Foto di Alba Zari
13 aprile 2016

Trieste xe per bici: serve un’amministrazione coraggiosa

el sunto "Ora come ora costruire ciclabili a Trieste vuol dire perdere parecchi voti, ma col tempo i triestini impareranno che se pol e xe el futuro"

Continua la rubrica nata sulla scia del progetto In Salita di  Alba Zari e Sharon Ritossa.
Una fotografia istantanea della situazione ciclabile a Trieste, concentrandoci direttamente sull’esperienza di chi la bicicletta la usa quotidianamente, sfidando quel motto duro a morire e che, col tempo, vorremmo invece ribaltare.
L’obbiettivo è dimostrare che sì, Trieste xe anche per bici.

Il nostro progetto, che si appoggia all’idea di Alba e Sharon, vuole proseguire nel loro lavoro.Chi vuole partecipare e dare il proprio contributo può mandare una sua foto in bici e le sue risposte alle quattro domande a [email protected]
Vi ringraziamo in anticipo.

La testimonianza di oggi è di Luciano Burino.

  1. Descrivi la tua bicicletta.

È una Stella Veneta che un mio amico teneva in uno scantinato. Era di suo nonno e non la usava più. Quasi sicuramente è del periodo a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta. Si chiama Franceschina per una lunga storia.

Dopo aver fatto il mio primo viaggio in bici, sono tornato a casa in treno e avevo un cambio a Bologna, dove abitava Francheschina: ho corso come un matto dalla stazione fino a casa sua per salutarla e al ritorno, verso la stazione, ho corso come non mai. Su viale Indipendenza, che è drittissimo, ho cominciato a spingere con una forza che non credevo avere e, a un certo punto, sono passato con il rosso. È stato stranissimo perché sono rimasto senza nessuna macchina dietro di me. All’improvviso ero in pieno centro a Bologna all’ora di punta, ma da solo, senza nessuno intorno, lanciato a 55 all’ora… c’era un silenzio incredibile, a parte il sibilo delle ruote. Una sensazione che non saprei descrivere… pura serenità.

Quando ho provato per la prima volta questa bici, per quanto fosse una scassona appena tirata fuori da uno scantinato e tutta arrugginita, ai primi colpi di pedale è partita subito in una maniera incredibilmente fluida: sembrava quasi una bici da corsa e mi è venuta in mente la sensazione provata in via Indipendenza dopo aver salutato Franceschina. Non poteva avere un nome diverso.

2. Da quanto tempo utilizzi la bicicletta?

Vado in bici da quando avevo quattro anni. Alle superiori ho cominciato ad appassionarmi al ciclismo su strada e alla maturità ho fatto il mio primo viaggio. Adesso ho quattro biciclette. La mia prima bici era tipo graziella, di colore viola. Mi ha insegnato ad andarci Alex, un mio amico d’infanzia, con cui ormai ho perso i contatti, al quale però sono molto grato.

3. Dove ti porta la bici?

Mi porta alla fermata dell’autobus, alla stazione, al bar, a casa di amici. Mi porta in cima alle montagne e in mezzo ai boschi. A volte sulla mia bici da corsa (si chiama la Poderosa) monto un portapacchi e in quei casi mi porta lontano. Per qualche giorno mi tocca dormire fuori (mia madre sbuffa sempre perché si preoccupa quando esco in bici). Una volta sono uscito da casa e sono finito a Firenze, un’altra volta a Genova, l’anno scorso a Capo Spartivento, sotto Reggio Calabria. Quella volta sono stato fuori per un mese: assurdo! Appena avrò finito gli esami vorrei raggiungere Gibilterra. Quel posto è pieno di scimmiette che si avvicinano ai turisti e non mi ricordo di aver mai visto una scimmia dal vivo. Fondamentalmente, il motivo per raggiungere Gibilterra è farmi una foto con una di quelle scimmiette. Ok, è un motivo estremamente idiota, ma per scegliere la destinazione dei miei viaggi uso sempre criteri simili.

4. Trieste xe per bici?

Secondo me la domanda da farsi non è se Trieste xe per bici. Ogni città può adeguarsi in maniera da diventare a misura di bicicletta; e non bisogna dimenticare che il centro di Trieste è tutto sommato pianeggiante. La domanda che mi faccio io, essendo lanfur “emigrato” a Trieste per studiare, è: i triestini sono per bici? Secondo me la maggior parte non ancora. Sono ancora troppo abituati all’idea di doversi muovere con mezzi a motore sempre e comunque. Ogni volta che si cerca di proporre qualcosa a favore della ciclabilità rispondono “a Trieste ciclisti no xe, e quei pochi che xe i passa col rosso e cori sui marciapiedi”.
A Trieste i ciclisti sono ancora pochi perché le infrastrutture sono molto carenti e pedalare sulle strade aperte al traffico è pericolosissimo.
Chi deve andare dalle rive al Viale, ad esempio, può scegliere se affrontare corso Italia -dove il traffico scorre a velocità elevata, ci sono tre corsie di auto e il pericolo è altissimo-; oppure può percorrere via Mazzini, dove i ciclisti devono dividere la strada con i guidatori di autobus -e in certi casi non è proprio il massimo nè per gli uni nè per gli altri-; oppure passare per la zona pedonale di Ponterosso, evitando le auto ma facendo lo slalom tra i pedoni (che spesso non ne sono contenti).
Ogni città xe per bici se se vol, quello di cui c’è bisogno è un’amministrazione coraggiosa che decida di costruire dei percorsi riservati ai ciclisti in grado di farci percorrere in maniera spedita e sicura le principali direttrici del traffico (dalle rive fino a via Giulia, e da piazza Garibaldi alla Stazione). Bisogna aver coraggio, perché ora come ora costruire ciclabili a Trieste equivale a perdere parecchi voti, ma solo col tempo i triestini impareranno che usare la bici in centro a Trieste se pol (e in più non bisogna neppure impazzire per cercare parcheggio!) e xe el futuro.

Foto di Alba Zari

Foto di Alba Zari

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Un commento a Trieste xe per bici: serve un’amministrazione coraggiosa

  1. Sandro

    Ciao Luciano, condivido ciò che scrivi.
    Ad integrazione di ciò però vorrei mettere l’accento sulla questione dello spazio dedicato alle bici.
    Ad oggi, se pensiamo allo spazio ‘strada’ a Trieste, possiamo dire che è riservato per metà alla circolazione e per metà alla sosta di auto/moto/furgoni, ecc.
    Dobbiamo cominciare a pensare che lo spazio urbano possa essere dedicato anche alla sosta delle bici, diffondendo stalli ergonomici anche nelle zone pedonali, per affermare il diritto ad occupare spazi come gli altri mezzi.
    Per questo credo che di pari passo con le ciclabili (che in zone con moderazione della velocità a 30 all’ora servono poco) si debba dedicare altrettanto spazio (distribuito uniformemente) alla sosta protetta.
    Basta pali, lampioni, marciapiedi e muri! La strada è nostra come degli altri utenti. Ed inoltre tantissima gente non ha dove metterla in casa o nel palazzo.
    Infine, o per meglio dire all’inizio, serve insegnare ai cittadini di domani come si usa correttamente e con destrezza una bicicletta..

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