13 settembre 2013

A Trieste “mi ci sono mangiato il fegato”, ora capisco il perché

James Joyce scrisse: “E Trieste, ah Trieste, mi ci sono mangiato il fegato”.
Solo ora capisco il perché.
Trieste è una nave che naviga su acque tempestose ed irrequiete.
E’ una nave che lentamente affonda nell’abisso di quel mare che la circonda.

Ma Trieste ciò non lo comprende.
Cerchi con la scrittura e con la parola “tastierizzata” di offrire una via che vada oltre il centro, la destra e la sinistra, oltre il bene ed il male, oltre l’abitudinaria prospettiva.
Induci alla riflessione, anche in modo forte ed incisivo.
Ami Trieste.
Ma non ami per essere amato ma neanche per essere odiato.
Ami Trieste.
Ma il risultato di questo amore è l’aver, forse inconsapevolmente, ottenuto una miriade infiniti di nemici.
Nemici.
Nemici.
Nemici.
Cammini per le strade di Trieste e cerchi il sorriso.
Ora viene, ora fugge, ora in latitanza ad oltranza.
Ti guardi allo specchio e scopri che i capelli bianchi son triplicati come i peli bianchi della tua barba incolta.
No, non si tratta di semplice e naturale invecchiamento.
Ora capisco il senso di quella frase…  “E Trieste, ah Trieste, mi ci sono mangiato il fegato”.
E’ l’eloquenza dell’incomprensione, che ora scorre sulla mia pelle, entra nel mio corpo, conquista il mio animo.

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