28 giugno 2016

Il Cohousing: scegliere di vivere insieme

el sunto Hanno scelto di progettare insieme gli spazi in cui andare a vivere, creando una forma nuova di solidarietà possibile. Sono La Dionea Cohousing.

Residenti a Trieste, giovani e diversamente giovani, i componenti de La Dionea Cohousing hanno dato vita a un progetto inedito (a quanto ci risulta) nel capoluogo giuliano. Nell’attesa di intervistarli per conoscerli più da vicino, pubblichiamo un loro intervento in cui spiegano il come e il perché di questa scelta.

La trasformazione della famiglia, la bassa natalità e la mobilità occupazionale fanno si che sempre più spesso le persone subiscano una situazione di solitudine e isolamento non scelta e desiderata, ma imposta dai rapidi cambiamenti ai quali la nostra società ci obbliga. I sociologi definiscono “legami deboli” i contatti  che noi utilizziamo più comunemente (sms, mail, social…) distinguendoli dai “legami forti” che sono quelli che creano solidarietà, cooperazione e senso di appartenenza tra le persone e che, pur essendo difficili da coltivare, sono indispensabili per la costruzione di una vita densa di significato e di un futuro possibile. Per mantenere una buona qualità di vita diventerà quindi sempre più importante costruire intenzionalmente relazioni umane in grado di creare autentici legami di solidarietà, coesione e progettualità. La possibilità di progettare, in particolare, costituisce un elemento essenziale per la salute e il benessere dell’individuo perché ogni persona ha il diritto e la necessità di formulare un progetto per governare e guidare il suo percorso di vita.

In questa ottica si muove e si definisce l’interesse per un fenomeno che sta crescendo in tutta Europa e nel mondo e rappresenta una interessante prospettiva di cambiamento culturale: Il cohousing. Il termine cohousing (in italiano si potrebbe tradurre “co-abitare”) definisce degli insediamenti abitativi composti da alloggi privati, ma anche dotati di spazi comuni destinati alla condivisione tra le persone che vi abitano. Gli spazi comuni rispondono alle esigenze e alle scelte dei partecipanti e vanno dalla lavanderia, al laboratorio di falegnameria, alla palestra, all’orto o qualsiasi altra attività che possa essere condivisa dagli abitanti, ma anche dall’esterno se il gruppo lo desidera. Il cohousing è diverso da un tradizionale condominio, ma è anche differente da una comunità o un eco-villaggio, che richiedono una condivisione profonda di un progetto comune di vita. Nel cohousing, infatti, ogni nucleo familiare possiede la propria indipendenza, sia dal punto di vista economico che in merito alla propria visione della vita.

13241246_1303517829661815_1327197018047982244_nIl cohousing nasce nell’Europa del Nord intorno agli anni ’60. Nascono i primi progetti in Danimarca, Olanda, Svezia e rapidamente si estendono in tutta Europa, Canada, Stati Uniti, Australia e Giappone. In Italia pur essendoci molti progetti in corso, questa scelta abitativa trova ancora delle resistenze, forse anche per una radicata cultura familistica legata a modelli familiari tradizionali e a forme classiche di proprietà dell’abitazione. Dobbiamo però considerare che a breve la famiglia e modelli di welfare passivo non potranno più garantire una qualità di vita accettabile e solo forme nuove di solidarietà sociale saranno in grado di  rispondere ai bisogni di una società in evoluzione.

Progetti realizzati di cohousing esistono e si possono visitare in Piemonte, Lombardia, Liguria, Emilia Romagna, Toscana e Veneto, ognuno con caratteristiche diverse e diverse peculiarità legate alle esigenze del contesto e degli abitanti. Siamo di fronte ad una nuova tendenza dettata anche dalla crisi che  costringe molte persone non solo a vivere con redditi più bassi, ma anche a non poter più fare affidamento su reti di sostegno e servizi socio-sanitari. Si tratta di un cambiamento di grande rilievo e l’incentivo per questo cambiamento  potrebbe arrivare proprio dalle Istituzioni che, consapevoli della necessità di un nuovo modello attivo di welfare di comunità, dovrebbero ricoprire un ruolo primario nella promozione e nel sostegno di queste scelte abitative.

