19 agosto 2014

Bianco e Nero (ma no se parla de vin)

el sunto Fabio Marson ci porta a spasso sulla linea 13, la più breve della Trieste Trasporti

Linea 13 (Cattinara – Raute)
È una linea istituita da pochi anni, ma vanta già un primato curioso: è la più breve della Trieste Trasporti. Appena vengo a saperlo, mi domando chi sono i frequentatori di questo rigagnolo di fermate, che da Cattinara scorre lungo via del Castelliere per esaurirsi nell’invisibile quartiere di Raute. Beh, c’è solo un modo per scoprirlo.
Salgo a bordo all’ombra dell’ospedale, e sono solo. Fuori c’è il sole, ma tira un vento gelido, bravissimo nel confonderti qualsiasi convinzione meteorologica. L’autista è lontano, e chiacchiera con un tassista. Si rubano a vicenda occhiate all’orologio.

linea 13 mezzinudi
Non ho una destinazione vera e propria, e non so bene cosa aspettarmi. Una cosa spiacevole sarebbe scoprire nella 13 una linea anonima, una semplice protesi del trasporto pubblico locale. Ma è già la prima fermata a smentirmi: chi sale a bordo sembra entrare nel bar del paese. Saluta l’autista, sorride al vicino, domanda a quello in fondo come stanno i nipoti. Ci si conosce tutti e, quando si scende, è uno scoccare di “buone ferie” e “passa ben!”. Io sono spettatore esterno di tutto ciò, e spio questi saluti caldi e cordiali con quello sguardo stretto che ha lo “straniero giunto in città” nei film western. Ma non c’è molto da capire, quest’autobus è semplicemente un paese su sei ruote.
linea 13 mezzinudiVia del Castelliere si apre sul Golfo in modo inaspettato, e mi viene da pensare che se non fosse asfaltata sarebbe un’ottima passeggiata distensiva, un diversivo che, nei pressi di un ospedale, sarebbe utile a molti per raffreddare paure e pensieri.
Ci vogliono meno di cinque minuti per arrivare al capolinea, e altrettanti per ripartire e tornare al punto di partenza. Mancano sì e no 100 metri all’arrivo quando l’autista si accosta e, con un colpo di clacson, chiama un’anziana dall’altra parte della strada. La donna sale a bordo con un sorriso a mezza luna, e per ringraziare l’autista gli promette una manciata extra di confetti…quando si sposerà. “Co te se sposerà ti no gaverò più denti!” scherza lui, mentre inserisce la freccia a sinistra.
È una tipa dal carattere aperto, e non ci vuole molto per innescare una chiacchierata. Siamo già fermi al capolinea, in una Cattinara fredda ma illuminata dal sole d’agosto, ma non fa niente. Incuriosito dall’accento le chiedo di dov’è. “Sono istriana” mi informa con un vocione “di Sicciole”.
Io annuisco sorridente, e come un beota qualsiasi rispondo con l’unica cosa che conosco di Sicciole: “le saline!”. Non è un ragionamento, giusto mero nozionismo partecipato, come quelli che nel sentire “Trieste” rispondono con “Bora”. Mi scuso quasi subito, non voglio apparire invadente. Ma, le spiego, ho fatto la tesi di laurea su Tomizza, e insomma l’Istria mi ha sempre affascinato. Ed così che, a bordo dell’autobus più discreto di Trieste, mi ritrovo immerso con i piedi nel sale, in un’Istria di tanti anni fa, prima del comunismo jugoslavo.

