4 Ottobre 2012

I Radiohead a Villa Manin: la danza collettiva vince sull’isolazionismo

“Hey, I just met you, And this is crazy, But here’s my number, So call me, maybe?”
È questo il verso che più ci è rimasto impresso del concerto dei Radiohead. Come dite? Non è dei Radiohead? Non vi si può nascondere nulla eh…
No, non è dei Radiohead, è il verso di una canzoncina garrula e insensatamente gioiosa che ha fatto un po’ da tormentone quest’estate e che ci è stata cantata con l’ossessiva ripetitività di un mantra da un gruppo di molesti veneti che ci ha fatto calorosamente compagnia per buona parte del concerto. Volumi e attitudine da stadio.
“And all the other boys, Try to chase me, But here’s my number, So call me, maybe”
Firmate anche voi la petizione  “Basta con i molesti ai concerti”
Ma transeat.
Macchina organizzativa perfetta quella di Azalea, zero casini, niente code, pochissima calca, 10+.Superando la solita teoria di piadinari sciacalli con birre calde a 5 euro, disseminata lungo le vie di accesso al concerto, arriviamo che Caribou sta attaccando. Gran bella sorpresa questa di Caribou. È uno dei progetti più brillanti che il versante più “intelligente”della musica elettronica abbia proposto negli ultimi anni; il  set è molto breve e vagamente più “pestato” della media delle sue produzioni e noi ci si sculetta dietro. Sentirete parlare ancora di mr. Caribou, fidatevi.

“Your stare was holdin’, Ripped jeans, skin was showin’ Hot night, wind was blowin’ Where you think you’re going, baby?”
I molesti non mollano.

La temuta pioggia si fa viva, uno scroscio e via, niente di che, giusto un diversivo per non annoiarsi nel cambio palco. Il palco, ecco, esauriamo subito il tema. Il palco è una cosa pazzesca. Un monolite di luci colorate alto 50 metri con degli schermi mobili che proiettano a frammenti i dettagli di ciò che accade sul palco e si dispongono in formazione come uccelli migratori. Una domanda però serpeggiava fra il pubblico: ma perché non tenere i musicisti più in alto, così avremmo visto tutti? Bastava un metro, non di più.
A Villa Manin si è sempre sentito bene ma stavolta si sentiva meglio. Suoni limpidi, cristallini, solo un pelino bassi di volume. Si, ok, abbiamo capito, andiamo a drogarci da un’altra parte, vabbene…
Adesso veniamo ai contenuti veri e propri del live. I Radiohead fanno una musica fredda, cerebrale, che mira alla testa più che alla pancia, non c’è da sorprendersi se il pubblico assiste più o meno freddamente allo spettacolo. La differenza fra un concerto rock e questo concerto è che nel concerto rock lo spettatore si sente parte di un unico organismo che vibra e freme, sferzato dalla musica che viene dal palco. Il live dei Radiohead spinge al solipsismo, porta ad isolarsi in se stessi e ad interagire con la musica in una dimensione del tutto personale. Questo vale in generale per tutti i pezzi ma la cosa si accentua sui pezzi che fanno parte delle ultime produzioni della band, quelli più elettronici e meno “suonati “che monopolizzano la scaletta. C’è spazio per un finale più trascinante, incentrato sull’attesissima Idioteque, che infrange quei muri invisibili che ci avevano tenuti così separati durante le due ore e mezza dell’esibizione; come in molti film di fantascienza, i viaggiatori dello spazio si risvegliano dallo stato di ibernazione, escono dalle proprie cellule di sopravvivenza e riprendono le funzioni vitali; la danza dapprima timida si fa collettiva, le menti e i corpi si avvicinano e si sincronizzano.

“Who’s in a bunker?
Who’s in a bunker?”

Noi, fino a poco fa. Ma adesso siamo usciti.
“Hey, I just met you, And this is crazy, But here’s my number, So call me, maybe?”
Ed ecco che il cerchio, magicamente, si chiude.

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5 commenti a I Radiohead a Villa Manin: la danza collettiva vince sull’isolazionismo

  1. Avatar capitano

    Ma c’erano i figli dell’amore eterno?
    http://www.youtube.com/watch?v=DavbC78qnSY

  2. Avatar roberto lisjak

    no, ma è cmq comparsa una spada de foco

  3. Avatar Denis Furlan

    Ma il concerto non era due settimane fa?

  4. Avatar Roberto Lisjak

    una

  5. Paolo Stanese Paolo Stanese

    No way. Sotto il palco è stata, letteralmente, tutta un’altra musica. Da intellettuali e per intellettuali, ma per niente cerebrale.
    E non lo avrei immaginato: per me fino a mercoledì 26 i Radiohead erano un gruppo “da meditazione”…

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