23 marzo 2013

Intervista a Ricardo Cinalli, in mostra al Salone degli Incanti

Oggi, sabato 23 marzo alle 17.00, al salone degli incanti verrà presentata la mostra La metafora del perturbante, dove vengono esposte opere dell’artista argentino Ricardo Cinalli.

Difficile spiegare la potenza del suo tratto espressivo e descrivere in poche righe la molteplicità di riferimenti nelle sue opere: temi mitologici e religiosi, richiami alla contemporaneità, un erotismo denso e conturbante, echi di celebri pittori come Bacon e Picasso e citazioni di maestri rinascimentali trovano spazio nella sua produzione varia ma riconoscibile a prima vista.

L’artista argentino, nato a Salto Grande nel 1948 ma londinese d’adozione, ha passato questi ultimi giorni a Trieste, partecipando all’allestimento della mostra, e ho avuto così occasione di conoscerlo e di rivolgergli qualche domanda. Ricardo è tranquillo, spontaneo, affabile: mi chiede subito di dargli del tu.

Il titolo della mostra viene da un celebre testo di Freud, e ho letto nella tua biografia che hai studiato psicologia e filosofia. Come mai sei diventato un pittore?

A dire il vero, disegno da quando ero bambino. Ricordo che copiavo corpi di donne nude da una rivista che conteneva fumetti, e mia madre (molto cattolica) si vergognava. Nascondeva i miei disegni, ma non aveva il coraggio di gettarli via. E poi, Salto Grande all’epoca era una zona rurale, attraversata da una strada statale dove i camion sfrecciavano pericolosi: sono stato mandato a studiare arte e musica anche per evitare che giocassi sulla statale!

Insomma, era un talento che avevo fin da piccolo, anche se per un certo tempo ho fatto altro. Dopo gli studi universitari sono finito a Londra, ma ho capito presto che la psicologia non era ciò di cui volevo occuparmi. Lì, la cosa più vicina alla psicologia che ho fatto è stata… un ritratto di Anna Freud! Ho continuato a studiare arte, a disegnare e a dipingere, finché sono riuscito a vivere di questo.

Senza dubbi è il corpo umano ciò che più ti interessa mostrare nei tuoi lavori. Ci sono corpi grandi, piccoli, teste, brandelli…

Ma perché è con il corpo che noi abitiamo lo spazio, ed è nel corpo che è radicata la nostra emotività. Quando lavoro, cerco di ascoltare molto l’inconscio perché è qui che si depositano le suggestioni più forti. Ecco, io con le mie immagini non voglio comunicare messaggi, voglio esprimere suggestioni, sensazioni. E credo che un corpo comunichi sensazioni in maniera molto immediata e potente.

E hai una mano decisamente felice. Molti ti definiscono neo-rinascimentale.

Questo è un equivoco, perché io riutilizzo suggestioni da artisti di tutte le epoche, e non mi sento un continuatore dello spirito rinascimentale. Però capisco che sia comodo definirmi in questo modo, soprattutto perché faccio opere di grandi dimensioni dove i corpi sono molto in evidenza. E posso “giocare” in molti modi con i corpi: deformandoli, fondendoli, alterandone le proporzioni rispetto ad altri elementi…

Hai ricevuto anche commissioni molto importanti.

Come quella della controfacciata del Duomo di Terni, un murale dell’Alexandra Palace a Londra, dove ho dipinto due miei giganti o un grandissimo murale in Uruguay, al quale ho lavorato per quattro anni, ma che purtroppo ora si è rovinato. Ricevere commissioni importanti è un bel riconoscimento professionale, anche se trovo molto importante lavorare su temi che scelgo io.

A proposito delle tue opere di grandi dimensioni, molte sono realizzate da tantissime curve di pastello colorato ravvicinate.

Sono tratti di matita colorata su carte veline sovrapposte. È una tecnica che ho inventato a fine anni Settanta, proprio per poter fare opere molto grandi in breve tempo e con costi contenuti. Questa tecnica mi ha reso presto molto riconoscibile e ciò ha un grande valore sul mercato dell’arte, ma come potete vedere nella mostra triestina non è l’unica che uso.

Infatti, ho visto che qui esponi anche tuoi lavori a olio e quelle teche fatte a strati sovrapposti di plexiglas dipinto. A proposito, com’è che sei finito a Trieste? Qui è raro che ad artisti viventi vengano dedicate mostre così ampie.

[sorride assorto, come se un film stesse scorrendo dentro la sua mente] Ah, è una storia molto lunga e complicata, che ha a che fare con una galleria locale, un raggiro ai miei danni e un collezionista triestino raggirato assieme a me: lui si è sentito in dovere di fare qualcosa per riparare al danno che entrambi abbiamo subito. La sua prima idea è stata quella di realizzare una mostra delle mie opere a Venezia, a Ca’ Pesaro, che è una sede molto prestigiosa, ma lì non è stato possibile incastrare tempi e spazi. E perché non farla a Trieste, allora?

E come sta andando la tua esperienza triestina?

Mi piace. Mi piace la luce che c’è, una certa atmosfera rilassata, mi piacciono certi posti intimi e tranquilli, e molte persone che incontro. Si sente che la città non è abituata al “giro” dell’arte contemporanea, ma va bene. L’associazione Woland e varie persone molto in gamba si sono fatte in quattro per realizzare questa mostra, vedremo come reagirà il “triestino medio”…

Che di norma ha sempre da ridire su tutto e su tutti. A proposito, ti piace il posto dove sarà ospitata la mostra?

Il Salone degli Incanti è interessante, ma non è semplice usarlo come sede espositiva. Tra i vari problemi c’è l’acustica: questo è uno spazio molto rumoroso, ma per vedere le mie opere preferisco che ci sia un’aura silenziosa. Spero che il pubblico si accorgerà che una sala è fatta di pannelli fonoassorbenti, secondo me funzionano bene! Però bisogna dire che è uno spazio adatto ai lavori di grandi dimensioni come i miei. Sono contento, c’è ancora molto lavoro da fare e coordinare tutto non è semplice. Ma sono convinto che la mostra sarà una bella occasione per la città.

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