E’ da qualche giorni in libreria ‘Com’è bella Trieste – Guida alle diverse anime della città’, curato da Poljanka Dolhar e Erika Bezin, edito dalla casa editrice triestina Ztt-Est (compra il libro online su Botega.La).
Si tratta di una guida turistica, pratica, sentimentale e culturale a quella che è la Trieste degli sloveni. Ho intervistato per questo l’amica e collaboratrice di Bora.La, Poljanka Dolhar, giornalista del Primorski Dnevnik.
- Perché questo libro?
A costo di sembrare un po’ patetica direi che questo libro è un atto d’amore nei confronti di Trieste, la città dove sono nata e lontano dalla quale non vorrei vivere. Ma nasce anche dall’esigenza di far conoscere le sue diverse anime, in primo luogo quella slovena. Le guide in circolazione parlano genericamente di città mitteleuropea e cosmopolita, ma poi degli sloveni che da secoli vivono in questa città, dell’impronta che hanno lasciato nella sua storia… nemmeno l’ombra. Ecco quindi l’idea di scrivere una guida, nella quale le più grandi attrazioni turistiche della città si fondano con la storia, la letteratura e le tradizioni slovene.
Con la coautrice Erika Bezin abbiamo pensato di fare una guida che possa essere interessante sia per il lettore sloveno che quello italiano: l’importante è che sia curioso e che non si accontenti delle apparenze.
- Quali sono i posti più importanti degli sloveni a Trieste?
Sono molti, per questo abbiamo inserito nella guida anche uno specifico itinerario sloveno. Potrei dire il Kulturni dom di via Petronio, sede del Teatro stabile sloveno, oppure lo stabile di via San Francesco 20 dove hanno sede la biblioteca e la libreria slovena. Ma poi c’è per esempio il Palazzo Bonomo, non lontano dalla cattedrale di San Giusto, dove per alcuni anni visse Primož Trubar, considerato il padre della lingua slovena. Oppure il Narodni dom, un tempo vero e proprio centro della vita degli sloveni di Trieste.
Nei dintorni potrei menzionare Basovizza, che con il suo monumento ai 4 eroi antifascisti (Bazoviški junaki) e la sua foiba simboleggia perfettamente la drammatica storia del ventesimo secolo. Ma anche la Casa carsica (Kraška hiša) di Repen, o il castello di Duino dove nel 1607 fu scritto il primo dizionario italiano-sloveno.
- I posti del cibo sloveno a Trieste: quali sono per te?
La cucina triestina è un mix di tradizioni culinarie (slovena, italiana, istriana, tedesca…) quindi mi sembra difficile evidenziare i posti del cibo sloveno. Ma non posso non indicarne almeno due: il Bar Basso in via Coroneo, a quanto ne so l’unico locale in città che offre solo prodotti locali, per esempio vino, olio, formaggi, salumi, molti dei quali di produttori appunto sloveni.
Oppure il Buffet da Pepi in via Cassa di Risparmio, non tanto per il cibo che offre, quanto per la sua storia: un tempo era di proprietà della famiglia Tomažič, di quel Pino (eroe nazionale sloveno) fucilato 70 anni fa a Opicina dal tribunale speciale fascista e di quella Dani che ispirò il romanzo di Fulvio Tomizza “Gli sposi di via Rossetti” e alcuni romanzi di Boris Pahor.
- Questo libro che racconta una Trieste non solo degli italiani, come è stato accolto in Slovenia?
Molto bene, la presentazione a Ljubljana è sta affollatissima e pare che anche le vendite vadano bene. Credo se ne sentisse la mancanza, anche perché guide su Trieste scritte in sloveno finora proprio non esistevano, figuriamoci una guida che parli anche degli sloveni… La nostra, che prende il titolo da una citazione del poeta Srečko Kosovel, vuole ricordare al lettore sloveno che Trieste era, fino alla prima guerra mondiale, la più grande città slovena. Lo dicono i dati del censimento austriaco: nel 1910 a Trieste vivevano quasi 60.000 Sloveni, a Ljubljana meno di 40.000. La città attirava imprenditori, scrittori, giornaliste, operai, domestiche da tutta l’odierna Slovenia: se la nostra guida attirasse oggi almeno un po’ di turisti, sarebbe già un buon risultato, no?








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