22 giugno 2012

Scampoli di storia: Angelo Cecchelin e la Compagnia Teatrale Triestinissima

Rubrica a cura di Paolo Geri

Soprattutto fra le giovani generazioni Angelo Cecchelin è oggi un nome del tutto sconosciuto. Eppure è stato un “grande” del secolo scorso. Il più grande comico e attore di avanspettacolo triestino. A Cecchelin va il merito di aver portato sulle scene lo spirito delle anime più genuine di Trieste, anime prese per lo più dai sobborghi e dal mondo delle piccole illegalità, personaggi come piccoli truffatori, ladruncoli, balordi e i cosiddetti “quei che xe più dentro che fora” (“quelli che passano più tempo in prigione che fuori”). Cecchelin diede vita, grazie alla sua particolare voce “chioccia” ed alla sua inconfondibile mimica, ad una marea di personaggi che erano delle vere e proprie macchiette, primo fra tutti sicuramente “el mulo Carleto”.

Nato nel 1894, negli anni Venti del secolo scorso Cecchelin diede vita ad una compagnia denominata “La ganga de le macie” (la “ganga” è in italiano la banda, una “macia” è un tipo originale, spiritoso, anche un po’ balordo, appunto una “macchietta”). In seguito la compagnia fu ribattezzata “La Triestinissima” e con essa Cecchelin si esibì sin nei primi anni del secondo dopoguerra. Anche se non si può definire Cecchelin un aperto oppositore del fascismo, la sua satira schietta e diretta, sempre pronta a sbeffeggiare il potere, gli costò diverse volte il carcere durante il ventennio ma anche nel dopoguerra tristi vicissitudini politiche gli impedirono di calcare i palcoscenici di Trieste tanto da esser costretto a trasferirsi a Torino dove morì il 18 giugno 1964.

Ma torniamo alla “Triestinissima”. Parlare di questa compagnia significa parlare non solo di Angelo Cecchelin ma anche di Jole Silvani. Tra i due si istaurò un sodalizio non solo artistico, ma anche sentimentale: Jole Silvani darà nel 1938 a Cecchelin un figlio.
Si erano conosciuti nell’ ottobre del 1929 quando Jole Silvani aveva poco più di diciotto anni. Angelo Cecchelin che già calcava i palcoscenici da un decennio e godeva di un certo credito nell’ ambiente dell’ avanspettacolo, cercava disperatamente una soubrette per un’ esibizione al “Teatro Ciscutti” di Pola. Fulvio Menotti, che faceva parte della sua compagnia, gli suggerì il nome di una giovinetta con cui aveva duettato al “Ricreatorio Padovan”. L’ assenso alla partecipazione spettava però al padre della ragazza che pose come condizione l’ uso di uno pseudonimo. E Niobe Quaiatti divenne Jole Silvani. uel debutto polesano fu baciato dal successo e un’ accoglienza altrettanto calorosa si ebbe a Fiume. Al “Teatro Corso” di Trieste si ripetè il successo e, in seguito, al “Teatro Regina” le repliche si protrassero per sette mesi. Cecchelin allora coniò un nome nuovo per la sua compagnia e la “Ganga delle mancie” venne ribattezzata ”La Triestinissima”.

Il nucleo primario comprendeva oltre a Cecchelin e alla Silvani, Anna Carpi, Adolfo Leghissa, Fulvio Menotti, Armando Borisi, Marcella Marcelli. In scena vennero portate commedie musicali come “La go fata mi !”, “Xe rivada Sua Eccellenza”, “Zio d’ America” e molte altre. La “Triestinissima” si esibiva a Trieste prevalentemente nei teatri “Filodrammatico” e “Regina” ma girava un po’ tutta la Venezia Giulia e l’Istria con le consuete tappe a Pola, a Fiume, a Zara, esportando il teatro dialettale triestino in tutta Italia e spingendosi fino in Sicilia nel corso di numerosissime tournée che si protrassero fino alla metà degli anni Cinquanta. L’ attività della compagnia fu così prolifica che la stessa Silvani era solita ricordare che in sedici anni di attività ebbe modo di usufruire di soli 38 giorni di riposo.

Ecco alcune famose freddure del comico triestino che non credo necessitino di traduzione:
• “son miga sempre tartàia, solo co parlo”
• “ in stazion tuti pianzi perchè ghe xe un binario morto”
• “l’ omo xe un vegetale perchè el vien zo dala simia, e la simia vien zo’ de l’ albero”
• “Butime un fior… butime un fior… la zigava e sicome mia moglie la se ciama Margherita la go butada zo ela”
• “Roba de mati, ghe go dito a mia moglie che co la me vedi rivar che la buti zo la pasta, ma la go ciapada in testa”
• “El xe morto lassando tuto al’ Istituto……..e cossa el ga lassa ?……. 8 fioi !”
• “In tribunal: Accusato, avete rotto la testa alla moglie con un pezzo di ferro e perchè proprio col ferro ? Cossa la pretendi che ghe rompo la testa con una luganiga de Vienna ?”
• “A Barcola: un tipo el cerca de suicidarse, el vol butarse in mar, la guardia lo ferma …. ALT ! Ma cossa la fa ? ….. la me lassi che me nego……. un momento sior, no xe facile la sa, dove la sta de casa ? In via San Sebastian ….. eh… savevo mi, alora ghe toca el Molo Audace !”
• “Dal dotor…… Ha preso dunque la purga ? Si, sior dotor, un litro de oio de rizino. Ma lei è pazzo ? Quante volte ha dovuto raggiungere il gabinetto ? Una volta sola. Ma è impossibile? Altrochè… son ‘n da’ dentro lunedì’ e son vegnù fora sabato”
• “La me fazi la carità’, go perso una gamba …no la go miga trovada mi, la se la cerchi !”
• “Il maestro: Carleto, nomina un corpo trasparente. El buso dela seradura sior maestro”.
• “Il giorno prima, la maestra gaveva dito che l’indomani la gaveria mostrà’ el mapamondo……. Ti sa cossa che xe capità ? I scolari xe stadi a casa, e a scola xe vegnudi i papà” (il “mappamondo” nel vecchio dialetto triestino è il “lato b” della donna ……)
• “No bevo acqua perchè el mio stomigo xe de fero, e go paura che ‘l se ruzinissi”
• “Ciò, ti ga leto el giornal ? I vol farghe el monumento a Dante. Che stupidi ara, no iera meio che quei soldi i ghe li dava alla vedova ?”
• “I 4 pilastri della vita: vestirse, spoiarse, inpinirse, svodarse. Che vita ara”.

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Un commento a Scampoli di storia: Angelo Cecchelin e la Compagnia Teatrale Triestinissima

  1. Roberto Ota

    qualche giorno fa mia moglie la ga compiù 50 ani e mi ghe go dito ala maniera de Cecchelin: tien duro, vecia, se no crolemo tuti e do.

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