1 luglio 2014

Omar Souleyman incanta Lubiana: non si sa come funziona ma diamine se funziona!

omarsouleyman

Layer, layer layer!

Avete presente quando vedete in tv il trucco di uno dei grandi prestigiatori? Vedete che funziona ma non capite come. Ecco, lo show di Omar Souleyman a Gala Hala (per la puntuale organizzazione di Kino Siska) a me ha fatto un po’ questo effetto; il pubblico di Lubiana letteralmente impazzito per questo bizzarro personaggio vestito come gli arabi nelle barzellette della Settimana Enigmistica di fronte  ad uno show che, volendo esercitare il proprio spirito critico, è povero, poverissimo, due tastierine Korg che avrebbero fatto un figurone delle mani di uno dei Beehive e un microfono con un riverbero papale, fine. Eppure funziona, diamine  se funziona!

Forse per spiegare meglio lo show del nostro habib bisogna raccontare un po’ della sua curiosa bio: Omar Souleyman arriva alla musica un po’ per caso. Siriano di etnia curda, agli esordi si esibisce prevalentemente ai matrimoni, registra le sue esibizioni con mezzi di fortuna e vende le cassette per strada: poi, come in una favola arrivano i principi azzurri di Sublime Frequencies, etichetta discografica di straculto fra gli appassionati di musica non-mainstream, e gli dedicano un intero volume delle loro raccolte, Highway to Hassake. Spalancata la sublime porta e sbarcato in occidente la fama di Omar rimane però confinata in quel piccolo mondo di music geek che compra le release Sublime Frequencies (per dirvi l’approccio, stampano mille copie del disco e poi ciao), lo chiamano a qualche festival in occidente, anche robe importanti ma Omar fa il primo botto quando Bjork gli chiede di lavorare sul materiale di Biophilia per il disco dei remix: ne esce un remix pazzesco di Crystalline che fa da cassa di risonanza per il suo stile peculiare fatto di ripetizioni ipnotiche e mitragliate di tabla; adesso lo conoscono un po’ tutti. Il secondo botto è dell’anno scorso quando Kieran Hebdan aka Four Tet gli produce l’album Wenu Wenu per la inglese Ribbon : si tratta di un lavoro che in qualche maniera consacra Souleyman come artista internazionale e ne sancisce la definitiva uscita dal ghetto dell’esotico.

Nessun rispetto per Allah

Nessun rispetto per Allah

Il live dicevamo: un set up minimale, due vecchi synth Korg e basta. Lo show evidenzia una certa ripetitività nello schema compositivo: ritmiche uptempo su cui si innestano virtuosisimi percussivi, archi roboanti che si avvolgono in volute concentriche (tutto sintetizzato naturalmente) e su tutto la voce ieratica di Souleyman, una sorta di recitativo dai toni dell’esortazione, ricco di ripetizioni che contribuiscono a creare una sorta di condizione di trance nell’ascoltatore. Ipnotico anche il suo modo di muoversi sul palco, percorsi fissi da destra a sinistra, da sinistra a destra, un movimento del polso che è quasi un tic. Va comunque detto che tutto quello che si sente è realmente suonato, non ci sono basi, non c’è neanche un sequencer, è tutta farina del sacco dell’improbabile tastierista con la maglietta del Che, tanto preso dal suo compito che ad un certo punto si mette pure a smanettare sullo smartphone. Uno show poverissimo, come detto, ma capace di tirare dentro tutti, come e meglio di spettacoli ben più strutturati e sofisticati.

Chapeau habib!

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