28 ottobre 2013

Samuele e quel biglietto di sola andata

Intervista pubblicata anche sul mio blog http://nicologiraldi.wordpress.com/

“Non biasimo né chi vuole tornare né tantomeno chi vuole rimanere all’estero. E’ anche e soprattutto una questione di opportunità e di possibilità che per ora mancano”. A parlare è Samuele Mazzolini, triestino di 29 anni, con una storia personale divisa tra Oxford, un lavoro da analista politico per il governo dell’Ecuador, un Phd in cantiere all’Universita’ dell’Essex, una compagna giornalista e due gemelli di neanche tre anni. “Mia nonna è nata a Zara. Anche se per ragioni diverse, sembra che il partire e ricominciare da un’altra parte faccia parte del DNA di famiglia”.

Oggi vivi a Wivenhoe, un’ora e dieci di treno da Londra. Il Regno Unito, tuttavia, non rappresenta una novità.
Assolutamente. Questa è la quarta volta nell’arco di dodici anni. La prima volta è stata nel 2001 ed esattamente l’11 di settembre settembre. Mia madre, spaventatissima a causa dell’attentato al World Trade Center, cercó immediatamente di mettersi in contatto con me mentre all’aeroporto di Heathrow era in scena il caos. Quella è l’istantanea che mi porto dietro del primo giorno oltremanica.

In Inghilterra peró ci stai poco.
Avevo come destinazione il Collegio del Mondo Unito dell’Atlantico in Galles, dove andavo a frequentare quello che viene chiamato il Baccalaureato Internazionale, cioè la quarta e la quinta superiore in un ambiente molto particolare, dove gli studenti arrivano da tutte le parti del mondo, portando con sé una diversità unica. Il clima era freddo e molto ventoso, cosa che per certi versi e in certi periodi dell’anno poteva ricordare Trieste.

Prima di frequentare Oxford, subito dopo il Galles, decidi di partire per l’Ecuador. Cosa ti ha spinto ad andare dall’altra parte del mondo?
Alla fine di ogni anno, Il Collegio offriva l’opportunità di andare a Quito ( capitale dell’Ecuador ndr ) ad insegnare in un’accademia d’inglese. In Galles, complice la difficoltà nell’instaurare relazioni con gli inglesi e la matrice latina in comune con le genti di lingua spagnola che frequentavo maggiormente, realizzai che ero attratto dal Sudamerica. Come se non bastasse, il mio compagno di stanza era ecuadoriano. Così, i dieci mesi successivi li passai insegnando e viaggiando assieme ad un amico per il Sudamerica. All’epoca non immaginavo che con l’Ecuador avrei sviluppato un vincolo affettivo pari quasi a quello con l’Italia.

Trieste, Galles, Quito, Londra, Oxford, Milano, Roma, Quito di nuovo e poi di nuovo Regno Unito. Cosa ti porti dietro da ogni esperienza?
Ognuna è unica nel suo genere. Sono uniche le visioni del mondo, ci sono sentimenti di appartenenza diversi, ci sono moltissimi ricordi ed altrettante epifanie. Restano amicizie profonde che vorresti riuscire ad incontrare tutte assieme in un posto. Tutto questo girovagare a volte mi fa sentire un “migrante”. Di lusso, certamente, perché mai mi paragonerei a chi lo è per necessità. Ricominciare ogni volta in un posto nuovo è difficile, c’è una frammentarietà nelle relazioni umane, nessun punto di riferimento, ogni volta tutto ció che hai costruito ridiventa tabula rasa.

Dall’11 settembre 2001 ormai sono passati 12 anni e, a parte una parentesi di 16 mesi tra Milano e Roma, L’Italia continui ad osservarla da lontano. Cosa c’è che non va nel nostro paese?
Professionalmente poi non ho mai smesso di occuparmi della situazione italiana e non sono per niente soddisfatto. Cercando di sintetizzare, credo che non si debba continuare ad interrogarsi sul perché i giovani emigrino, o sul perché un determinato tipo di legge non venga promulgata. Penso che si debba guardare indietro nella storia d’Italia e chiedersi perché questo paese trentanni fa funzionava e oggi no. Nella sua pur sempre idiosincrasia molto particolare questo paese aveva il suo ruolo. Oggi sembra ci sia rimasto ben poco.

Cosa c’è che non funziona piú come una volta?
Un tempo c’era un’Italia, quella che sentiamo nei racconti dei nostri genitori, molto piú gloriosa. Credo tuttavia che ci siano vari fattori da analizzare. Il berlusconismo è semplicemente l’esaltazione dei peggiori vizi italiani che prevaricano sulle le virtú plurime che il popolo italiano ha pure in dote. Una cultura furbesca, sempliciotta, diffidente, ha preso il sopravvento creando un sottosviluppo della creatività, portando il popolo ad identificarsi con lo stile di vita dominante. Basti pensare al successo politico della Lega Nord, un partito che ha fondato per anni il suo manifesto politico su antivirtú come la non accoglienza e il razzismo.

Lo scenario politico ha partorito un soggetto come il Movimento Cinque Stelle che sembrava aver portato un’aria diversa. Tuttavia, oggi in molti pensano che Grillo e Casaleggio non sarebbero in grado di raggiungere lo stesso risultato di un anno fa.
A me non piace la demonizzazione del M5S. Il populismo del quale lo si accusa, e’ il polo opposto di quella tecnocrazia che porta, o è conseguente, alle grandi coalizioni. La politica, al contrario, è agonismo, è contrapposizione di interessi. La sinistra non fa presa sulla gente anche perché non sceglie da che parte stare, non suscita entusiasmo, non investe la propria proposta di godimento. In questo non é secondaria la dialettica parolacciaia di Grillo. Il suo successo é il risultato di una una volontà di uscire dalla sclerosi della liberal-democrazia ove il movimento liberale prevale nettamente su quello democratico. La divisione dicotomica della società in due campi, in buoni e cattivi, detto semplicemente, deve essere ancora il senso della politica.

