13 luglio 2016

A Trieste, un museo della letteratura è un museo della città

A un museo della letteratura di Trieste, Maria Isabella Costadura ci crede davvero. Tanto da averci dedicato la tesi di laurea in Conservazione dei beni culturali, analizzando esperienze internazionali e specificità locale. Ecco le ragioni del suo motivatissimo «sì».

 

Scrivo in fulgidi giorni d’estate, in cui il più impellente desiderio è reperire un lembo di spiaggia, o in alternativa un cantuccio all’ombra dove rifugiarsi con qualcosa di fresco da bere. Viene davvero da chiedersi a che cosa serva un museo degli scrittori triestini, in una città che di musei ne ha già tanti. Al contrario, proprio in questi giorni il museo degli scrittori triestini servirebbe. Incoraggerebbe quel turismo culturale cui la nostra città dovrebbe sentirsi naturalmente portata e che già attira visitatori dai cinque continenti.

Tale museo, la cui esistenza è auspicabile e persino urgente, perché ogni giorno che passa è un’occasione persa, offrirebbe uno spaccato della realtà cosmopolita che tanto affascina chi viene da fuori. I visitatori cercano la molteplicità delle religioni, delle culture, le testimonianze della Mitteleuropa? E noi gliele diamo, non solo le nostalgie di Miramar, ma una ricchezza attuale, una continuità nel tempo. Romanzieri? Ce li abbiamo. Poeti? Anche. Storici, critici, saggisti: tutto uno stuolo, fino alla letteratura di ambito psichiatrico e a quella per bambini.

Non abbiamo le carte, mancano gli archivi? Peccato, certo. Però non è necessario possedere casse di documenti originali. Servono, certamente, sono utili, comunque ne bastano anche pochi per un allestimento. Un museo della letteratura può nascere come emanazione di un archivio o di una biblioteca, può possedere un archivio o una biblioteca, o tutti e due, ma non è un archivio, né una biblioteca.

Un’esposizione di documenti, edizioni antiche, copertine, manoscritti, può affascinare, ma non necessariamente esaurisce un museo, anzi, la visita può risultare anche più emozionante se arricchita da altri apporti: foto, ritratti, materiale audio/video, dispositivi multimediali. Strutture di recente, o persino recentissima fondazione, come il LiMo di Marbach o il Museo della Nationalbibliothek di Vienna, nati proprio per valorizzare una ricchezza di materiale, scelgono di esporre a rotazione i documenti originali, per non creare infinite teorie di cimeli che rischierebbero persino di stancare il visitatore.

Un museo, soprattutto un museo della letteratura, non esaurisce in una visita il suo valore comunicativo: se di fronte a un quadro, ad esempio, si entra direttamente in contatto con l’opera, non altrettanto avviene di fronte alla copertina di un libro esposto, fosse pure un manoscritto o una rarissima prima edizione: l’opera scritta richiede di essere letta, cosa che si può fare su qualunque supporto adeguato, in qualsiasi luogo. La visita a un museo della letteratura è un percorso evocativo ed emozionante, che stimola interessi prima ancora d’informare.

È proibito fare una cosa meglio di altri? Così s’interroga Riccardo Cepach nel suo intervento. Ecco: proibito dovrebbe essere non farlo, quando si è meglio. Perché Trieste è meglio, Trieste è già di suo un contenitore di storie, di climi, di atmosfere che hanno prodotto e continuano a produrre eccellente letteratura. Per trovare città con un’analoga concentrazione di scrittori bisognerebbe pensare a Parigi o a New York, realtà completamente diverse e fuori scala, mentre qui, in un centro che si può percorrere tutto in mezza giornata di cammino, si trova ogni due passi un luogo legato alla scrittura. Ce lo ricorda la splendida iniziativa degli Itinerari Triestini, su Svevo, Joyce e Saba, cui fa seguito La Trieste di Tomizza. Iniziative ricche e colte, rilanciate in chiave più amichevole per il turista in transito da pieghevoli facilmente reperibili, pubblicati addirittura in quattro lingue.

Ci vengono in soccorso alcune targhe, da quelle più antiche – la lapide affissa all’inizio di via del Monte – alle più recenti che ci ricordano i luoghi dei passaggi di Svevo e Joyce. Ci sono le statue di Spagnoli. Soprattutto ci sono i musei: il Petrarchesco-Piccolomineo, lo Svevo, il Joyce. Musei piccoli di dimensioni, ma capaci di grandi iniziative. Non avendo ricchezza di documenti originali, bello sarebbe avere la casa di un autore, conservata con i suoi arredi, come le case di Goethe, di Hugo, di Parise, di Moravia. Allora il museo sarebbe un modo di conoscere la quotidianità dell’autore, posare gli occhi sugli stessi oggetti, paesaggi, le sue fonti d’ispirazione. Ma nemmeno questa fortuna è data a Trieste, se non forse per la Libreria di Umberto Saba.

E allora perché un museo? Non ci occorre un museo in più, naturalmente, ma uno che comprenda e coordini i tre già esistenti, incorniciando organicamente un quadro complessivo dello sviluppo della cultura locale. Che offra la possibilità di conoscere la Trieste “trafficante” di slataperiana memoria, e di scoprire come questa città “incatenata dalla smania di guadagno” sia riuscita a produrre un humus fertile da cui continuano a germogliare personaggi di spicco nazionale e internazionale. Perché oggi un museo non deve e non può più essere un luogo pacifico di esposizione, da spolverare ogni tanto, un bel cielo fisso dove andare di quando in quando a ritrovare le stesse stelle immobili.

Al contrario un museo che risponda alle attuali esigenze ha il compito di essere un luogo di partenza per ricerche ed esplorazioni, uno stimolo di riflessioni, un posto dove mettersi in gioco e trovare nuove domande cui rispondere.

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Foto di Luca Aless, da Wikipedia.

In un museo degli scrittori triestini dovrebbe esserci posto per tutti quegli scrittori che hanno contribuito a creare la cultura cittadina, per quelli del passato e per quelli del presente: mostre temporanee, letture, conferenze, manifestazioni, eventi. Un contenitore aperto e dinamico in continuo gioco di scambio reciproco con la città, l’espressione letteraria come chiave di lettura.

La sede ideale, poi, vedrebbe diverse prestigiose possibilità: la Pescheria, Palazzo Carciotti. Io nel mio piccolo sono legata ad un luogo che nella memoria dei miei coetanei e di molti più anziani di me significa ancora studio e letteratura: quel palazzo Biserini di fronte al quale la statua di Svevo continua ad incedere senza avvicinarsi mai… Ma questo è un altro discorso.

Maria Isabella Costadura

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