15 gennaio 2015

A Bruxelles, alla ricerca del sogno europeo

el sunto Tre giorni nelle euroistituzioni, tra piazzale Solidarność, agorà Veil e la ricerca di quale sia il futuro dei territori europei e dell'Unione

A inizio dicembre sono stato invitato a Bruxelles dall’europarlamentare Marco Zullo, membro della Commissione Agricoltura al Parlamento UE, portavoce M5S e uno dei pochi eletti residenti in Fvg. L’obiettivo dei tre giorni nella capitale belga è stato quello di formare me e altri cittadini sul funzionamento dei tanti enti sovranazionali che hanno sede là. Questo è il mio racconto della mia permanenza a Bruxelles, finanziata con fondi del Parlamento.

Il punto di ritrovo dei visitatori al Parlamento Europeo a Bruxelles è solitamente l’entrata al Parlamento intitolata ad ‘Altiero Spinelli’ nei pressi di Place du Luxembourg. Chi è Altiero Spinelli? E’ stato uno dei politici che hanno teorizzato l’Unione Europea come mezzo per la pace nel Continente. E’ stato un pensatore nutritosi di idee socialiste e comuniste nella prima metà del secolo scorso, messo al confino dai fascisti. Accanto all’entrata Spinelli c’è la spianata dedicata a Solidarność, il movimento sindacale polacco di resistenza al comunismo dell’Europa orientale. Poco più in là c’è l’agorà ‘Simone Veil’, filosofa e partigiana francese anarchica e marxista tra la prima e la seconda guerra. A camminare tra la piazza di Lussemburgo e l’entrata dell’Europarlamento si incontrano, inoltre, un pezzo del Muro di Berlino monumentalizzato solo qualche settimana fa e una statua dedicata alla moneta Euro.

20141209_093728Spinelli, Solidarność, Veil, il Muro, l’€uro e altri ‘luoghi con dedica’ alla nostra storia comune sono le pennellate di una meticolosa decorazione che punta a raccontare il sofferto, terribile e grandioso parto dell’idea di Unione Europea. Come sappiamo non è solo un parto filosofico. E’ un parto che oggi a Bruxelles produce un’occupazione di suolo per decine o centinaia di ettari da parte di enormi palazzi, nuovi o ristrutturati: tra le varie istituzioni, hanno qui sede il Consiglio dell’Ue, la Commissione Europea, il Comitato Europeo Economico e Sociale, il Comitato delle Regioni e una delle sedi del Parlamento dell’Unione Europea. Sì, una: per chi non lo sapesse, il Parlamento Europeo ha la sua sede principale a Strasburgo e, malgrado un consenso tra gli europarlamentari a cancellare la sede in Francia, quest’ultimo Stato si oppone e fa sì che restino in vita entrambe le sedi.

A passeggiare per le strade di questa specie di Coruscant (if you know what I mean) ti vengono i dubbi sul più grande sogno mai concepito dal nostro Continente. Può questa eurocapitale venire a capo di tutto quel discorso, spesso denso di emotività, sulla globalizzazione non governata, sull’Ue come carrozzone, sulla crisi ambientale, economica, sociale e di valori dell’Europa e dell’occidente, sulla depauperazione a trecentosessanta gradi dei nostri territori operata dalle forze globali? E intanto parte la musichetta dell’impero di Star Wars…

A qualche centinaio di metri dall’entrata Spinelli c’è il palazzo della Direzione Generale che si occupa di Agricoltura. L’entrata della ‘Dg’ Agricoltura presenta al piano terra un poster con una foto di un campo arato. Ma è solo un sogno, è solo una fotografia: di aiuole ed alberi veri ne trovi 2 ogni 8 palazzi. E’ la banale metafora di una mega-istituzione dove la burocrazia è di dimensioni holliwoodiane ma l’oggetto della burocrazia, cioè la terra, la natura, le comunità locali che la abitano, sono davvero lontane. Non è un caso che sia partorita in questo palazzo la Politica Agricola Comune (Pac), ovvero il Piano settennale su come sovvenzionare e far funzionare al meglio l’agricoltura del continente. Tale piano settennale, dopo esser stato varato, porta le Regioni come il Friuli Venezia Giulia a sfornare documenti di applicazione regionale (i PSR) fatti da centinaia e centinaia di pagine sui quali gli operatori del territorio devono confrontarsi (funzionari, agenzie, agricoltori, sindacati). L’Unione Sovietica, a pensarci, era più timida: sfornava piani che erano solo quinquennali.