Ci sarà qualcosa che non ti piace del M5S.
Non ho votato M5S, sia chiaro. Tra I difetti, ha scelto la propria classe dirigente in maniera inadeguata, permettendo a chi non ha mai fatto un discorso in pubblico di sedere tra I banchi del Parlamento. La posizione di Grillo sull’immigrazione poi é inaccettabile.

A fronte di una sinistra europea in difficoltà, i movimenti di una destra radicale sembrano tornare alla ribalta. Il partito neonazista Alba dorata in Grecia, il Fronte Nazionale di Marie Le Pen in Francia, l’Ukip in Inghilterra sono solo alcuni esempi. Sono segnali preoccupanti o é semplicemente il corso della storia?
Sono fenomeni certamente preoccupanti ma vanno letti in un momento di crisi globale come quello che stiamo attraversando in cui il dubbio prevale sulla certezza. Alcune verità che venivano prese per assolute fino a ieri oggi non fanno piú presa. Discorsi politici di diversa natura avanzano “agonisticamente” i propri significanti che fanno presa sul popolo, creando nuove identità e scardinando le regole del gioco. La crisi di certe rappresentazioni egemoniche é capitalizzata da una certa destra sociale. Come fa? E’ brava ad articolare le istanze della gente, le ammanta di un’aurea popolare, cosicché i vecchi dogmi vengano distrutti. Il problema, a mio avviso, é che tutto ció si applica all’Europa intera perché i riti della sinistra sono vecchi. Guardate Sel di Nichi Vendola. Fa proposte politiche che in buona parte coincidono con quelle del M5S ma ottiene una percentuale ridicola, diventando ormai appendice di un partito completamente degenerato quale è il Partito Democratico.

Prima parlavi di buoni e cattivi. In questi ultimi anni hai lavorato in Ecuador, un paese che dopo aver concesso asilo politico a Julian Assange nella sua ambasciata a Knightsbirdge a Londra, ha scelto pienamente dove stare. Ci racconti un po’ della vicenda del capo di Wikileaks?
Assange viene accolto nell’ambasciata ecuadoriana di Londra a Knightsbridge e il governo del presidente Correa si allerta affinche’ venga garantito l’asilo politico. Certe cose non posso riferirle, ció che posso dire è che la sua storia ha veramente dell’incredibile. Ha smascherato il modus operandi della politica estera statunitense. Per questo, la storia dello stupro sembra essere stata costruita ad arte per riuscire a mettere la parola fine alla vicenda. Non ci sono prove contro Assange, non c’è praticamente niente. Esiste addirittura una foto che ritrae Julian e una delle accusatrici insieme ad una cena, in un momento posterior a quello del supposto stupro e certo, in un contesto molto diverso da quello raccontato dalla stessa. Concretamente, come ho raccontato lo scorso settembre al Fatto Quotidiano, abbiamo organizzato alcuni eventi in supporto di Assange la cui madre è stata nostra ospite in Ecuador. E’ stato un momento molto emozionante.

Ultima domanda: quando la Telecom diventa spagnola si grida allo scandalo mentre quando l’Internazionale Football Club diventa indonesiana va bene.
Sulla questione delle aziende italiane che finiscono in mani straniere penso ci sia da riflettere. In gioco ci sono migliaia di posti di lavoro, famiglie intere, scelte importanti in settori strategici. Per I nerazzurri vale un discorso diverso. Sull’Inter (ride) non si puó dire nulla di sbagliato. E poi, se ci chiamiamo Internazionale, un motivo pur sempre sarà,no?

Tag: , , .

3 commenti a Samuele e quel biglietto di sola andata

  1. Fiora

    Bella panoramica utile e condivisibile…mi chiedo solo se sia stata così felice la scelta di pubblicarla proprio in questi giorni in cui Gioele Leotta da Lecco, anni 19, nel Regno Unito da una sola settimana è stato ucciso di botte, pare “perché rubava il lavoro” a dei lituani.
    …ma forse è una scelta corretta per trasmettere comunque un messaggio positivo.

  2. capitano

    Fa piacere leggere che “andare a studiare dove gli studenti arrivano da tutte le parti del mondo, portando con sé una diversità unica” sia un punto degno di nota nel proprio curriculum scolastico.
    Al contrario pare che quaggiù altri la pensino proprio all’opposto quando si lamentano delle composizioni delle classi nelle scuole pubbliche.
    Ma sembra oramai chiaro che basta metterci un day di qua, un governance di là e tutto assume un aspetto più liberal, più democratico, più fancy e anche cozy.
    A questo punto mi sono convinto che che il problema di molti sia solo terminologico: un bel United World Secondary School of Italy sarà sempre meglio del vetusto Scuola Media Statale, un Hospital curerà sicuramente meglio di un Ospedale Civile, un Congress sarà sempre più democratico di un Parlamento, un Prime Minister nominato da The President sarà sempre un ottimo leader for our country.
    Ecco cosa ci serve e forse a TS avete capito prima di tutti: Free Territory suona così chic ed è pure cheap.

  3. ufo

    Però questo vuol dire insegnare l’inglese al popolo. Mica facile, e neanche economico. Solo l’insegnare il significato di “spending review” ci costa l’1,5% del PIL ogni anno, quasi come tutto il resto della pubblica istruzione messa assieme… Pensa quanto costerebbe insegnare il resto del dizionario.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *