
Per conquistare il Litorale Austriaco, la Contea di Gorizia e Gradisca con Cervignano e fino al Mangart, e poi l’Istria e Trieste, l’Italia pensava di farcela con poco, entrando in guerra un anno dopo gli altri nel 1915, trovandosi poi invece a combattere un conflitto cruentissimo, costato la vita di 650 mila giovani soldati, per infine annettere un territorio popolato da 350 mila abitanti, dei quali due terzi nemmeno erano italiani, ma sloveni.
650 mila poveri ragazzi, sacrificati alla demagogia degli opposti nazionalismi, traslati e sepolti alla fine degli anni Trenta nei vari sacrari ed ossari che punteggiano le frontiere orientali d’Italia. Presso Gorizia, Oslavia con 60 mila caduti dei quali 36 mila ignoti e Redipuglia, con 100 mila e 60 mila ignoti. Grandi monumenti, grandi opere d’architettura costruite dal Regime fascista a celebrazione della quarta guerra d’indipendenza del 1915-18, che però oggi cadono a pezzi, mancando le risorse per custodire degnamente le spoglie di chi, per l’Italia, ha combattuto e sacrificato la giovane vita.
L’8 gennaio, su Il Piccolo, si racconta che l’Associazione dei Carabinieri ha bandito una sottoscrizione per il restauro della copertura del Sacrario di Oslavia, raccogliendo soli 1.200 euro a fronte dei 450 mila necessari, che il Governo, figuriamoci, non pare abbia la minima intenzione di erogare, mentre la provincia di Gorizia ne ha promessi 50 mila, simbolici peraltro, dato il totale necessario.
Poi, la notizia che dal 1° gennaio le Ferrovie dello Stato non garantiscono più il servizio toilette delle stazioni minori, a molte delle quali sono stati murati gli ingressi e le finestre, per scansare responsabilità dell’azienda nel caso succeda qualcosa all’interno.
Vien da chiedersi, ma perché l’Italia ha voluto conquistare Gorizia e Trieste, il porto della quale è abbandonato dal 1918 e ancor più dal 1954? Perché ha voluto fare nulla per conservare il nome del vino Tocaj, simbolo enologico di una cultura secolare? Nulla per conservare la zona franca di Gorizia, frutto di trattato internazionale proprio come il porto franco triestino il quale, ancorché inutilizzato, rimane sempre lì? Nulla per armonizzare il regime fiscale con la Slovenia, come si è fatto in altre parti d’Italia per benzine e tabacchi?
Di tutto questo Nulla, la classe politica regionale é complice, perché è timida, presa dal timore di farsi sentire, a Roma, diversamente dai nostri rappresentanti al parlamento di Vienna, Luigi Faidutti e Giuseppe Bugatto, che nel novembre del 1918 reclamarono con impeto la libertà di autodeterminazione dei popoli del Litorale, sulla nazione di appartenenza, auspicando un referendum che, per ovvi motivi di sopraffazione, poi non si tenne mai.
Vista l’odierna e totale indifferenza dell’Italia riguardo questi territori nostri, vien da chiedersi, ma perché l’Italia non rinuncia a noi? Perché non s’inventa una scusa? Perché non racconta una palla, che non voleva, che si è sbagliata, che è stato un errore, qualsiasi cosa insomma e ci restituisca all’Austria, dove si stava bene allora e oggi si sta pure meglio?
E poi, non è affatto vero che qua, tutti si anelava all’Italia…
Gli irredentisti erano quattro gatti, al pari delle brigate rosse degli anni settanta. La loro attività fu poi enfatizzata per giustificare l’intervento bellico, utile ai produttori d’armi e agli opportunisti politici, mentre fino ad oggi, una indagine storica obiettiva, a raccontare quanto veramente è successo in queste zone, non pare proprio si sia voluta fare…







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