20141208_155101Ma davvero a proposito dell’Ue possiamo permetterci quest’ironia? Fino ad un certo punto ovviamente perché, se europei vogliamo essere e lo vogliamo sì, allora stabili alleanze e istituzioni politiche tra territori ci dovranno pur essere. La delegazione europea del Movimento 5Stelle, che ho incontrato in questi giorni, arriva nel 2014 in questo confronto non solo ironico, ma drammatico. E’ un confronto non solo italiano tra idee, ere politiche, necessità dei cittadini e l’enorme macchina amministrativa Ue.

Guardare a cosa fa il M5S a Bruxelles è interessante per capire sia dove va lo Stato-Italia, sia dove va il Mega-Stato-Europa. Il M5S è un partito senza storia (troppo giovane) e senza un’ideologia condivisa e digerita dalla base (malgrado la mia ricerca di qualche anno fa illustrasse delle chiare culture originarie, certamente ancora presenti nel moVimento anche se non egemoni). Il moVimento è stato votato dai cittadini italiani per ‘cambiare’ rispetto ai partiti tradizionali, per fare qualcosa di ‘nuovo’ e più vicino alla ‘gente’. Insomma, senza scervellarci sull’antropologia M5S, sulla quale perlomeno dovrei combattere il ritratto mainstream proposto da Repubblica.it, posso certamente scrivere che il M5S rappresenta l’insoddisfazione popolare su quello che ci arriva da Bruxelles, da Roma, ma anche da New York e così via. E’ qui per far confrontare quest’insoddisfazione con i mega meccanismi made in Ue.

Il primo giorno a Bruxelles partecipo ad un dibattito sull’agricoltura sostenibile organizzato in Europarlamento dal moVimento. L’europarlamentare Marco Zullo mette subito le mani avanti sul ruolo degli eletti: «Credo che quando la politica abbia di fronte a sé esempi virtuosi su territorio, allora possa rappresentare il cambiamento ed essere efficace. Il cambiamento non arriva da sé. Sia gli agricoltori che i cittadini si devono mettere in gioco e cambiare dal basso il sistema».

20141209_095215A proposito di territorio in senso stretto ovvero di politiche agricole, l’approccio di Zullo è quello per cui dovrebbe essere normale che i prodotti nelle dispense a casa delle famiglie europee siano ‘biologici’. Ma come spiega nel dibattito Marco Contiero, Direttore delle politiche sull’agricoltura di Greenpeace Europa, «la Politica agricola comune è figlia dei grandi interessi delle aziende che forniscono input al mercato agricolo: semi, fertilizzanti, pesticidi. La Politica agricola comune dovrebbe premiare produzioni intelligenti ma solo raramente succede. Vista la forza e il radicamento del sistema fatto di supermercati, grandi aziende sementiere e chimiche, ritengo che la scelta del consumatore non sia affatto libera. Greenpeace in Europa propone scelte legislative molto diverse da quelle che diventano legge».

Una contestazione al liberismo globale, è il succo del dibattito organizzato da Zullo, non può che partire dai territori. Oltre a Contiero di Greenpeace, a parlarci di agricoltura a Bruxelles c’è anche Koen Hertoge, della comunità locale del piccolo Comune di Malles, 5.113 cittadini, Val Venosta, Tirolo in Italia. «Il nostro Comune ha bandito i pesticidi da tutta l’area di Malles tramite un referendum popolare indetto il 5 settembre 2014», spiega Hertoge. «In questa maniera i cittadini hanno detto la loro sui problemi causati dalla presenza dell’agricoltura industriale: l’impatto negativo verso il turismo costituito da un paesaggio culturale e agricolo sembra più abbruttito dallo sfruttamento chimico-industriale; i danni per la salute dei cittadini e dei bambini in particolare; l’inquinamento da campi convenzionalmente chimici verso altri coltivati biologicamente». Afferma Hertoge: «E’ la prima volta in Europa che un Comune si ribella e diventa pesticides free».

