1 settembre 2014

Italia – Croazia: una cooperazione “d’impatto” per una “migliore qualità della vita”

el sunto Parla il triestino Ivan Curzolo, al lavoro nella predisposizione del nuovo Programma UE. Che dà la parola alla popolazione, con un questionario online

In questi giorni mi è arrivata notizia di un questionario predisposto dal nascente Programma di cooperazione ‘Italia – Croazia’ per raccogliere l’opinione della popolazione sui temi e i settori che dovranno essere finanziati. Così, ho preso la palla al balzo per ri-coinvolgere su Bora.La il triestino Ivan Curzolo. Autore sul nostro blog di alcune guide sull’Ungheria vista da un triestino, viandante camminatore di Carso ed Istria, professionalmente è uno dei nostri più importanti esperti di fondi comunitari. Mi ha concesso un’intervista in cui esploriamo le sue competenze e, soprattutto, ci facciamo dare il suo parere di qualità sui temi della cooperazione comunitaria tra Italia e Croazia.

Da Trieste fino a Roma, poi Budapest e ritorno a casa. Mi spieghi in cinque righe la tua carriera?

Assieme a qualche altro impavido collega sono stato fra i primi studenti di Giurisprudenza di Trieste a partire con l’Erasmus in Spagna. E’ stata la folgorazione. Lì ho deciso, in maniera forse vaga e naïf, che avrei lavorato “per l’Europa”.
Dopo la laurea nel 2000, ho fatto uno stage al Consolato generale italiano di Capodistria e cominciato a lavorare su INTERREG IIA Italia – Slovenia per una società di consulenza locale, aiutando l’amministrazione regionale a preparare i documenti di chiusura del programma.
Nel 2004 mi sono trasferito a Roma perché volevo approfondire le dinamiche di politica pubblica dell’amministrazione centrale e devo dire che è stata un’esperienza anche umana notevole perché da lì ho potuto poi avere incarichi di assistenza tecnica un po’ in tutta Italia, dalla Regione Calabria alla Provincia Autonoma di Trento.
Dopo Roma ho vinto il concorso per funzionario a segretariato tecnico del programma transnazionale Spazio Alpino. Nel 2008 ho vinto il concorso per vice-direttore del transnazionale Sud Est Europa (SEE), poi promosso a direttore fino a fine 2013 quando, a seguito della decisione di dividere lo spazio SEE in tre nuove realtà (Danubio, Adriatico Ionio e Balcani Mediterraneo) ho deciso di dedicarmi ad altro.

I posti in cui hai lavorato sono stati una scelta voluta, imposta e… quanto goduta? 

Ciascun trasferimento è stato un compromesso fra progressione di carriera e attrazione per il luogo. Roma significava esperienze e visibilità nazionali come pure passare qualche anno in una delle città più belle del mondo. Se ne sopporti il traffico e la densità di popolazione (cosa di cui io non sono stato capace) vivi in un posto meraviglioso. Da Roma poi mi sono trasferito a Rosenheim, cittadina bavarese da fiaba, con i suoi monti e le casette e i prati e le mucche e la birra…
Dopo tre anni però mi sono reso conto che l’eccesso di organizzazione stava – paradossalmente – uccidendo la mia creatività professionale e personale e il richiamo dell’Est si faceva decisamente sentire. L’occasione è arrivata nel 2008 quando si è aperto il concorso per il reclutamento del personale del Segretariato congiunto del programma SEE. Oltre a vivere a Budapest, lavorare nel SEE mi ha consentito di vedere posti che probabilmente mai ci sarei andato da turista (in Transnistria, ad esempio).
Ora, non mi sento in realtà “rientrato”. E’ vero, non lavoro più a tempo pieno al segretariato SEE e questo mi consente di scegliere singoli progetti e dove spendere parte del mio tempo lavorativo. Normale quindi che passi a Trieste più tempo di prima ma non mi sento del tutto “rientrato” (come non mi sono mai sentito del tutto “partito”). D’altra parte Budapest offre una qualità della vita davvero notevole ed è difficile che l’abbandoni definitivamente nell’immediato futuro.

