🙂 Ah, volevo ricordare a tutti che la ciclabile è in un verso solo, verso Miramare. Quindi se mi vedete andare verso Trieste su strada non urlatemi isterici di prendere la ciclabile perchè non esiste in quel verso, siete nel torto.
    Le mie esperienze all’estero sono prevalentemente fatte in mondi in cui andare in bici non è facile, forse più difficile che qua. Dagli Stati Uniti dove il ciclista è visto come l’uomo che viene dallo spazio, alle Hawaii dove la natura è inclemente, a Barcellona dove con grande fatica e audacia le istituzioni cercano di rendere la città più ciclabile, ma i ciclisti devono vedersela con gli automobilisti nevrotici. Questo per dire che la bici può essere usata -con le dovute precauzioni- in ambienti “ostili” facendo in modo che il numero di ciclisti aumenti e così aumenti anche l’attenzione per questa categoria e la necessità di sicurezza.
    Le esperienze fatte in paesi con mentalità “pro bici” mi aiutano enormemente a muovermi in città. In tutti i paesi “pro bici” il tema della sicurezza non smette di essere all’ordine del giorno. Primo fra tutti i punti è rendere consapevoli gli altri utenti della strada (automobilisti in primis) della nostra presenza in bici (o a piedi) e far capire le nostre intenzioni (cose che per altro vengono insegnate a scuola guida agli stessi automobilisti). Quindi è importante farsi notare con oggetti rifrangenti, luci, o altro anche al crepuscolo, durante la pioggia o tutte quelle situazioni che mettono in difficoltà/distraggono l’automobilista. Quando guido in Germania non c’è volta che non ringrazi i bambini che attraversano la strada in bici o a piedi con le pettorine rifrangenti. Mi aiutano un sacco a prevenire le frenate brusche e guido più rilassata. Se si capisce che c’è la necessità di aiutarsi nel muoversi in spazi comuni non esistono conflitti tra utenti. Nei paesi “pro utenti vari” le regole, gli spazi dedicati e le strutture adatte aiutano tutti. E’ vero che per la mancanza di strutture i ciclisti (e pedoni) qua sono in difficoltà nel momento in cui devono interagire con gli automobilisti, ma con solo un po’ di educazione e attenzione da parte di tutti le cose andrebbero enormemente meglio.

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