Il caso di Malles è d’ispirazione per tutti ma anche antropologicamente interessante visto che è il racconto di un movimento locale vincente malgrado la contrarietà del partito dominante, in questo caso il Südtiroler Volkspartei.

Non mi sembra un caso che il parlamentare del Südtiroler Volkspartei, Herbert Dorfmann, stia a Bruxelles e a Roma con le maggioranze di Governo. Sugli scranni opposti di quelli M5S. A parte le mie interpretazioni critiche, i territori e le località oggi in tutta Europa sono trainati dell’inerzia di un sistema costruito nel dopoguerra che integra centinaia di milioni di persone, decine di partiti regionali e nazionali, un sistema economico capitalistico, culture politiche europee storiche del dopoguerra.

20141209_094009Nella visita vera e propria all’emiciclo di Bruxelles, che si tiene il mio secondo giorno in Belgio, Leone Rizzo della Direzione Generale Comunicazione ci spiega che il sogno europeo «arriva dal basso». Curiosamente, proprio a noi triestini, goriziani e friulani ricorda che l’Unione Europea è nata per mediare e sopire per sempre i conflitti in Europa, «vedi gli esempi di alcuni territori misti e di confine… come quello dell’Alsazia». Da Rizzo scopro che anche l’Alsazia ne ha passate di cotte e di crude, anche di più del nostro Litorale giuliano.

Afferma Rizzo: «se chiedete ai tedeschi o ai francesi di chi è l’Alsazia e la Lorena, vi daranno risposte diverse, anche perché ancora oggi ci sono cittadini che parlano tedesco in Francia a Strasburgo. In Europa, nella seconda guerra mondiale, 50 milioni sono morti anche per decidere chi aveva ragione su questi temi. Questo percorso è stato coronato nel 2012 quando l’Ue ha ricevuto il premio Nobel per la Pace». Ancora lui, il sogno europeo da difendere, anche nelle parole di questo funzionario: ma siamo tutti d’accordo su quale sia veramente questo sogno, ormai? Ce n’è uno solo, di sogno europeo, nel 2015?

Certo possiamo condividere la strada del sogno verso la pace e la prosperità comune con tanti. Ma siamo in imbarazzo quando accanto a noi camminano anche le multinazionali come Monsanto, prontissime a fare lobby sul Parlamento europeo per i loro interessi di parte. E il sogno non è così dorato e semplice come le pennellate di simboli storici intorno a Place du Luxembourg. Ci sono anche le ovvie difficoltà che incontra un enorme meccanismo fatto da 27 delegazioni statali diverse. Ci sono 27 lingue ufficiali a Bruxelles. In ogni sala dove si riuniscono europarlamentari, commissari e funzionari ci sono 27 postazioni per interpreti, come del resto in 27 lingue va tradotto ogni documento ufficiale.

Girare per i palazzi dell’Unione europea restituisce un’energia fantastica. Vedi in continuo movimento e interazione cittadini da tutta Europa, ascolti tutte le nostre lingue. La valutazione di chi lavora qui, che si confida con me «a microfoni spenti», è che siano proprio i funzionari di Direzioni Generali, Commissione e Parlamento ad avere il coltello dalla parte del manico in ogni procedimento, regolamento e decisione vera e propria dell’Unione europea. Sono i funzionari che scrivono le leggi, che fanno ‘andare avanti le carte’. E, sempre informalmente, la valutazione di più di qualcuno che lavora a Bruxelles è che i funzionari siano comunque schiavi di nomine sottostanti ad influenza politica. Se tutto il mondo è paese, tutta l’Europa ha vizi che consideriamo italiani: funzionari che gestiscono il potere ma sotto il ricatto dei politici di turno.

