17 dicembre 2014

Orti civici a Trieste e in Carso: una guida al loro successo

el sunto Ce ne sono decine tra Trieste, Carso e Breg. Il parere di Slow Food e di BioEst su uno dei fenomeni più popolari del nostro territorio

Il 2014 ha segnato l’affermazione generale nel territorio giuliano del fenomeno degli orti civici, sociali, didattici. Il 2014 è stato l’anno in cui probabilmente c’è stato il più alto numero di orticoltori che coltivano insieme nel nostro territorio ed ha visto, tra le altre cose, l’emergere di un’organizzazione come il Forum dell’Agricoltura Sociale dedito a strutturare  il rapporto tra istituzioni e cittadini con svantaggio (e non) sul campo dell’orticoltura. Perché ha avuto successo anche da noi il movimento della lattuga? In questo mio articolo propongo un’analisi del fenomeno (nel video qua sotto i bambini della scuola Foschiatti intenti a fare l’orto…).

LE DIMENSIONI DEL FENOMENO A TRIESTE

Per chiarire il ‘campo’ mi riferirò al fenomeno degli ‘orti civici’, ovvero al fenomeno in cui sono inclusi anche gli ‘orti sociali’: dò una definizione di ‘orti civici’ per quegli orti dove, a certe condizioni, la partecipazione di un pubblico è prevista per gestire collettivamente un pezzo di terra. Che a partecipare alla gestione di un orto alla fine siano solo due persone va anche bene, basta che ci sia un avviso pubblico per far arrivare quelle persone su quell’orto. Se coltivi in famiglia e nessuno fuori da casa tua ne sa nulla di questa possibilità: no, non è un orto civico. Invece, considero un ‘orto sociale’ quell’orto utile a recuperare persone che non stanno bene tramite un progetto pubblico (e ‘non stare bene’ potrebbe riguardare tanti tipi di malessere, ma questa è un’altra storia). Orti urbani? Per me sono quelli nel perimetro della città mentre ‘orti civici’ sono anche quelli in campagna…

DOVE SONO GLI ORTI TRA TRIESTE, BREG E CARSO?

Di orti civici nel territorio giuliano tra Trieste, Carso e Breg, ce ne sono letteralmente a decine.

L’iniziativa più rilevante sembra quella del progetto ‘Orto in condotta’ e riguarda asili, scuole materne e medie. Gli orti di ‘Orto in condotta’ sono promossi da tre anni da Slow Food Trieste col concorso del Comune di Trieste e più recentemente dall’Azienda Sanitaria Locale. Andrea Gobet di Slow Food mi ha raccontato che, dentro il loro progetto ‘Orto in Condotta’, sono partiti da 20 orti e ultimamente sono arrivati a circa 40, ma si può dire che ci sia almeno una classe in ognuno dei 70 istituti coinvolti che abbia come minimo il suo vaso o cassetta con delle piantine. E poi rientra nel progetto la fruttuosa collaborazione tra Itis (sì, la storica casa di riposo per anziani!) e alcune scuole del circondario per cui, nella soffitta di Itis, anziani e bambini si prendono cura insieme di un piccolo vivaio. Mi dice Gobet: «Sappiamo che di tutti quelli che hanno aderito (volontariamente), la percentuale di successo è stata veramente alta». Questo vuol dire che ogni anno almeno un migliaio di bambini a Trieste, trainati da maestri, professori o da genitori, hanno coltivato in classe o vicino alla scuola fagioli, piselli, grano…

Di altro grande rilievo orticolo è il progetto ‘Urbi et Horti’, promosso originariamente da BioEst col Comune di Trieste e al quale si sono associati dal 2012 vari altri sostenitori come il Comune di Muggia, l’Azienda Sanitaria, alcune Micro-aree dell’Azienda Sanitaria stessa, il CSM, i Centri handicap nonché una lunga serie di associazioni tra cui Legambiente Trieste, Italia Nostra, la Rete di Economia Solidale Fvg, Impronta Muggia, La Corte. Nel caso di Urbi et Horti sono attivati 27 nuovi orti civici, fatti da appezzamenti variabili tra i 30 e gli 80 metri quadri assegnabili a individui, famiglie, associazioni, cooperative sui quali coltivano almeno 200 ‘neo-contadini’. Gli orti si trovano in tutte le parti delle città da Roiano, san Luigi, san Giovanni, Borgo san Sergio a Muggia e anche sull’altipiano carsico. Quelli su terreni del Comune, stra-carichi di richieste che non riescono a soddisfare, sono in via Navali, strada di Fiume, borgo San Sergio (le Piane).
Dai dati che avevo rispetto al 2012, so di richieste di cittadini per oltre 10 volte superiori rispetto agli appezzamenti offerti dal Comune sulla terra pubblica.

