1 ottobre 2012

Femminilereale: foto di donne vere

In questi giorni, dieci autobus che mostrano dieci fotografie di donne girano per le strade di Trieste: foto inconsuete in uno spazio di solito destinato alla pubblicità. Perché in queste immagini le donne ritratte sono del tutto reali, lontanissime dagli stereotipi pubblicitari. Sono andato a intervistare la fotografa che ha ideato questa operazione di arte pubblica e di comunicazione sociale insieme.

bus con foto femminilireali

Marisa Ulcigrai, responsabile del progetto Femminilereale e presidente dell’associazione Fotografaredonna. Vogliamo presentare il tuo percorso e l’associazione, prima di parlare del progetto?

Beh, io mi occupo di formazione degli adulti: ho studiato e insegno anche cinema, prima ancora di essere una fotografa, ed è dal cinema che è partito il mio interesse verso l’immagine; con i miei scatti ho partecipato a varie mostre importanti, e tra queste Ricordando Federico, lavoro tutto mio sul funerale di Fellini. Nel 1998 ho partecipato a un grosso progetto legato all’ex ospedale psichiatrico, e da allora ho cominciato a collaborare con l’associazione Luna e l’altra, che si occupa di donne e salute mentale. Così ho cominciato a realizzare laboratori fotografici legati a temi quali il ritratto, l’autoritratto, il corpo e i sensi, per aiutare le partecipanti a esprimersi attraverso la fotografia.

E Fotografaredonna discende da queste esperienze?

Sì. Mi sono resa conto che anche nel campo della fotografia noi donne siamo numerose ma poco rappresentate, e nel 2008 ho fondato questa associazione per promuovere la creatività femminile in campo fotografico. Siamo cinque socie abbastanza stabili, e molte altre ruotano intorno a noi; alcune sono giovanissime, certe sono partite per trovare fortuna altrove. E spesso ci sono riuscite.

Arriviamo al progetto Femminilereale, che penso avrà incuriosito parecchi concittadini.

La fase delle affissioni sugli autobus è stata preceduta dallo studio delle immagini di donne nella pubblicità. Abbiamo riscontrato che per vendere prodotti, l’immagine della donna viene banalizzata e semplificata in molti modi: dalla proposta di ruoli ipercodificati, irreali  e con minime variazioni (come la casalinga felice o la modella sexy) alle posizioni negli scatti, dall’uso di parti del corpo isolate, al fotoritocco massiccio o all’eliminazione dello sfondo.

Ma per pubblicizzare un prodotto è abbastanza logico togliere tutto ciò che non serve a comunicare il prodotto stesso.

Già! Ma questo distrugge una parte molto importante dell’immagine, gli sottrae realtà: nella nostre vite le persone agiscono sempre tra tanti altri elementi, non sono mai figurine ritagliate. È per questo che per la seconda fase del progetto abbiamo fatto una scelta del tutto opposta, scattando foto di reportage. Abbiamo voluto fare foto rappresentative (in una ci sono madre e figlia, in una c’è una donna che si trucca, in un’altra la donna è al mare, esasperata dal caldo e dalla folla…) ma lontane dagli stereotipi, per far emergere, aappunto, immagini a un tempo femminili e reali.

Tutto così semplice?

Macché! La foto di reportage è molto esigente, invece: bisogna trovare soggetti naturalmente espressivi, farli interagire con lo sfondo, lavorare in condizioni di luce che non sono mai ideali… abbiamo fatto tantissime prove e abbiamo dovuto scattare molte immagini perché “non funzionavano”. E come se non bastasse, poi, il formato dello spazio sugli autobus ci ha obbligato a ulteriori restrizioni: foto molto allungate ma spazi sulla destra inutilizzabili a causa delle grate di aerazione… trovare dieci immagini valide è stata una faticaccia!

Però il risultato è molto eloquente. In effetti, guardando le immagini viene voglia di farsi delle domande: chi sarà questa persona, come mai è qui, per che cosa si sta preparando… con l’immagine pubblicitaria non succede mai.

