6 maggio 2016

Il terremoto: la realtà, l’ignoranza e l’armonia assente

el sunto Ospitiamo molto volentieri i bei pensieri di Enrico Golfetto, che ha vissuto indirettamente il dramma del terremoto del '76

Terremoto per me è stata a lungo una parola da ascoltare abbassando lo sguardo, alla ricerca di un’espressione sufficientemente grave da mostrare nel momento successivo, quello dell’approvazione verso le parole di chiunque avesse ai miei occhi titolo per parlarne. Come, da esterno alla tragedia, io attribuissi tale autorità ai miei interlocutori è materia che trovo ardua da indagare ed impossibile da trasmettere, ed è proprio in tale impenetrabilità che vedo celarsi la sacralità, il carattere trascendente di un’esperienza tanto reale ed atroce.

Chiudo gli occhi, penso al terremoto e mi trovo nell’aula magna della mia scuola elementare, nel giorno del decimo anniversario della scossa di Maggio. Giacchette nere, grembiuli bianchi, gradoni di parquet e due dignitari americani, personificazione del sostegno dato al Friuli dagli Stati Uniti ed occasionale incarnazione del Bene nella mia ingenua visione del mondo di quegli anni, manichea al limite del cartone animato e per questo motivo solida e rassicurante. Il sapore è quello dolce del distacco infantile dalla grevità dell’esistenza, uno stato di natura solo debolmente perturbato dalle primissime intrusioni del mondo reale nell’incorrotto tessuto di una scuola di paese.

L’aula magna sfuma poi nella canonica, dove il Don, non privo di un umanissimo imbarazzo, prova a conciliare l’infinita bontà di Dio con l’imperscrutabilità dei suoi piani. Nelle sue parole vi erano buona fede e genuino impegno evangelico, ma ai miei occhi alcuni di quei piani apparivano ben più assurdi che imperscrutabili. La miracolosa guarigione di un vecchio prozio sbiadiva e perdeva forza di fronte alla connivenza tra divinità e Natura Matrigna, strette in un patto scellerato suggerito anche dalla distruzione di un’intera terra, e di quel piccolo borgo che al di là delle radici anagrafiche cominciavo a sentire mio. Erano questi i primi cedimenti di quell’ardore mistico che tanto naturalmente provavo a otto anni, e sul tessuto incorrotto della mia infanzia cominciavano ad emergere le prime macchie di realtà.

Il primo effetto a distanza prodotto dal terremoto nel mio piccolo universo di bambino fu quindi il crollo della fede in una natura innocente, ma tale fragore ontologico non fu nulla al confronto dello squarcio morale generato dalla seconda scossa, poiché essa andò ad incrinare non solo il mio orgoglio di logorroico ed autocompiaciuto primo della classe, ma anche e soprattutto la cieca fiducia che nutrivo nell’infallibilità della mia schietta purezza.

Tale preannunciata catastrofe emotiva ha, come da prassi narrativa, origini umili e lontane. Tornavo a casa dalla biblioteca, dopo un pomeriggio passato a collezionare su carta a quadretti i prodotti agricoli e gli affluenti del Po della Lombardia -l’immancabile ricerca di geografia, che trovava nelle regioni d’Italia quella dimensione così perfettamente adeguata a tempi e modi dell’istruzione di quegli anni, e che come poche altre cose associo all’infanzia- e, senza farmi scoraggiare dal chiasso della cinquecento di mia madre, trovai naturale osservare come fossero orribili ai miei occhi quelle tristi casette di legno, disposte in rigorosa modularità lungo la stradina che ci indirizzava verso casa. L’iniziale stupore di mia madre divenne rapidamente risentimento, infine una letterale incazzatura che scaturiva da sopracciglia spioventi per l’infinita sopportazione e labbra serrate di rabbia intensa. Ciò che avevo tanto malamente e goffamente apostrofato dal basso della mia discutibile estetica altro non erano che i prefabbricati dentro i quali viveva ancora chi aveva perso ogni cosa dieci anni prima. In quel frangente capii forse per la prima volta di poter essere realmente e profondamente sciocco, così alzai uno sguardo mortificato ed emulando quelle sopracciglia tristi di mia madre, fermamente severa anche se materna ed educatrice come poche altre volte, le chiesi scusa, mormorando “Non lo dico più mamma”.

Il reale era definitivamente entrato nella mia esistenza: il terremoto aveva distrutto case, aveva strappato vite, aveva sparso dolore ad ampio raggio, ma soprattutto mi aveva lasciato nudo e spaesato, solo con la mia ignoranza, unica compagnia di fronte al severo tribunale della mia coscienza di bambino.

Continuando a scandagliare tra i ricordi legati al terremoto mi trovo dinnanzi ad una caleidoscopica moltitudine di varianti narrative dedicate a quegli attimi concitati. Eventi riprodotti sotto una luce a volte drammatica, altre volte tragicomica, con protagonisti che diventano marginali e figuranti che vivono spezzoni di gloria e celebrità, ma una costante ha sempre lasciato traccia in me, a prescindere dalla declinazione del racconto: l’azzeramento dei tempi e degli spazi nella magia dell’azione a distanza. Se però in un gioco di prestigio la spiegazione del trucco distrugge lo stupore e cancella ogni emozione, nel caso di questa magia è vero il contrario, e si rende necessaria una rapida presentazione di alcuni personaggi.