Se non saranno i politici o i territori a rimettere in discussione l’architettura europea attuale, forse sarà il progetto stesso a dimostrarsi inadeguato. Nell’ultimo seminario a cui ho partecipato a Bruxelles, dedicato ai fondi europei, scopro da un europarlamentare M5S che «l’Ue ha 25 miliardi di euro di debito per fatture non pagate, proprio mentre l’Europa mette in mora l’Italia per i suoi ritardi coi pagamenti verso i privati. C’è uno studio della Corte dei Conti Europea che dice che arriveremo alla fine dell’attuale programmazione settennale di fondi europei, nel 2020, con 80 miliardi di debito».

E allora nel 2020, se così fosse: niente più fondi europei per le aree rurali, niente fondi per le zone di confine, niente fondi per le regioni più povere, niente fondi per la formazione professionale, niente fondi per l’innovazione. Se così sarà, quella volta sarà il sistema-Europa a divorare il sogno. Tornerà ai territori l’opzione di rimettere tutto in discussione. E allora sarà tempo di comprendere insieme di nuovo cosa ci abbia portato fino a Bruxelles.

6 commenti a A Bruxelles, alla ricerca del sogno europeo

  1. Ivan

    “Se tutto il mondo è paese, tutta l’Europa ha vizi che consideriamo italiani: funzionari che gestiscono il potere ma sotto il ricatto dei politici di turno.”

    Quoto. Si tratta solo di essere più o meno sfacciati

  2. walter

    “Funzionari che gestiscono il potere ma sotto il ricatto dei politici di turno”
    Frase palesemente figlia di una concezione anti-democratica. I funzionari non devono gestire alcun potere. Come dice il nome il loro ruolo è funzionale. Devono eseguire le indicazioni dei politici eletti dal popolo.

    M5S al parlamento europeo per il “nuovo” e per la “gente”? Retorica stomachevole e falsa. Che tipo di nuovo, quale tipo di gente? M5S ha fatto gruppo con l’estrema destra inglese dell’Ukip, l’estrema destra svedese della SD e un indipendente polacco anche lui di estrema destra. Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei.

  3. Ivan

    @2 magari la frase fosse figlia di una concezione anti-democratica. E’ semplicemente una fotografia di ciò che succede. I funzionari dovrebbero seguire ma di fatto non lo fanno. E chiunque abbia una minima esperienza sa che è così… Il M5S c’entra poco. Il problema è di una governance UE troppo complessa che agevola meccanismi autoreferenziali a scapito dell’interesse generale.

  4. aldo

    In Europa, come in Italia, c’è troppa politica che non lascia fare alla burocrazia quello che vuole?
    La penso esattamente all’opposto: c’è troppa e troppo costosa inutile burocrazia che pretende di determinare anche la circonferenza della pizza e troppa poca politica capace di trasformare l’Europa in un effettivo soggetto politico.

  5. aldo

    E’ veramente curioso che si parli del M5S al Parlamento europeo “dimenticandosi” della precisa scelta di alleanze politiche che ha fatto il M5S costituendo, insieme ai nazionalisti inglesi dell’UKIP, a quelli svedesi dell’SD, a un’eurodeputata francese eletta con il Fronte Nazionale e a un eurodeputato polacco eletto con il Congresso della Nuova Destra, il gruppo politico di estrema destra del Parlamento europeo, caratterizzato da una comune visione nazionalista avversa al progetto di unità europea. Se in Italia è ancora possibile far finta che il M5S sia “neneista”, nè di destra nè di sinistra”, in Europa questa finzione non è più possibile perchè una scelta chiara e netta l’hanno fatta loro.

  6. Jasna

    ” scopro da un europarlamentare M5S che «l’Ue ha 25 miliardi di euro di debito per fatture non pagate”
    Io una fonte consultabile l’avrei linkata, perché sarebbe interessante (e non per il fatto che l’Italia viene bastonata per i suoi ritardi).

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