So che ora stai lavorando, come freelance, alla definizione del programma di cooperazione europeo tra Italia e Croazia. In cosa consiste oggi il tuo lavoro per questo programma? 

In realtà sono titolare assieme ad un collega ungaro-rumeno di una società di servizi con sede proprio a Budapest. Ci occupiamo soprattutto di fornire assistenza specialistica alle pubbliche amministrazioni responsabili della preparazione dei programmi di cooperazione territoriale 2014 – 2020 (lavoriamo per l’Italia – Croazia, l’Ungheria – Slovenia, il Bulgaria – Serbia, il Danubio e altri). Altre cose le faccio come freelance.
Nel caso di Italia – Croazia, il mio ruolo è quello di coordinare il gruppo di esperti che affiancano i funzionari nazionali e regionali italiani e croati (riuniti in una cosiddetta Task Force) in tutte le fasi del processo di programmazione che, di fatto, è un esercizio a più passi.
Per prima cosa è stata preparata un’analisi territoriale dell’area di programma (sono stati individuati determinati fabbisogni e necessità declinati rispetto agli 11 obiettivi tematici stabiliti dall’UE). Dopodiché, l’analisi è stata preliminarmente discussa dai membri della Task Force che hanno condiviso gli elementi strategicamente più rilevanti e li stanno in questo momento ponendo all’attenzione dei territori (fase di consultazione). E’ infatti questo il momento nel quale tutti coloro i quali hanno qualche interesse rispetto ai contenuti e alle finalità del programma possono esprimersi e offrire il proprio contributo.
Raccolti i vari punti di vista, si cercherà di fare una sintesi e proporre una distribuzione delle risorse per gli obiettivi individuati che risultano maggiormente condivisi.
Gli obiettivi dovranno essere raggiunti nei successivi 7 anni attraverso l’attuazione di singoli progetti. I contenuti e i risultati di tutto questo processo devono essere sintetizzati in un documento che dovrà essere poi trasmesso alla Commissione entro l’autunno.
Oltre alla parte tecnica (analisi territoriale) il nostro ruolo è soprattutto di proporre, nella scrittura del programma, soluzioni operative mediate fra le varie posizioni che poi devono essere discusse e approvate dalla Task Force, e garantire che l’intero processo rimanga tecnicamente corretto e risponda ai dettati dei regolamenti comunitari (che richiedono soprattutto una concentrazione delle risorse e quindi un orientamento deciso su cosa finanziare e cosa no). E’ un lavoro di facilitazione tecnica con sprazzi di diplomazia ma meno burocratico e più creativo di quel che possa sembrare.

Quale ti aspetti sia l’impatto del prossimo programma Italia-Croazia su quel trinomio pieno di emozioni Trieste-Istria-Dalmazia? 

E’ evidente che non sarà un programma di cooperazione a cambiare il mondo, sia perché le risorse disponibili non lo consentono sia perché non è questo il suo ruolo. Al di là degli obiettivi di sviluppo proposti nel documento a me – personalmente ed emotivamente – piacerebbe che anche questo programma riuscisse a contribuire a recuperare la complessità culturale delle nostre terre specialmente dove questa è ora dimenticata più o meno consapevolmente (penso soprattutto alla Dalmazia, ma è un discorso generale che potremmo fare anche per Trieste su Italia – Slovenia).
Non penso a memorie condivise o retorica varia. Penso piuttosto alla conoscenza e al rispetto della storia degli abitanti di oggi che non ignori però il contributo altrui, così come ben descritto in alcuni libri (penso a Hermann Bahr “Viaggio in Dalmazia” e Alessandro Marzo Magno “Il leone di Lissa”, tanto per citarne due). E non si tratta solo di usare bandiere o installare tabelle plurilingui – tutto sacrosanto, intendiamoci – quanto piuttosto di recuperare tradizioni tipiche locali magari aggiornate alle necessità di oggi (mestieri, tecniche artigianali, di lavorazione del cibo, ecc.) che potrebbero contribuire allo sviluppo del territorio per una migliore qualità della vita di chi lo abita. A parte questo aspetto, mi auguro che l’intero spettro di obiettivi produca impatto, creando i presupposti per un aumento dell’occupazione nell’”economia blù”, sostenendo un approccio condiviso alla gestione delle risorse naturali oppure riuscendo a migliorare l’accessibilità dell’area, attraverso l’istituzione di nuove rotte marittime pilota fra Trieste e Fiume o Trieste e Zara, tanto per fare due esempi. Spetterà comunque alle amministrazioni e agli attori locali valutare la fattibilità di ciascun intervento…

