11 febbraio 2015

Un regista friulano nella Terra dei Fuochi

el sunto Intervista a Thomas Turolo, regista di Ogni Singolo Giorno, documentario su uomini e donne che vivono nella Terra dei Fuochi. Venerdì a Trieste.

Nei tuoi documentari hai visitato e raccontato per immagini luoghi molto differenti: la Siria, lo Sri Lanka, vari punti del Nord Italia e adesso la “Terra dei Fuochi” in Campania. Te la senti di dire che qualcosa li accomuna tutti?

In un senso molto generale, forse sì: dove l’uomo abita, la geografia è il primo strato su cui si costruiscono, nel tempo, realtà sociali, culturali ed economiche, che a loro volta generano alcuni tratti psicologici condivisi dalle comunità di abitanti. Non voglio semplificare troppo, ma posso dire che si può vedere un’impronta del territorio sulle comunità, come le comunità umane lasciano la loro impronta sul territorio. Faccio un esempio vicino: nella mia inchiesta sulla disoccupazione in Nord Italia, friulani e lombardi reagivano a una situazione analoga in modi distinti: più silenziosi ma coesi i friulani, più vaporizzati i lombardi…

Vuoi dire che esistono delle radici storico-territoriali che formano alcuni modi di essere degli abitanti di un posto?

Non so se possiamo parlare di “radici”, perché quello che ho visto vale anche per i pastori nomadi in Siria, che sono profondamente attaccati al loro modo di vivere il territorio – che delle scelte politiche centrali recenti hanno messo in crisi. Ma quelle scelte politiche hanno suscitato una resistenza affettiva e culturale che va ben oltre il ragionevole. Nella Terra dei Fuochi accade qualcosa di simile: lì vivono persone che oggi lottano per un territorio che sta minando la loro salute.

E come si combatte per il proprio territorio?

Parliamo dell’Italia, per non complicare troppo il discorso. L’auto-organizzazione di chi ci vive è la prima, necessaria forma di lotta e resistenza. L’associazionismo, i comitati, le manifestazioni locali, la diffusione delle informazioni via web, media tradizionali e social hanno un peso non indifferente, e sono tutte “armi” a disposizione di qualunque cittadino che vuol far rispettare i propri diritti. Certo, restare coesi per perseguire un obiettivo non è facile, è uno dei due limiti di questo modo di lottare.

Qual è l’altro limite?

Oltre un certo punto, anche le migliori lotte auto-organizzate non possono andare: è il punto in cui deve intervenire chi ne ha il potere, ovvero il management pubblico.

Cosa intendi per management pubblico? La classe politica?

Non solo. La gestione del territorio e della cosa pubblica, che comprende la sua tutela e il suo uso, spetta a una pluralità di soggetti, alcuni sono pubblici, come gli enti locali, altri sono privati: aziende municipalizzate, ditte che vincono appalti pubblici e così via. Dunque, dicevo, la voce dei cittadini può fino a un certo punto. Oltre tocca al management pubblico: ma non è scontato che chi gestisce i beni pubblici abbia a cuore il bene comune, o sappia come tutelarlo al meglio…

Facciamo l’esempio della Terra dei Fuochi: quando la classe politica nazionale si è decisa ad affrontare il problema, con un Decreto Legge, ha seguito solo in parte le indicazioni arrivate dal territorio. E alcune delle soluzioni previste da quel D L, si sono poi rivelate inefficaci nella pratica.

Ma se le lotte possono arrivare solo fino a un certo punto,  vuoi dire che oltre quel punto i cittadini sono impotenti?

Non proprio. Oltre la protesta civile, bisogna fare leva sulla classe politica. E il passo fondamentale è sceglierla, al momento delle votazioni. Bisogna fare molta attenzione a chi si vota, leggere bene i programmi elettorali. Spesso ci si trovano indicazioni o omissioni strategiche sui problemi per cui si sta lottando in un territorio, ma in Italia c’è molta diffidenza verso la classe politica in generale, unita a una certa pigrizia nell’informarsi. Le conseguenze di questi atteggiamenti possono essere molto, molto serie…

E non sto facendo una propaganda per una o un’altra parte. Anzi, non è raro che proprio sui  problemi del territorio possano nascere intese esterne ai soliti schieramenti. Dico però che bisogna imparare a conoscere bene i candidati e i loro interessi.

Arriviamo a Ogni singolo giorno, che vedremo venerdì 13 febbraio a Trieste, al Cinema dei Fabbri. Come è nato questo documentario, che ora è in concorso ai David di Donatello?

Tutto è cominciato con un contatto con la giornalista Ornella Esposito, che mi ha chiesto un parere su una sceneggiatura. Ci siamo trovati in sintonia, ed è nata l’idea di un documentario con cui mostrare come vivono gli abitanti di quella fetta di Campania dove la camorra e i suoi complici seppelliscono e bruciano tonnellate di rifiuti tossici, uccidendo l’ambiente e, di riflesso, le persone. Abbiamo trovato un produttore e dei fondi, e siamo partiti. Io, regista dal nord e una crew tutta campana.

Una scelta interessante. Mirata a quale obiettivo?

Io ho sempre pensato a un mercato internazionale per il documentario, non volevo fosse solo la cronaca di un fatterello locale, perché qui non si parla solo di una striscia di Campania rurale. Mi sono mosso come un antropologo che fa ricerca sul campo: avevo bisogno delle “guide locali” per scoprire un mondo nuovo, e portavo a quel mondo uno sguardo esterno, che vedeva e raccontava quel microcosmo senza dare nulla per scontato. Ho cercato di comporre uno sguardo rispettoso, né pietoso né scandalistico, per mettere in primo piano la dignità di chi vive e lotta per quel territorio.

E che cosa ha scoperto questo antropologo?

Lentamente, ho imparato a vedere mille sfumature. All’inizio immaginavo una situazione monolitica: i buoni di qua, i cattivi di là. Ma la realtà non è in bianco e nero, ci sono almeno sei milioni di colori! Una delle sorprese più confortanti è stato scoprire che gli abitanti sono in larga parte molto attivi e sensibili a tutti i problemi ambientali. Anche nelle piccole cose: ho visto un’attenzione alla raccolta differenziata pari a quella dell’Alto-Adige, per dire. Tutto il contrario dello stereotipo che i media ufficiali tendono a passarci. Peccato che questi cittadini hanno dovuto sbattere duramente il naso sul problema per reagire… anche perché il problema non lo vedi, per intero, con una sola occhiata. Ci sono responsabilità pubbliche, private, collusioni al Nord, industrie internazionali che hanno approfittato… il tutto a una manciata di chilometri dalla bellissima costiera amalfitana.

Oltre al lavoro cinematografico e alla forte esperienza umana, che lezione hai tratto da questo tuo lavoro?

La consapevolezza che l’ambiente è uno, e quando lo avveleni te lo sei giocato: non puoi tornare indietro. Qui, purtroppo, i danni causati sono davvero incalcolabili. Con tutto l’ottimismo di cui sono capace, non riesco comunque a credere che la nostra generazione vedrà questo problema risolto. Ma questo non è un buon motivo per smettere di lottare, anzi.

Ogni singolo giorno – il Trailer

Ogni singolo giorno sarà proiettato venerdì 13 febbraio al Cinema dei Fabbri a Trieste.

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