28 luglio 2015

Gli Staroverci del Carso, protagonisti di una mostra a Divača

el sunto Gli Staroverci, pagani del Carso, protagonisti di una mostra a Divača. Davide Stolli ce la racconta in questo articolo.

Lenta la strada serpeggia attraverso un paesaggio ben conosciuto, un paesaggio di ombrosi boschi intervallati da prati da sfalcio, punteggiati, come in una attenta sinfonia, da candide rocce, coperte dai più disparati vegetali o isolate nella landa; qua e là, avvallamenti ed inaspettati baratri, luoghi di pace e meraviglia. La terra delle fessure ammantate di nebbia, scrigni, secondo la tradizione, di immensi tesori, dove gli antichi intrecciavano storie sul sacro fiume, sa essere cornice perfetta ad una piccola esposizione di piccoli oggetti, portatori di storie senz’altro almeno inaspettate, se non straordinarie nella propria incredibile unicità.

A Divača, sull’antica via che collegava Trieste con l’entroterra, tra la celebre pizzeria “Orient Express” ed il Museo degli attori cinematografici sloveni (sì, c’è veramente e fu pure premiato per l’alta qualità architettonica!) nell’edificio della “Vecchia scuola” (Stara šola) si può visitare, per alcuni mesi, una preziosa mostra temporanea.

Aggirandosi tra le teche della minuta saletta al piano terreno ci si trova circondati da oggetti apparentemente senza senso, giustapposti nelle vetrine quasi come fosse una installazione da Biennale d’arte; ecco esposti rami contorti, pezzi di vecchi attrezzi agricoli arrugginiti e pietre, numerose pietre, lisce, striate, globulari, forate, amorfe, oggetti che parlano di un dove diverso, forse non tanto nello spazio o nel tempo, quanto nello spirito.
Accadeva sugli altipiani e nelle profonde forre tra l’Isonzo e l’Idrijca, dove la vita contadina sapeva essere ancora più dura che altrove, che sino a quarant’anni fa vivevano comunità organizzate il cui rapporto con il Creato conservava una coscienza ben più arcaica di quella monoteistica. In quei paesi di case sparse nel ventesimo secolo vivevano ancora gruppi di pagani, che definivano sé stessi “Staroverci” – coloro che credono alla maniera antica.
A grande fatica, negli anni sessanta, l’etnografo goriziano Pavel Medvešček riuscì a entrare in contatto con chi conservava ancora memoria dei riti antichi e poté così salvare dall’oblio un’eredità che sa di unico.

La guida nel museo ci fa notare sin da subito, qualora non fosse già evidente dagli oggetti esposti, come l’ Antico credo (Staroverstvo) fosse ben diverso dalle grandi religioni monoteistiche, in quanto non eresse templi o edifici, la sacralità veniva infatti riconosciuta come innata nella natura e nel paesaggio circostante. Il culto avveniva in luoghi dalle peculiari caratteristiche ambientali, davanti a ripari rocciosi, grotte, torrioni, doline e fonti. Le comunità, strette attorno la propria guida, le cui insegne, conservate, sono esposte in mostra, adoravano la natura attraverso le sue personificazioni; il serpente generatore della vita, il sole ed il suo fuoco, la divinità (femminile) dell’acqua, il dio del fulmine ecc.
L’obiettivo dei loro riti era la conservazione dell’equilibrio universale, che si esprimeva attraverso il triangolo – la trinità degli elementi della natura; il fuoco (sole), l’acqua, la terra. Il triangolo rituale (“Tročan”) ritorna negli oggetti dell’Antico credo, sulle pietre, nelle composizioni e nella forma della piccola ocarina rituale, straordinariamente conservata ed esposta in mostra. Quest’equilibrio si proteggeva e trasmetteva tramite dei riti e con alcuni oggetti che venivano posti nel territorio, tra i quali sono straordinarie le composizioni per ringraziare – ripagare la Natura dell’esbosco per l’ampliamento delle aree coltivabili, o la composizione per “caricare” le pietre “Testa di serpente” nei luoghi sacri, che venivano poi trasferite nelle case e sui campi.

Così, tra gli oggetti per i rituali magici e la maschera per richiamare la pioggia, ci si immerge in un mondo che, col suo profondo legame con la terra, ci fa riscoprire l’importanza e la magia dei luoghi in cui viviamo.
Uscendo dalla mostra possiamo portare con noi la coscienza che vi sia un modo più profondo di esperire il paesaggio e, guardando un po’ più attentamente il mondo che ci circonda, riscoprire radici sinora sconosciute, notare simboli altri scolpiti sulle mensole dei portali del nostro seducente Carso, sentire storie di fonti sacre ai piedi di castellieri protostorici a due passi dalla nostra caotica città per meravigliarci infine che forse anche i nostri bisnonni conoscevano riti diversi… ma questa è un’altra storia.

Per maggiori informazioni (in sloveno):

http://www.rc-divaca.si/stara_sola/%EF%BB%BF

 

 

 

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