7 novembre 2013

Giuliana Musso e la (nostra) Sexmachine

Lo spettacolo sul sesso a pagamento dell’attrice vicentina, in scena con il musicista Igi Meggiorin, apre la rassegna Femminile Singolare del teatro Bobbio di Trieste.

Giuliana Musso la conosciamo tutti per il monologo Nati in Casa, trasmesso nel 2004 dalla trasmissione Report di Rai3, in cui raccontava le trasformazioni del parto, dall’età mitica delle levatrici (durata fino agli anni Cinquanta, anche se pare un altro mondo) a quella dell’abuso odierno del cesareo negli ospedali. Giuliana Musso pratica e insegna un “teatro d’indagine”, incontro tra l’inchiesta giornalistica e il teatro di narrazione. Se per Nati in casa aveva pazientemente raccolto le storie di varie levatrici per raccontarne una, in Sexmachine il lavoro di ricerca è stato ancora più complesso, dato il tema affrontato.

Sexmachine presenta varie facce del mondo del sesso a pagamento, e lo fa dando voce a vari personaggi, che distillano i contenuti di due anni di ricerche in cui l’attrice ha intervistato sessuologi, pornoattori, psichiatri, clienti, frequentatori di nightclub, prostitute, forze dell’ordine, persone qualunque. Doveva essere, nelle intenzioni iniziali, uno spettacolo sulla sessualità, è diventata un’indagine sul sesso mercenario. E il risultato è forte, diretto, capace di spezzare tante quiete certezze. La prima: Sexmachine non sono le prostitute né i clienti più performanti: è l’apparato che comprende e mette in relazione queste e quelli.


Per raccontarlo, l’attrice dà corpo a sei personaggi diversi: un vecchio frequentatore di case chiuse, che definisce le prostitute “sante donne che hanno salvato il suo matrimonio” dai lunghi mal di testa della moglie; un rampante agente di commercio ossessionato dal sesso e incapace di immaginare il proprio futuro; una prostituta navigata che istruisce una giovane nuova del mestiere elencando tipologie, debolezze e pericoli potenziali nascosti nei clienti; una moglie pragmatica che equipara le donne di ieri “che peccavano a godere” con quelle di oggi “forzate dell’orgasmo”; un giovane magazziniere che spende tutto lo stipendio nei night club per guardare donne che non potrà mai avere accanto davvero e un imprenditore fallito, che non ha coraggio di dire alla moglie della propria rovina e ne parla invece con una prostituta.

Sei personaggi scolpiti, memorabili, ognuno portatore di una scomoda parte di verità sul mondo.

In un primo momento Giuliana Musso cattura con una presenza scenica eccezionale e personaggi molto ben caratterizzati, ma mano a mano che il racconto procede, ci si rende conto che è altrettanto importante quanto non viene raccontato, e appare come a calco. Un po’ alla volta si vedono i contorni di un meccanismo che dà per assodato che l’amore sia solo un’illusione incompatibile con il mondo in cui viviamo, dove i veri obiettivi sono godere, sbarcare il lunario, salvare le apparenze, confermare il proprio status – e di questo mondo, sotto sotto, la Sexmachine è solo una parte, ma una parte essenziale.

All’uscita dalla sala, ho sentito più di uno spettatore dire “ma non puoi dire che era bello”. Certo: questo spettacolo, anche se ricco di momenti intensi e di spunti comici, mette a disagio: soprattutto perché vari personaggi dialogano con il pubblico, chiamano in causa il giudizio di ciascuno, che diventa un giudizio di ognuno su se stesso. Proprio questo è il punto su cui, alla fine, Giuliana Musso ci fa riflettere: perché coltiviamo un disprezzo generale verso le prostitute, se accettiamo di vivere in una società incapace di funzionare senza di esse?

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