30 agosto 2016

“Don’t Know What I Want”. Parla il rapper viaggiatore Nema

el sunto Da un viaggio in giro per il mondo durato due anni, il triestino Nemanja Dajic è tornato a Trieste con una canzone pronta a diventare hit

Nemanja Dajic, aka Nema in ambito musicale, è un ventisettenne triestino di origini serbe. Nel 2013 ha deciso di lasciare l’Italia e intraprendere un viaggio che lo ha portato ad attraversare paesi come l’Australia, la Nuova Zelanda, la Cambogia e la Thailandia. Da questo viaggio è nata la canzone “Don’t Know What I Want” il cui testo affronta varie problematiche che questo giovane uomo si è trovato ad affrontare, questioni che riguardano non solo lui, ma tutta la sua generazione: il futuro incerto, l’incapacità di capire cosa fare della propria esistenza, l’identità multiculturale di un abitante di confine e le difficoltà che si incontrano quando si decide di mollare tutto per trasferirsi in un paese a migliaia di chilometri di distanza dalla propria terra natale.

 

Hai deciso di lasciare Trieste e un lavoro a tempo indeterminato per andare a vivere in Australia. Considerata la fragile situazione socio-economica mondiale, perché hai preso questa decisione?

Ad un certo punto della mia vita ho sentito che dovevo partire per un posto lontano. Non volevo che la mia vita fosse basata solo sul lavoro e sui soldi. Non volevo essere prigioniero di una routine quotidiana fatta soltanto di lavoro e bevute con gli amici. Il mio desiderio era quello di mettermi alla prova con una nuova sfida, una nuova avventura senza cintura di sicurezza. Sono partito da Trieste lasciando la mia famiglia, i miei amici e con pochissimi soldi in tasca. Mi ha inoltre spinto a partire il fatto che i miei stessi genitori avessero viaggiato in lungo e in largo per l’Europa. Volevo provare anch’io quella sensazione di spaesamento che aveva provato mio padre quand’era andato alla mia stessa età a vivere in Svezia. Volevo guardare l’Asia e l’Australia con gli stessi occhi di mia madre quando emigrò dalla Serbia all’Italia vent’anni fa.

Negli ultimi anni su diversi quotidiani nazionali sono apparsi reportage che denunciavano lo sfruttamento di ragazzi italiani emigrati in Australia, costretti a lavorare un numero spropositato di ore e a malapena stipendiati. Qual è stata la tua esperienza?

In Australia per ottenere il rinnovo del visto bisogna lavorare, spesso senza ricevere alcuno stipendio, per diversi mesi in delle fattorie, le cosiddette “farm”. I padroni di queste fattorie in cambio ti danno vitto e alloggio. Proprio qui ho stretto delle amicizie con alcuni dipendenti che erano come me: giovani europei (ma anche asiatici, americani e così via) che erano emigrati in Australia per cercare fortuna. Allo stesso tempo ho vissuto delle brutte esperienze. Per esempio uno dei padroni di queste “farm”, un energumeno che girava con il fucile giorno e notte e che non ha esitato ad ammazzare il proprio cane, in più di un’occasione ha molestato diverse ragazze che lavoravano con me. Proprio di lui parlo nei testi di questa canzone (“An old man comes along: “ciao, kids” so we go to his farm, only special seeds but he’s creeping me out, with the gun on b side”).

Mi hai raccontato dei paesi asiatici in cui hai viaggiato e dell’estrema povertà in cui vivono diverse popolazioni. Qual è l’episodio che ti è rimasto più impresso?

Sono rimasto un po’ amareggiato dal mio viaggio nel sud-est asiatico. Dai film orientali che avevo visto mi ero fatto un’idea degli asiatici come un popolo molto legato alle tradizioni e alla propria cultura. In realtà viaggiando in paesi come la Tailandia o la Cambogia mi sono trovato di fronte a una fotocopia dell’Europa: gente opportunista, legata solo al denaro e totalmente disinteressata all’ambiente e alle proprie origini.

Come hai partorito l’idea di scrivere e produrre una canzone?

Appena arrivato in Australia ho deciso di comprare una go-pro per avere un ricordo di questa esperienza, un ricordo tangibile per il futuro. Ho iniziato a fare foto e video dei vari posti che esploravo. Mi sono poi reso conto che sarebbe stato bello dare voce alle immagini che scattavo e ai video che filmavo. Parlando con vari amici musicisti che ho conosciuto a Melbourne ho iniziato così a scrivere una canzone che si ispirasse ai luoghi che avevo visitato e alle esperienze che avevo vissuto. Ho registrato una prima versione della canzone con un dj di Melbourne per poi, tornato in Italia nel 2016, ri-arrangiarla con i produttori musicali Max Gelsi e Massimo Bonano. Con l’aiuto di tre miei amici, i videomaker Massimiliano Milic e Christopher Scherlich, e il fonico Rocco Bon ho realizzato un videoclip utilizzando le foto e i video che avevo scattato in due anni e mezzo all’estero.

Nella tua canzone alterni parole in serbo, in italiano e in inglese. Il fatto di essere nato in Serbia, ma di vivere Trieste fin da quando sei bambino, in che maniera ha influenzato in questa canzone?

Questa è una canzone che parla anche della mia identità, un’identità di frontiera. Sono serbo, ma la cultura che ho abbracciato è quella italiana. “Don’t Know What I Want” vuole essere una canzone che racconti quindi la mia duplice identità. Ho poi utilizzato l’inglese perché questa stessa lingua rappresenta il mio viaggio. E’ una lingua che sapevo poco parlare quando sono partito da Trieste, ma che ho appreso durante questo viaggio. E’ un tributo che faccio a questa lingua che mi ha permesso di sopravvivere durante questi due anni in giro per il mondo.

Qual è stato il riscontro del videoclip da parte del pubblico?

E’ stato molto positivo. Diversi musicisti mi hanno fatto i complimenti per la base musicale. In particolare ho ricevuto dei buoni feedback per il testo della canzone capace di raccontare in pochi versi una lunga esperienza di vita. In poche ore ho raggiunto 22.000 visualizzazioni tra Facebook e Youtube con il videoclip, senz’altro al di sopra delle mie aspettative iniziali.

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