Nella rete di Urbi et Horti non sono solo messi a disposizione terreni del Comune di Trieste ma anche quelli di alcuni privati che avevano terra da coltivare inutilizzata. Urbi et Horti offre gratuitamente alla cittadinanza un corso ogni anno in moduli da 2 ore ciascuno di agricoltura biologica con lezioni teoriche e lezioni pratiche in campo. Il sito di Urbi et Horti con tutti i contatti e la collocazione degli orti è: http://urbiethorti.wordpress.com . Il sito del Comune di Trieste sugli orti è: www.ortitrieste.it

Sappiamo di altre attività orticole rivolte al pubblico in zona Duino (presso il campeggio agrituristico Carso), a Dolina (l’Orto del Sole), oltre Roiano (sopra Pis’cianzi), a Sagrado (presso l’agriturismo Milič. Nota: non sono parente dei padroni di tale azienda).

Per quello che riguarda chi scrive questo articolo, a Pliskovica (a 21 km da Trieste in Carso), organizzo dal 2010 corsi di formazione sull’orticoltura e orti civici dedicati ad ortaggi ed erbe officinali su una superficie di circa 5.000 metri quadri. Credo che lì siamo stati i precursori di questo movimento locale o, almeno, tra i primissimi. Il nostro centro per l’autosufficienza, chiamato ‘Joseph‘, di terra ne ha tanta a disposizione: per noi è importante che siate… amabili e vi piaccia il discorso dell’autosufficienza e del cibo equo e locale. Il nostro sito con tutti i contatti è: www.joseph.land

CHE COSA PORTA LE PERSONE A FARE L’ORTO?

In sintesi, quali sono le motivazioni principali dei triestini a farsi un orto insieme ad altri? E’ una domanda difficile perché valuto che siano solo pochi i casi, fino ad ora, in cui partecipare ad un orto civico sia stato motivato dal desiderio di sparagnar sui soldi della spesa. Vediamo intanto cosa mi hanno raccontato i principali autori del locale movimento della lattuga.

Andrea Gobet di Slow Food mia ha sottolineato il piacere dei bambini a imparare coltivando in compagnia e quello di far mangiare agli adulti le verdure coltivate coi compagni di scuola. In questo caso le motivazioni sono sentimenti puri di piacere di coltivare e condividere. Nella ricerca sul campo che ho curato per conto del Forum dell’Agricoltura Sociale di Trieste (di cui da poco è stata resa pubblico il testo condotto assieme a diversi validi studiosi) la dimensione emotiva del fare orto è fondamentale, ben più importante di un calcolo economico ed ha come punto focale il prendersi cura della produzione ovvero della terra, questa volta in senso stretto – come nella seguente dichiarazione di uno dei miei intervistati:

«E’ il piacere di stare a contatto con la terra, vedere crescere le piante, quando piove andare a vedere come sta l’orto… mettersi a pensare come risolvere I piccoli problemi e le esigenze dell’orto… mi ricordo di mia nonna che aveva l’orto… mia moglie era perplessa ma ora quando finsce il lavoro pensa sempre di andare a fare un giro in orto con la bambina».

Approfondendo il dialogo coi miei intervistati per questa ricerca, tutti quelli che mi hanno parlato del loro orto o della loro conoscenza di alcune aziende agricole e dei contadini che le conducono, sono finiti a raccontarmi dei loro ricordi d’infanzia: l’aranceto di famiglia per uno dei miei intervistati di origine siciliana, gli orti dei nonni, le domeniche in Carso da amici contadini. Per tutti questi, avere un cibo di qualità sulla tavola è anche agganciarsi alle proprie radici.

Ho chiesto ad Andrea Gobet di Slow Food Trieste quelli che per lui sono i tre motivi principali che spingono le persone a fare un orto insieme ad altri: «Vogliono riavvicinarsi all’origine del cibo tagliando via la mediazione ovvero tornare agli ingredienti e capire da dove vengono. Cercano la soddisfazione educativa di vedere il risultato del proprio lavoro in un settore che non è più familiare: per esempio c’è chi ha coltivato in grano. 50 anni fa non avrebbe avuto nessun senso ma oggi la soddisfazione personale e di fronte agli altri riguardo la coltivazione diventa entusiasmante. Pensando agli orti delle scuole, per i bambini e gli insegnanti l’orto è un luogo didattico a 360 gradi per tutte le materie: per la matematica, per la geometria, per l’inglese (nomi di questo e di quell’altro), per le scienze». Insomma, sintetizzando, potremmo dire che fare l’orto risponde all’esigenza di una educazione ambientale e agricola in particolare, basata sul learning by doing.

Tiziana Cimolino di BioEst mi scrive (probabilmente sorridendo) che dentro gli orti civici ‘la festa è obbligatoria’ non dimenticando però che in tanti orti messi in piede in questi anni ci sono «progetti personalizzati con finalità di tipo inclusivo e recupero sociale». Insomma dentro l’orto sembra che tanti ci vedano progetti di crescita personali e la voglia di divertirsi.

Ricorrente, infine, nelle mie interviste e nella mia esperienza di organizzatore di orti, è quel concetto che l’agricoltore ed amico Checco Bonini definisce così: coltivare è «prendersi cura di sé stessi». E’ una frase tanto irrazionale quanto evidente per chi coltiva: nella nostra società siamo abituati a realizzare lavori e percorsi emotivamente poco significativi mentre stare in contatto con la terra e far crescere la vita è qualcosa che, per gli umani, avrà sempre senso.

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