Femminilereale9

Questo dipende proprio dal fatto che la figura in risalto è in relazione con tanti altri elementi. Ciò suggerisce una narrazione aperta, non la comunicazione per stereotipi della pubblicità. Così come i ruoli: dalle foto si intuisce che le donne ritratte ne hanno uno (o più), ma non ci sono inchiodate con semplificazioni. Insomma, le buone immagini di reportage danno indizi, ma non svelano tutto. Rimandano a un mondo molto più complesso, e ci danno delle chiavi per cominciare a entrarci…

Quali sono state le reazioni dei triestini, quando sugli autobus sono comparse le fotografie?

Abbiamo ricevuto molte telefonate di complimenti, foto dai telefonini degli autobus, una buona attenzione da parte della stampa ma anche commenti antifemministi agli articoli sul web… e poi ci sono state reazioni inattese. Alcune donne hanno ricevuto delle critiche dalle loro amiche: dicevano che la foto non rendeva giustizia al loro aspetto, e le ritratte non lo hanno gradito. Anche se tutte sapevano bene che il nostro scopo non era fare foto «belle», ma foto «reali». Siamo una società molto sensibile ai canoni della bellezza, dopotutto, e viviamo anche in un mondo dove la tecnologia ci mette a disposizione tantissime immagini e la possibilità di controllarne la circolazione.

Come sui social network: nel XXI secolo siamo abituati a gestire con attenzione una miriade di nostre immagini, fin da ragazzini. Questo progetto invece è quasi uno «slow food» fotografico…

E infatti, finirà in un bel catalogo tradizionale, presentato in un convegno dove discuteremo appunto dell’immagine della donna, discutendo i risultati di questa nostra ricerca. Divideremo il catalogo in tre parti: la donna nella pubblicità, le nostre foto di reportage, e le foto degli autobus con le foto, in città.

Hai sempre parlato al plurale: di chi è il progetto?

Beh, parte da fotografaredonna, ma oltre alle nostre fotografe dobbiamo tantissimo alle reti di amiche e di amiche di amiche che ci hanno aiutato a trovare i soggetti giusti per le foto e ci hanno assistito in molti modi. Il mio ruolo è stato quello di selezionatrice delle foto, e non è stato per niente facile dire: «questa sì, questa no, questa bella ma non va bene per il bus». Ma andava fatto, per il bene del progetto; nel catalogo contiamo di inserire molto più materiale, e mostreremo altri scatti «femminili e reali».

Credits: le foto in questo articolo sono di Fotografaredonna
Qui potete vedere la galleria di tutte le 10 foto femminili e reali

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27 commenti a Femminilereale: foto di donne vere

  1. Bello, molto bello, in una realtà in cui l’immagine del corpo femminile continua ad essere merce di scambio.

  2. Molto interessante. Dobbiamo dare spazio e respiro a questa iniziativa e farla camminare anche fuori dalla nostra città.

  3. effebi

    ma…su 10 quante xe de c-sn ? 🙂 quante della minoranza slovena ? quante le disoccupate ? come mai nissuna asiatica ?

    (comunque, brava marisa)

  4. aldo

    @1

    “l’immagine del corpo femminile continua ad essere merce di scambio”

    e cosa non sarebbe merce di scambio in quel rapporto sociale che si chiama capitalismo, a parte residui pre-capitalistici e marginali esperienze di nicchia?

    con tutto il rispetto per l’iniziativa credo che possa colpire solo la sensibilità della buona borghesia e del filo-femminismo politicizzato: farsi sfruttare l’immagine è un lavoro da privilegiate per il quale nel mondo possono aspirare mille su un milione e di quelle mille solo una ce la fa

    un’operaia cinese farebbe carte false per farsi sfruttare l’immagine ogni tanto, invece che il corpo e la mente per tutta la giornata per produrre l’ultimo i-phone tanto innovativo

  5. Paolo Stanese Paolo Stanese

    Aldo, la campagna femminilereale è centrata sul territorio triestino. Io credo che sia una buona occasione per provare a fare un po’ di anticorpi mentali QUI, riflettendo appunto sugli stereotipi dell’immagine femminile – anche se ciò che dici delle operaie cinesi è di sicuro verosimile.
    E mi auguro che non sarà solo chi è già attento a questi temi a farci caso!

  6. aldo

    Paolo, infatti ho detto “con tutto il rispetto per l’iniziativa”, rilevando solo che ha un carattere di nicchia perchè gli “stereotipi dell’immagine femminile” credo siano molto in fondo alla lista dei problemi reali non solo delle operaie cinesi, ma anche della grandissima parte delle italiane.