Stiamo vivendo in giorni di scelte e responsabilità che segneranno un’epoca. La collettività ha di fronte a sé domande su come rispondere alla crisi ambientale, al crescente divario tra ricchi e poveri, all’inefficienza dei vecchi servizi per la collettività. Che risposte dà il programma di cooperazione a questi temi?

In parte penso di averti risposto sopra in parte posso dirti che la strategia Europa 2020 a cui tutti i programmi cofinanziati dall’Unione Europea si allineano pone l’accento su sostenibilità e inclusività della crescita. Se poi questo sia effettivamente fattibile ce lo dirà il tempo…

Per esperienza diretta, so che i progetti finanziati da fondi UE spesso hanno difficoltà ad essere davvero utili allo sviluppo della comunità locale: molta burocrazia, sovente grandi limiti nell’aiutare iniziative commerciali. Le nuove politiche UE e il vostro lavoro aggrediranno questi problemi, ammesso che tu sia d’accordo con la mia analisi?

Il problema della eccessiva burocrazia esiste, è condiviso ed è stato affrontato tanto è vero che in ciascun nuovo programma di cooperazione deve essere predisposto un capitolo specifico che si chiama “riduzione degli oneri amministrativi per i beneficiari”. Detto questo, io credo che sia fondamentalmente corretto richiedere uno sforzo amministrativo adeguato a chiunque riceva denaro pubblico.
Il buon senso vorrebbe che in questi processi venissero considerati due elementi fondamentali: la proporzionalità tra scartoffie necessarie rispetto al valore delle risorse gestite e il fine ultimo di tutte le regole e norme: il corretto utilizzo del denaro per il raggiungimento degli obiettivi individuati in partenza. Non sempre è così ma le cose stanno migliorando, a parer mio.
Non dimentichiamo inoltre che questi programmi di cooperazione territoriale fanno spesso riferimento a norme e procedure nazionali (sia statali che regionali). Quindi molto spesso ciò che si pensa sia colpa di Bruxelles è in realtà colpa di Roma o Trieste.

In questi giorni i triestini e tutta l’area target del programma Italia – Croazia potranno esprimersi sui contenuti proposti dallo stesso programma sia in termini di obiettivi che di azioni da finanziare. Cosa ti aspetti da questa fase di consultazione ‘popolare’?

Ci aspettiamo di capire se e quanto gli obiettivi pre-selezionati dai rappresentanti istituzionali di Italia e Croazia siano condivisi dal territorio e quali siano le azioni che meglio possano contribuire agli obiettivi di programma. Ci aspettiamo però che si comprenda come un programma di cooperazione abbia dei limiti in termini di risorse e possibilità di impatto e come questo debba essere considerato complementare rispetto a tutti gli altri strumenti di sviluppo disponibili (penso ai programmi di cooperazione Italia – Slovenia, Italia – Austria, ADRION, i programmi operativi regionali, il piano di sviluppo rurale, ecc.) Al di là della consultazione, sono personalmente curioso di capire poi, nell’immediato futuro che tipo di progetti il Friuli Venezia Giulia e tutti i territori dell’area di programma sapranno esprimere ed attuare.

Per partecipare alla consultazione popolare sul Programma Italia – Croazia, via a questa pagina.

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