saline_sicciole_2Non c’erano solo le saline grandi, mi spiega. Le famiglie avevano la loro. E lei, come tante altre bambine, aiutava i suoi genitori a ricavare tutto quel bianco lì dove si incrociano mar Adriatico e fiume Dragogna. Suo padre era un uomo robusto, dal fare pratico, che lavorava giorni e notti nelle miniere di carbone. Perché a Sicciole c’era pure quello un tempo, e tra sale e carbone la vita si tingeva sia di bianco sia di nero. “L’acqua”, mi racconta, “viene raccolta nelle vasche sotto al sole, e poi pian pianino a forza di rastrellare ricavi il sale. Si fanno delle piccole piramidi bianche”. Mi descrive i mucchietti di sale con la mano, mentre con l’altra regge le borse della spesa.
La signora è un’esule. Con l’avvento della Jugoslavia, era tra i tanti che l’Istria l’hanno dovuta abbandonare. I suoi genitori invece no, lì sono rimasti, anche se a fatica. “Tanta fatica”, ci tiene a dirmi. E le è andata bene, perché Trieste è vicina. Molti amici e parenti si sono dispersi nel mondo.
“Gavevimo tanti bei fruti, e tanta ùa. Diversi tipi, che conosevimo ben. Poi xe rivai i bosniaci, o serbi, no so chi che iera. I piantava l’ùa in tera, intel fango”. È un’avanzata di ricordi che rischia di travolgermi, così tutta insieme. “No i saveva far” sospira scuotendo la testa, e capisco che in quel preciso momento non è sulla 13 con me, ma in Istria con i suoi.
“I ne ga rovinà l’Istria”, dice alla fine. Mi guarda e sorride, ed è come se si risvegliasse.
“Ogni tanto meto su Telecapodistria. Almeno me vardo un pochi de posti. Go bei ricordi”.
La saluto e smonto, dirigendomi lento verso la 22 che mi porterà a casa. Alle mie spalle, la signora riprende a chiacchierare con l’autista. Visti in lontananza, offuscati dal vetro, sembrano fantasmi loquaci pieni d’ombre e colori.

Fabio Marson
Scritto ascoltando “Goodbye and Hello” di Tim Buckley

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11 commenti a Bianco e Nero (ma no se parla de vin)

  1. Ce l’hai fatta anche con questa mini-corsa: bravo!

  2. Bellissimo, sto mulo xe proprio forte!

  3. Grazie. El primo commento xe mia mare con el mio account, giusto per chiarir che no son ancora rivà al punto de elogiarme solo 🙂

  4. Fiora

    Di bene in meglio , Fabio. Complimenti per la pensata di rinarrare puntualmente e affettuosamente Trieste e i Triestini, “complici” i pubblici mezzi di trasporto.
    E… te la dico o non te la dico? ma sì, dai! Se continui a non piazzarci più la nipotina fai solo che bene.
    Ma noo! niente di personale e men che meno campanilistico vs la pargoletta d’importazione. Ci mancherebbe! io che familiarmente parlando mi cucco più di un prodotto della la perfida Albione 🙁
    E’ solo che secondo me la narrazione si edulcora un pò troppo di melassa.
    Al netto di nipo.,EXTRA…LIKE!

  5. grazie Fiora e non preoccuparti: la piccina è tornata in terra tedesca. Devo dire che girare sugli autobus, però, li diverte più che giocare con il computer. Consiglio spassionato 😉

  6. Fiora

    a scanso di fraintendimenti, die Kleine Deborah ( con la “H” di pertinenza, ci mancherebbe 😉 ) über alles!

  7. racconto di grande qualità, devo averlo già scritto in qualche altro commento… oggi mi spingo in là… con tante linee che ci sono a trieste potresti farne un libro

  8. Una volta il record di linea più breve di Trieste apparteneva alla linea 12, che partiva da piazzale Gioberti e portava a Borgo san Pelagio, (http://goo.gl/maps/f4Sh1) una manciata di case ultrapopolari poste sulla scarpata sotto strada di Basovizza, con una vista spettacolare. Abitando in via Piero della Francesca la prendevo spesso, per pigrizia 😉 e vivevo quotidianamente scene simili a quelle da te descritte. Ora la 12 porta anche al parco dell’ ex OPP, io non abito più a san Giovanni da anni, borgo san Pelagio è stato rinnovato radicalmente e non so più che vita si svolge su quell’autobus. Mi hai fatto venire la voglia di prenderlo di nuovo, per curiosità…

  9. julia

    suggerisco un’altra linea molto corta…. la 52, linea circolare con unico capolinea a val maura… se ti scappa di prenderla chiama….

  10. Pingback: Bianco e Nero (ma non si parla di vino) - MEZZINUDI.COMMEZZINUDI.COM

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