    Facendo un discorso “tecnico”, le immagini, come i testi, della comunicazione di marketing sono scelte in funzione dell’effetto promozionale previsto per il prodotto, che alla fine significa “bori”, e questo vale ovviamente anche per le immagini femminili. Per esempio, più o meno in contemporanea con femminilereale c’erano le foto pubblicitarie della Contrada che sarà anche intellettual-artistico-progressista, ma che ha scelto immagini di donne non certo “reali”, ma da “sogno” perchè sono quelle che ottengono l’effetto commerciale desiderato, sia verso il pubblico maschile che verso il pubblico femminile.
    Tutto questo non per inficiare la validità dell’iniziativa, ma per rilevarne l’inevitabile carattere di nicchia, al di fuori di quella logica commerciale che inevitabilmente qualsiasi azienda deve seguire per promuovere il prodotto, al di là delle idee personali che può avere il responsabile del marketing.

  7. Jasna

    Ma Aldo, queste iniziative puntano anche a far piacere immagini diverse, così forse in futuro si riuscirà a vendere altrettanto bene mettendo sui cartelloni una donna vestita o con le tette di una dimensione che non le incrini le vertebre. 🙂

  8. aldo

    @7 Jasna

    e io cosa ho detto? lodevole iniziativa di nicchia, ma la realtà è che il 99% vorrebbero essere alte 1.80, taglia max 42, 4a di tette e gran bel visetto e il 99% dei maschi vorrebbero proprio una così e di conseguenza è questa immagine che vende perchè a decidere l’acquisto è l’inconscio che pesa per oltre il 90% sulle decisioni, anche se poi, in certi casi, lei o lui razionalizzano mentalmente il “voio ma no posso” dell’inconscio sulla base della cultura di riferimento, sostenendo a parole di prediligere altri modelli
    femminili, della serie “me la conto da solo/a”

  9. Jasna

    No aldo, il fatto che tu pensi che il 99% voglia essere in un certo modo è la prova che i gusti sono influenzabili, infatti tu-utente aldo, non riesci a concepire una porzione di consumatori maggiore dell’1% capace di apprezzare l’estetica *attualmente* non mainstream (dico attualmente, perché magari tra 20 anni saranno di moda le formose dei vecchi tempi).
    Il punto non è far sparire le immagini di donne attraenti, bensì affiancare delle alternative (le immagini le guardano anche i bambini, ti sei mai domandato che effetto gli fanno?).

  10. @Aldo, non credo che gli stereotipi dell’immagine femminile siano in fondo alla lista dei problemi reali delle donne. Oddio, delle operaie cinesi non lo so perché non conosco approfonditamente la loro realtà culturale e sociale, ma sicuramente non nel caso delle donne italiane. Gli stereotipi delle immagini femminili, come anche quelli culturali di genere, sono piuttosto in cima, se non la causa stessa della maggior parte dei problemi reali delle donne italiane. Il fatto che si faccia comunicazione sfruttando donne-oggetto o il fatto che poi si acquisti seguendo l’impulso di conquista o di emulazione, è solo sintomo e prova di un disastroso impoverimento culturale e di valori generalizzato. Certo che adesso si può parlare solo di nicchia in cui proporre un’alternativa, ma è da questa nicchia che poi deve derivare un cambiamento. Insomma, il fatto che adesso il 99% (peraltro da verificare) ragioni così, non significa che sia giusto o che lo dobbiamo accettare acriticamente come dato di fatto ineluttabile. Per me, la denuncia ha sempre una sua grande utilità.

