22 gennaio 2015

Sto spiti, dramma secco ed elegante

el sunto Appunti arruffati e personali sulle proiezioni viste & piaciute al Trieste Film Festival. Sto Spiti, un dramma ben costruito nella Grecia della crisi.

La storia raccontata in Sto spiti è semplice, e dannatamente verosimile. Nadja ha lasciato vent’anni fa la Georgia, ed è diventata la domestica di una famiglia benestante in Grecia. Lavora tanto, conosce bisogni e desideri dei suoi datori di lavoro, è quasi una sorella per la moglie e una seconda mamma per la figlia dodicenne. Poi arrivano, insieme, la crisi economica e le avvisaglie di una malattia invalidante…

Potrebbe essere un melodramma, e invece il regista e sceneggiatore Athanasios Karanikolas riesce a eliminare tutti i toni patetici con delle precise scelte stilistiche: nessun primo piano, anzi, una fotografia dalle inquadrature fortemente geometriche, dove l’architettura (in special modo nella lussuosa abitazione della coppia) è sempre presente, mentre gli esseri umani che agiscono non occupano quasi mai troppo spazio, o il centro della scena; pochissima musica prima dei titoli di coda, ma ci sono una lunga, struggente canzone cantata da uno dei personaggi e i rumori del vento, del mare e delle cicale a fare da sottofondo a questo dramma umano; riprese lunghe e senza parole che lasciano il tempo di immaginare i pensieri dei personaggi; ultima, ma forse la più importante, il ritratto della protagonista, che merita uno spazio speciale.

Nadja, interpretata dalla bravissima Maria Kallimani, è una figlia della sua terra difficile: è abituata a rimboccarsi le maniche e a darsi da fare. E quando le cose vanno male, a cedere per il minimo tempo possibile allo sconforto, per poi rimettersi al lavoro, senza chiedere aiuto, senza voler pesare sugli altri, accettando il proprio destino di persona piccola, felice di restare nell’ombra senza mai levare la voce, e di aver potuto far studiare l’unica figlia.

Quando le viene comunicato che non c’è più posto per lei al servizio della famiglia, la rassegnazione è l’unico sentimento che Nadja riesce a provare: ai suoi datori di lavoro tutte le attenuanti (la crisi economica, hanno già fatto tanto per me, hanno bisogno di qualcuno che possa lavorare di più), a lei tutte le colpe (mi sono ammalata, non posso più lavorare quanto serve). L’unica recensione in lingua inglese del film che ho trovato sembra infastidita da tanta “passività”. Forse perché essa mal si adatta all’eroe americano, quello che prende la situazione in mano e cambia il proprio destino. Ma questa vena stoica si addice molto a una donna dei paesi dell’Est, che sa che il destino si accetta e si sopporta.

Ecco che seguendo questa intuizione il disegno del regista appare più chiaro appare più chiaro: c’è un protagonista segreto nel film, ed è lo spazio disumano in cui si svolge la vicenda: uno spazio cui il capitale ha dato le forme (gli abiti, le case, gli ospedali, i ruoli sociali) che condizionano le vite e le scelte di tutti. Scelte che comportano un’ingiustizia quasi necessaria, ineluttabile, perché noi umani non siamo mai liberi di decidere in libertà, mai al centro delle nostre vite sempre condizionate, da un lato da una natura indifferente anche quando è bellissima, dall’altro da un sistema che ci rinchiude in spazi dove possiamo fare solo mosse obbligate.

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