13 maggio 2014

La Scuola di Filosofia di Trieste prende la parola

el sunto All’ultimo appuntamento del primo anno, la Scuola di Filosofia di Trieste fa il punto dl proprio percorso, lasciando la parola agli allievi.

Domenica 11 maggio la Scuola di Filosofia di Trieste ospitata nel Parco di San Giovanni ha chiuso il primo “anno accademico”, con un appuntamento doppio: al mattino si è svolta l’ultima lezione regolare, dedicata alle “pratiche filosofiche”; al pomeriggio c’è stato un incontro aperto al pubblico, in cui allievi e docenti hanno fatto il punto sull’esperienza appena conclusa.

Ecco la prima sorpresa: i docenti della scuola hanno ceduto il posto agli allievi. Dopo le parole introduttive di Pier Aldo Rovatti hanno parlato loro, dialogando assieme ai docenti, per oltre un’ora, valutando pregi e problemi dell’esperienza appena conclusa. Ma questo sovvertimento del solito ordine scolastico non è l’unico operato qui. Grazie alla propria estraneità agli ambienti accademici, questa scuola ha potuto muoversi in modo singolare rispetto alle forme e ai contenuti che di norma ogni ambiente scolastico impone.

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Scuola, docenti, allievi, anno accademico sono tutti termini che, in questo contesto, andrebbero scritti fra virgolette. “Qui abbiamo proposto un’ipotesi di una filosofia che si fa più che si impara o si insegna. Forse non è una lingua che si può imparare né una lingua in senso stretto. Qui l’abbiamo interpretata come un esercizio critico. L’esercizio critico della messa in sospensione delle parole usurate, per vedere nuove parole, nuovi percorsi tra vecchie parole, usi impertinenti delle parole vecchie” ha detto Rovatti.

Il titolo degli incontri di quest’anno è “Soggetti smarriti”. Seguendo la suggestione di Rovatti, già si possono vedere vari percorsi fra queste due parole: chi sono questi soggetti? Cosa vuol dire che sono smarriti, e perché lo sono? Cosa segue allo smarrimento di questi soggetti? Ed è sulla traccia di Rovatti e con queste domande in mente che diventa ancor più interessante ascoltare le riflessioni che gli allievi hanno condiviso.

Non siamo venuti qui con l’idea di apprendere, ma per un motivo personale, che sta nel nostro percorso di crescita, ecco la differenza con la scuola. Non è questo che dovrebbe fare l’università? Non essere il posto dove si va a dimostrare di aver letto dei libri, ma un posto dove chi sta costruendo il proprio percorso dà anche qualcosa di suo agli altri” ha detto Sergio. Dario invece si è lanciato in un’analogia spericolata: “dato che il filosofo è un po’ matto, dovremmo trovare un Basaglia che liberi i filosofi, non tanto per il bene dei filosofi ma per restituirli alla società, da cui li ha separati quel manicomio che è l’accademia”.

C’è anche chi è entusiasta senza mezzi termini, come Gabriella che ha dichiarato “grazie a questa scuola ho imparato a stare sempre attenta e vigile”. Anna invece ha sottolineato “in nessun momento si è percepita una distanza incolmabile fra noi e i conduttori delle lezioni, come se stessimo tutti co-conducendo l’aula”. C’è chi si è lamentato: i temi trattati avrebbero richiesto tutti più ore e più attenzione, e così si è aperto un dibattito sulle modalità in cui si potrebbe venire incontro ai più nella prossima edizione.

E negli ultimi minuti hanno parlato i docenti, i conduttori. Sergia Adamo ha ammesso la sfida rappresentata dall’eterogeneità della classe (si sono iscritte persone provenienti da studi e interessi molto diversi: non solo studenti ed ex studenti di filosofia, ma anche insegnanti, operatori della salute mentale, lavoratori e semplici curiosi); Giovanna Gallio ha detto “qui ho potuto godere di un contesto di ascolto eccezionale, che ha scatenato un pensiero collettivo, dove le parole ti venivano strappate, anzi finivano per andare sull’onda del pensiero di un altro”. Raoul Kirchmayr ha sottolineato che per fare filosofia c’è una tendenza a cercare dei luoghi altri rispetto a quelli istituzionali (che risultano sempre più aridi), e che questa scuola ha saputo interpretare bene questo bisogno.

Insomma, allontanandosi da una visione immobilizzata della filosofia, come quella proposta nei programmi ministeriali, e schivando i rischi “ombelicali” dei linguaggi specialistici alla Scuola di Filosofia di Trieste il pensiero si è messo in moto e ha fatto qualche passo. Vedremo nel prossimo anno di attività quali direzioni prenderanno i soggetti smarriti.

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