  11. aldo

    @ Jasna

    Il fatto che il 99% (si fa per dire) voglia un certo modello è solo la prova che in ogni momento spazio-temporale(ieri-oggi-domani, globale-locale A, locale B,locale C, ecc.) c’è un’immagine mainstrem del corpo: nulla vieta a cittadini e loro associazioni di promuovere estetiche diverse, come nel bel lavoro illustrato nell’intervista, per modificare lo status quo dell’immagine mainstream, ma io sono contrario che questo compito se lo assuma lo stato o una delle sue articolazioni con quella che una volta si chiamava “pubblicità progresso” perchè sono libertario e quindi contro lo stato etico-educativo che promuove valori e stili di vita come vorrebbe sia la chiesa cattolica per i suoi di valori che una certa “chiesa” laica per i propri. Non voglio uno stato che promuova modi di mangiare, modi di stare in salute, modi di scopare, modi di morire, modalità di famiglia, ecc. e neanche modalità di immagine del corpo. Io voglio uno stato che dia servizi sociali e stia assolutamente muto sulle questioni etiche e di stili di vita che sono un diritto individuale, come è diritto di ogni singola donna fare quel che vuole del proprio corpo e della propria immagine senza subire intrusioni “etico-educative” nè dallo stato nè da altri gruppi di donne delegate a questo compito dallo stato, ferma restando ovviamente la piena libertà per ogni individuo e ogni gruppo di portare avanti le proprie idee. E lascia perdere i bambini perchè è un argomento già troppo strumentalizzato fin dai tempi delle campagna contro il divorzio che non doveva passare per difendere i bambini.

  12. aldo

    @ Benedetta Gargiulo

    “Il fatto che si faccia comunicazione sfruttando donne-oggetto o il fatto che poi si acquisti seguendo l’impulso di conquista o di emulazione, è solo sintomo di un disastroso impoverimento culturale e di valori generalizzato”

    Questa è sostanzialmente la tesi di Julius Evola e di tutti coloro che leggono l’attuale fase della storia come decadenza spirituale della civiltà ed è curioso che, persi per strada sia il marxismo che il libertarismo, tanti a sinistra ripetano argomenti della destra tradizionalista.

    Invece per me è sintomo di una nuova fase del capitalismo che passa dal dominio della produzione al dominio del consumo, dal dominio del materiale al dominio dell’immateriale, con il risultato che il valore del prodotto è in gran parte determinato dall’immagine che trasmette e attraverso la quale il consumatore identifica un suo posizionamento sociale attraverso l’acquisto del prodotto e questo vale anche per le immagini di donne incorporate nei prodotti.
    Come sempre nel caso del capitalismo, questo processo ha liberato da certe catene e ne ha create di nuove, come ha prodotto nuovi valori in sostituzione di quelli vecchi (che erano anch’essi relativi a una fase storica e non i valori eterni), tra questi per esempio il godimento del consumatore al posto del sacrificio del produttore, il corpo della donna come merce da scambiare a suo piacimento sul mercato al posto del corpo della donna come proprietà familiare del marito in funzione dei figli.
    Secondo me una critica deve partire da questi presupposti, non dal mantra “no xe più cultura, no xe più valori” che ripete anche certa presunta sinistra dopo aver perso per strada gli strumenti di analisi marxisti e libertari.

  13. hobo

    @aldo

    sono d’accordo che non spetta allo stato stabilire un’ etica.

    pero’, per come la vedo io, non si puo’ fare finta che tutta questa storia dell’ immagine (o piu’ in generale del consumo) sia *solo* una questione di scelte personali. intanto perche’ non e’ vero che nel capitalismo attuale l’ immateriale abbia soppiantato il materiale. semplicemente il materiale viene occultato. pensa a internet, la quintessenza dell’ immateriale: esiste perche’ quotidianamente vengono prodotti con modalita’ fordista milioni e milioni di materialissimi aggeggi, che tutti insieme costruiscono la materialissima rete. la filiera parte dalle miniere in cui si scava il coltan con le unghie, e si conclude nelle discariche del kenya dove vengono recuperati i materiali.

    bon, allora la questione non e’ la misura delle tette delle donne nella pubblicita’, la bellezza o meno dei soggetti, la quantita’ di pelle o pelo che viene esposta. la questione e’: quali rapporti di potere, di proprieta’, di produzione sono sussunti dal messaggio pubblicitario? (si puo’ fotografare una donna bellissima con le gambe aperte, per veicolare messaggi diversissimi tra loro, a seconda del modo in cui e’ costruita la foto).

    faccio una provocazione (fino a un certo punto, pero’): immagina una pubblicita’ in cui si vede un negro in divisa da chauffeur, tutto contento, che pulisce il cofano di una cadillac, mentre un ricco signore dalla pelle bianca lo guarda soddisfatto sorseggiando un martini ghiacciato, e poi lo ringrazia dandogli un buffetto sulla guancia. se io fossi un negro, mi incazzerei di brutto, e non considererei quella pubblicita’ come problema del tutto secondario.

    allora non si tratta di fare campagne in stile pubblicita’ progresso, che secondo me fanno cagare, ne’ di tirare in ballo i “valori”, con o senza maiuscola. si tratta invece di capire quali rapporti di potere, di proprieta’, di produzione sono sussunti da quelle immagini, e di trovare un modo per scardinare l’estetica dominante che di fatto e’ un’etica, e anche molto prescrittiva. ogni rivoluzione e’ sempre, anche, soprattutto, rivoluzione del linguaggio. (ovviamente la rivoluzione non la fa lo stato).