Mio padre si spostò dal Veneto al Friuli all’inizio degli anni ’70, carico del suo nordestino entusiasmo per il fare e per l’impresa ed intriso di una robusta voglia di riscatto: riscatto di un’esistenza educatamente timida ed attendista, dettata dall’indole modesta e lontana dall’esibizionismo che tuttora lo accompagna. Lo attendeva mia madre, fieramente Resiana, mai piegata dai sacchi di farina che mio nonno fornaio le concedeva a mo’ di giocattolo fin da un’età tenera quanto il suo ingenuo amore per un giovane Gianni Morandi, che in quegli anni lontani dalle condivisioni degli autoscatti lasciava intravvedere romantiche avventure attraverso il vetro di una bottiglia di latte.

Nella primavera del ‘76 mio padre stava a pensione presso l’hotel Pittis di Osoppo, riceveva le prime gomitate dagli immancabili bulli del mondo dell’imprenditoria e frequentava ormai assiduamente mia madre, ansiosa di interrompere il non così splendido isolamento che la vita di vallata le imponeva da un quarto di secolo. Un giovedì come tanti, una cena come tante, i modi timidi e garbati di mio padre restano assai metropolitani agli occhi di mio nonno, diffidente come un valligiano un po’ burbero che da alpino fu costretto a salire su una nave poi affondata, ed il sapore del cibo non può neanche lontanamente colmare l’abisso di imbarazzo che va a crearsi tra due generazioni che stentano a comprendersi l’un l’altra.

In questa ed in molte altre maniere procedevano le cose nel mondo degli uomini, mentre ignare porzioni di terra portavano a compimento il processo di carica di un enorme e lugubre giocattolo a molla, sepolto ben lontano dagli occhi e dalle coscienze di tutti. Il caso si fece carico della scelta di un ti con zero, e per pochi istanti la materna pazienza millenaria della Natura lasciò il posto all’irrazionale rabbia della Matrigna.

Come la terra sotto i piedi di migliaia di persone, anche la cena dell’imbarazzo generazionale fu scossa da quella feroce incursione di realtà. Mio padre vide una minuscola breccia di vulnerabilità nell’armatura di diffidenza di mio nonno, e facendo leva su tutta la sua razionalità di perito meccanico provò a colpirlo con l’appuntita arma del coraggio, cercando di tranquillizzare tutti e dicendo che stare in casa era probabilmente la cosa più sicura. Inutile dirlo, prima che mio padre potesse emanare il suo editto logico tutti si stavano precipitando fuori a rotta di collo, tanto che all’interno del perimetro domestico rimanevano solo papà Ettore e nonno Achille. I due rivali non poterono fronteggiarsi a lungo in quello scontro di sguardi e dialettica, perché mio nonno, forte del suo common sense, non volle sentire ragioni da quel veneto improvvisamente chiacchierone e sicuro di sé e, afferratone un braccio con risolutezza militare, lo trascinò in strada, insieme al resto della famiglia. Pochi istanti dopo metà del secondo piano crollò sul primo, e la fiducia di mio padre in quel cemento non così ben armato venne sepolta dalle macerie, così come tutto ciò che si trovava in quella cucina.

Immagino un tempo che si dilata e contrae in modo schizofrenico, come in film di fantascienza dalla trama poco lucida. Percepisco il sollievo sbigottito per essere scampati alla morte e vedo un orologio le cui lancette corrono all’impazzata, salvo poi essere frenate ed infine bloccate da un’ancora grave e mesta come la visione di una casa letteralmente polverizzata. Solo così riesco a spiegare il fatto che nessuno ricordi come sia giunta l’alba, e con essa l’irrefrenabile impulso di mio padre a salire in auto e precipitarsi ad Osoppo, per vedere cosa restasse del luogo e delle persone che in quel periodo rispondevano al nome di Casa. Fu proprio di fronte a quel cumulo di macerie costellato di tristi notizie che il cerchio dell’azione a distanza si chiuse: su un fianco di quella montagnola di detriti mio padre vide i suoi due fratelli, affiancati, vanga in mano, intenti ad ammorbidire con le lacrime quell’ammasso di calcinacci, in modo da potervi scavare più agevolmente, alla ricerca del fratello minore. Quando gli sguardi si incrociarono i singhiozzi lasciarono la scena ad un pianto liberatorio e l’esitazione sfociò in un abbraccio fraterno che vibrò come un’ultima scossa di assestamento, chiudendo il sipario sulla mia percezione di questa vicenda.

Come velatamente anticipato in precedenza, è solo alla luce di un’esperienza familiare contraddistinta dalle divisioni, dalle contrapposizioni e dalla continuativa assenza di armonia che questi due aneddoti, per quanto legati ad un così luttuoso evento, assumono un sapore tanto intenso e dolce nei miei ricordi. Ciò che già allora separava e che negli anni a venire ancor più aspramente avrebbe continuato a separare parti e persone della mia famiglia, fu inghiottito per un po’ da quell’onda sismica, lasciando a galla dei frammenti di affetto e reciproco attaccamento i quali, nonostante non si siano mai compattati sino a divenire solida zattera, mi lasciano almeno intuire la forma che avrebbe potuto avere quell’armonia assente.

Enrico Golfetto

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