2 novembre 2014

Jodorowsky a Trieste: un guru anziano con tanto da raccontare

el sunto Al festival del cinema Science+Fiction a Trieste per ricevere il premio alla Carriera, un maturo Alejandro Jodorowsky condivide la propria visione.

Forse i tuoi film no, maestro, ma TU sei fantascienza!” ha risposto il direttore del Trieste Science+Fiction Daniele Terzoli ad Alejandro Jodorowsky per motivare la ragione del premio Urania d’argento 2014 a un personaggio che è cineasta, performer, mistico, sceneggiatore, guaritore e tanto altro… ma regista di film di fantascienza non lo è stato – per un soffio.

jodorowskys_duneVenerdì 31 ottobre il pubblico del Science+Fiction ha potuto ammirare sul grande schermo della Sala Tripcovich il documentario di Frank Pavich Jodorowsky’s Dune, preziosa testimonianza di uno dei progetti cinematografici mai girati eppure più influenti nella storia della fantascienza: folle, geniale, titanica, la versione filmica del capolavoro di Frank Herbert per il regista cileno avrebbe dovuto creare un profeta, un film-profeta (non profetico) che avrebbe cambiato la mente delle giovani generazioni. Era il 1975, e il primo Guerre Stellari non era ancora stato ancora girato. Non è dunque proprio sorprendente se i produttori di Hollywood hanno detto “no grazie”, saccheggiando però poi a mani base la “bibbia” che Jodorowsky, Moebius, Giger e altri talenti visionari hanno fornito all’epoca a tutti gli studi cinematografici per spiegare la loro visione.

Certo, i suoi film precedenti come El topo, La montagna sacra o Santa Sangre hanno degli elementi che potremmo definire ‘fantastici’, anche se Jodorowsky probabilmente non sarebbe d’accordo. Visionari, simbolici, psichedelici direbbe lui.Frutto di creatività, non di fantasticheria. Sono film fatti contro le regole, seguendo l’intuito e una singolare concezione dell’arte, film che toccano gli spettatori in maniere inconsuete ma potenti. C’era attesa, dunque, per l’ultimo lavoro di Jodo (come lo chiamano con affetto fan e collaboratori), La danza della realtà, alla proiezione serale. Ma anche per il cabaret mistico che lo avrebbe introdotto, quella peculiare forma di comunicazione-spettacolo che Jodorowsky usa per spiegare la sua filosofia al pubblico.

Eccolo qui, lo psicomago cabarettista, di fronte a una platea pienissima di fan. Fa una certa impressione vedere un’icona della contro-cultura degli anni Settanta che ha riempito di simboli esoterici i propri film, che offriva droghe psichedeliche alla troupe con cui girava i film, che fece allenare il figlio per due anni ininterrotti con le arti marziali per prepararlo al ruolo di Paul Atreides comunicare oggi con una semplicità disarmante pochi, chiari concetti con esempi in buona parte presi dal quotidiano. È stupefacente vedere come, dopo averli studiati per più di dieci anni, non ha più bisogno dei simboli dei tarocchi per illustrare verità universali: invecchiando, ha conquistato la propria forma nella semplicità, spogliandosi di tutto il superfluo. E tutto questo solleva ancor più curiosità sul nuovo film, che vede il regista cileno di nuovo dietro la macchina da presa dopo ben ventitre anni, La danza della realtà 

Il film ha lo stesso titolo del libro autobiografico di Jodorowsky, e le prime sequenze riprendono quasi esattamente le prime pagine del libro: l’infanzia di Alejandro, le sue prime intuizioni sulla struttura magica del cosmo, i complicati rapporti con i genitori. Ma lentamente nel film l’attenzione si concentra sul padre Jaime, che nella pellicola è interpretato da Brontis Jodorowsky, figlio del regista. Ossessionato da una certa figura del maschile, Jaime adora Stalin ed educa il figlio con durezza estrema per farne un vero uomo. E per provare a tutti la sua virilità, a un certo punto Jaime decide di lasciare la cittadina dove vive per assassinare il dittatore cileno Ibañez: il resto del film seguirà il piano, il suo fallimento e l’odissea del ritorno di Jaime, che alla fine guarirà dalla propria ossessione grazie a un “atto psicomagico” messo in scena dalla madre…

Lontano dagli eccessi dei suoi primi film, pur conservandone molti tratti caratteristici, La danza della realtà è in tutto e per tutto un prodotto di quel guru come persona anziana che si è presentata nel cabaret mistico: asciutto e vivido, caricaturale e poetico, emozionante e razionale, spirituale e politico, biografico e universale, vero e finzionale nello stesso tempo. Tradurre tanta complessità in linguaggio cinematografico ha un prezzo, quello di rompere la grammatica filmica per tenerne solo i frammenti utili all’intento. Il risultato è un film personalissimo, di cui non si può dire né bello né brutto, che resta impresso per frammenti e lavora con tempi propri nell’inconscio di ciascuno spettatore, muovendo le proprie domande rispetto a se stessi, e  al cosmo…

Che dire? Lunga vita e prosperità a un festival capace di portare qui maestri di tale calibro, di offrire al pubblico l’occasione di confrontarsi con un maestro non solo del cinema.
E grazie a tutti quelli che si fanno in quattro per regalare a una città a volte pigra e poco aperta occasioni come questa.
Ora torno a meditare sulla sequenza di apertura, che mi è tornata in mente all’improvviso, stamattina…

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