  14. Jasna

    @11 aldo
    Non puoi dirmi cosa lasciar stare (i bambini) e cosa tenere, quanto tu che non sei una donna stai praticamente lasciando intendere a me e alle altre che se certa comunicazione ci infastidisce è perché non siamo delle operaie cinesi. Allora visto che sono disoccupata, se tra qualche mese mi buttano fuori di casa avrò il diritto di dire la mia? Attendo istruzioni eh.

    Con l’influenza sui più piccoli e sui giovani mi riferisco a vedere bambine di tre anni che imitano gli ammiccamenti delle tipe in tv, linee di vestiti per bambine con reggiseni imbottiti ecc. Ora quale bambina di 4 anni potrebbe capire cosa sia un reggiseno imbottito o a cosa serva, se non avesse visto pubblicità su pubblicità su quanto sia fondamentale avere le tette così e non così, e se non avesse acquistato o comunque desiderato bamboline tipo le Bratz o visto cartoni tipo le fatine che si preoccupano della dieta (qualche genitore mi aiuti, non ricordo come si chiamano). E che senso ha instillare atteggiamenti a connotazione sessuale prima ancora che questi siano compresi per quello che sono? Io non ho figli ma mi da fastidio, e molto. Perché dovrei trovarmi a scegliere tra staccare l’antenna per i primi 6-7 anni di vita di mio figlio o rassegnarmi a sapere che riceverà messaggi totalmente sbagliati che preparano il terreno per riceverne altri nell’adolescenza e nell’età adulta? E che cosa sottendono tutti questi messaggi (per adulti e per bambini)? Te lo sei chiesto?

    NB io non ho mai parlato di valori, non mi sono mai interessata di pensiero di sx né di dx e quello di cui parlo è ciò che vedo e sento in prima persona.

  15. aldo

    @14 Jasna

    mai detto che non devi dire la tua, anzi ho detto esattamente il contrario perchè:

    1- una cosa è esercitare il diritto di critica di un’estetica e di proposta anche attiva di un’altra estetica
    2 – un’altra è pretendere che la propria posizione, qualunque sia, debba diventare un meccanismo etico-educativo veicolato dallo stato

    i punk o gli emo o i metallari propongono estetiche alternative, ma non si sognano di farle veicolare dallo stato, anzi se ne tengono ben lontani

    se anche tu hai questa posizione “dal basso” ok, se invece pensi che le nuove estetiche debbano essere perseguite eticamente da uno stato che educa, allora siamo radicalmente in disaccordo

    tu dici che i bambini vengono precocemente sessualizzati dalla pubblicità, ma ci sono cattolici che sostengono l’indossolubilità del matrimonio anche sulla base della tutela dei figli o l’inopportunità di effusioni pubbliche tra coppie gay o lesbiche per proteggere i bambini: allora, se rimangono opinioni portate avanti nella società tutto ok, invece se si pretende di farne oggetto di intervento dall’alto dello stato con leggi o pubblicità progresso non sono per niente d’accordo e, comunque sia, interventi o non interventi statali, alla fine i bambini di quest’epoca vivranno comunque quest’epoca, fatta anche di immagini sessualizzanti, di divorzi, spererei in futuro brevi, con tutte le relative conseguenze e di auspicabile parità di diritti tra coppie etero e coppie gay