In Italia si stanno definendo due tipologie di Cohousing: mediato da agenzie ed enti pubblici, o a gestione autonoma del gruppo promotore. Purtroppo l’aspetto meno esplorato rimane quello del rapporto tra istituzioni, associazioni e cittadinanza. In tutte queste tipologie di cohousing, alcune caratteristiche risultano essere quelle distintive di ogni progetto e sono in sintesi :
•    Pianificazione partecipata. I residenti devono organizzarsi e partecipare ai processi di pianificazione e di progettazione dell’operazione immobiliare e sono responsabili delle decisioni finali.
•    Progettazione intenzionale. L’impegno dei futuri residenti nella progettazione del cohousing deve essere fortemente voluto al fine di accrescere il senso di comunità.
•    Presenza di ampi servizi in comune. Gli spazi comuni sono parte integrante del cohousing, sono progettati per un uso quotidiano e sono complementari agli spazi privati che restano comunque a difesa della privacy dei residenti.
•    Gestione diretta da parte dei residenti. La struttura viene gestita dai cohousers attraverso decisioni comuni durante incontri periodici.
•    Struttura non gerarchica. All’interno del cohousing non esiste una leadership dominante. Le responsabilità in relazione alle decisioni prese sono condivise dagli adulti della comunità. È comunque possibile eleggere democraticamente dei rappresentanti.
•    Risorse di reddito separate. La comunità non genera risorse economiche ulteriori per i singoli. Ogni residente ha una propria fonte di reddito indipendente, distinta dalle attività comunitarie.
Non tutti i cohousing rispondono per intero a tutti questi requisiti: molti si sono costituiti in seguito ad esigenze specifiche, ma tutti mantengono i principi di fondo che li ispirano.

A nessuno possono sfuggire le criticità insite nella realizzazione di progetti come questo. La prima obiezione che ci si aspetta è : “Bello, bellissimo… ma andare tutti d’accordo è troppo complicato!”. È importante sottolineare che la nascita di un cohousing necessita infatti non solo nell’individuare strutture e terreni disponibili, ma soprattutto nel lavoro di formazione ed educazione del gruppo. La presenza di un facilitatore nei gruppi è considerata indispensabile o comunque molto consigliata per gestire i conflitti personali, i dissensi e le diffidenze che,  se non riconosciuti e affrontati in tempo, possono indebolire il gruppo fino a portarlo al disfacimento. Quindi è difficile, certo, ma possiamo affrontare questa difficoltà in maniera costruttiva per migliorare noi stessi e continuare a crescere.

Se ben condotto e sostenuto il cohousing potrebbe risultare una risposta intelligente per il mantenimento di una buona qualità di vita garantendo sicurezza, partecipazione responsabile  e  risparmio economico per i singoli e per la comunità. L’impegno da parte delle Istituzioni dovrebbe essere innanzitutto quello di promuovere e facilitare le iniziative di questo genere, ciò potrebbe condurre a sviluppi inaspettati promuovendo  nuovi rapporti  collaborativi tra  cittadini e  istituzioni pubbliche e private a sostegno di un futuro welfare di comunità. Un investimento oggi in informazione, formazione e sostegno  di queste iniziative potrebbe avere domani  degli effetti non solo sul piano economico, ma anche sulla tutela di quei valori  etici e morali che riteniamo fondamentali per la qualità della nostra vita.

Vi interessa questo tema?
L’associazione LA DIONEA COHOUSING
vi inviata a un incontro di approfondimento
giovedì 30 giugno alle ore 18
presso la libreria MINERVA, in Via San Nicolò 20

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