  16. aldo

    @13 hobo

    sono sostanzialmente d’accordo, anche perchè non ho parlato di sostituzione del materiale con l’immateriale, ma di dominio dell’immateriale sul materiale nell’ambito del valore del prodotto che ormai in grandissima parte, escluse ovviamente le commodities, è determinato dalla componente “logo” rispetto alla componente “fisica”, con tutte le conseguense di iper-sfruttamento di chi lavora sulla componente fisica come l’operaia cinese, mentre l’immagine “sfruttata” della modella nell’ambito di una politica di comunicazione del “logo” ha spazi ben più ampi di reddito e qualità della vita

    ovviamente la componente “logo” non è neutra, ma veicola, attraverso immagini e testi, un’etica fatta di valori che sono i valori di questa fase del capitalismo, nell’ambito dei quali il consumatore si posiziona nei limiti consentiti dal suo potere d’acquisto

    quindi non è vero che non c’è più cultura e non ci sono più valori, ci sono la cultura e i valori di questa fase del capitalismo e un conto è esercitare le armi della critica, un’altro esercitare la “critica delle armi” attraverso lo stato e le sue articolazioni in nome di un’estetica politicamente corretta, al cui carattere “alternativo” non credo minimamente visto che queste campagne vengono portate avanti da governi e amministrazioni di tutti i colori politici

  17. capitano

    Sarà inevitabile finire su Debord 🙂

  18. hobo

    @capitano
    no dai, debord no 😀

    @aldo
    il tuo discorso sui bambini non mi convince. non mi convice il parallelo coi catolici che vorrebbero vietare le effusioni omosex davanti ai bambini. quel parallelo andrebbe completamente ribaltato, perche’ le corporations sono un potere costituito tanto quanto lo stato, e intervengono in modo pesante nell’ imporre ai bambini un certo tipo di rapporto col proprio corpo piuttosto che un altro. sempre di controllo dei corpi si tratta, e il controllo dei corpi e’ un controllo radicalmente politico.

  19. hobo

    @capitano#18

    dimostra che le tette (e i volti, e i corpi in generale) possono veicolare una gran varieta’ di messaggi.

  20. capitano

    Dimostra che il femminismo non può prescindere dal mezzo che diventa messaggio. Altri corpi (altre tette) altri messaggi.
    Pochi troverebbero difficoltà a smontare razionalmente la strategia delle femen. D’altra parte quello sembra l’unico modo in cui funziona la comunicazione al giorno d’oggi.

  21. capitano

    A me le femministe ucraine paiono vecchie (non nel senso anagrafico ovviamente).

  22. hobo

    @capitano

    mmhh, non sono tanto d’accordo. anche perche’ quelle di femen le manganellate della polizia se le prendono davvero. ci mettono il corpo e la faccia, e ce li mettono in proprio, non per conto terzi, ne’ per interposta persona.

    a me non pare che la loro tattica sia contraddittoria. mi pare anzi che sfrutti alcune contraddizioni del sistema (ukraino) per ribaltarglie contro. una tattica del genere funziona in ukraina, ma non funzionerebbe ne’ negli usa ne’ in europa occidentale.

  23. effebi

    mi credo che nissun ga fato caso alle (belle) foto sui autobus… (solo forsi qualchidun che ga perso l’autobus…) o i le ga viste de sbriss senza minimamente colegarle a tuti sti (bei) discorsi.

    semo bombardadi de immagini, anche el povero toscani fa dificoltà a inventarse qualcossa

    per lanciar messaggi credo che no funziona (ghe vol come minimo rampigarse sulla cupola de s.piero…)

  24. effebi

    FEMMINILEREALE ? qualchidun geverà pensà che i ga verto un novo magazin a palmanova…

  25. effebi

    http://botega.la/negozio/termini-erotici-e-sessuali-nel-dialetto-triestino/

    immagino che anche questa (che da tempo fa bella mostra de se sulla pagina de bora.la) xe una femmina reale

  26. effebi premionobelperlapace

    vardando la foto de botega.la e rileggendo quanto disi la Ulcigrai…
    “La fase delle affissioni sugli autobus è stata preceduta dallo studio delle immagini di donne nella pubblicità. Abbiamo riscontrato che per vendere prodotti, l’immagine della donna viene banalizzata e semplificata in molti modi: dalla proposta di ruoli ipercodificati, irreali e con minime variazioni (come la casalinga felice o la modella sexy) alle posizioni negli scatti, dall’uso di parti del corpo isolate, al fotoritocco massiccio o all’eliminazione dello sfondo.” me domandavo se anche quei de botega.la forsi… per vender un prodotto… magari… pol esser che… ecco…

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