25 novembre 2011

Un sabato nel villaggio

notte, villaggio sotto la lunaSabato 26 novembre verrà presentato alla Stazione Marittima The Village – gioco per lo sviluppo delle competenze sociali. Un progetto a un tempo semplice e ambizioso per ‘mettere in gioco’ le nostre capacità di relazionarci con gli altri. Quattro testimoni di spicco (il sindaco Roberto Cosolini, l’attrice Maria Sole Manzutti, la scrittrice Federica Manzon e il musicista Mike Sponza) presenteranno il progetto. Ma noi ne parliamo con Orietta Antonini, della Cooperativa Sociale Itaca, uno dei partner del progetto.

Che un gioco sulle “competenze sociali” desti l’interesse di tanti diversi soggetti – e tra questi anche il sindaco Cosolini – è senza dubbio un segnale. Secondo te, un segnale di cosa?


Credo che segnali un interesse che ha a che fare con la comunicazione, tra chiunque e in qualunque ambito: tra la politica e i cittadini, tra la cultura e i cittadini, tra l’informazione e le persone. Il comunicare, troppo spesso, è patologico perché veicolato da strumenti ‘cattivi’ come certa televisione… ma è ora di cominciare a ripensarlo!

Puoi definire le competenze sociali per i non addetti ai lavori?

Sono competenze relazionali: quelle doti, caratteristiche, talenti, abilità, che ciascuno di noi attiva nella relazione con gli altri e prescindono dalle competenze tecniche. Se vengono curate, formate, sollecitate, aiutano a utilizzare meglio le competenze tecniche. Pensate ai vostri professori a scuola: quelli molto bravi a svolgere il programma ma incapaci di motivarvi o entusiasmarvi avrebbero dovuto migliorare le loro competenze sociali!

Itaca è una cooperativa che lavora nel settore definito “Sociale”. Ci vuoi dare un esempio concreto in cui sono delle competenze “non professionali” a fare la differenza nel lavoro?

È tutta qui la chiave del nostro interesse alle competenze sociali: siamo una cooperativa sociale, soci lavoratori che perseguono una finalità mutualistica per se stessi e solidaristica verso gli altri. Persone al servizio delle persone attraverso la relazione tra i soci verso gli utenti e con la rete del territorio. So che fa tanto slogan, ma essere un bravo operatore assistenziale, o un bravo educatore o infermiere professionale, non basta, perché bisogna… saperlo fare. Perché ciò sia possibile è necessario essere coscienti: sapere, quali sono le caratteristiche che alimentano il nostro voler fare. E quando attraverso questo, anche una sola persona riesce, non tanto a fare meglio – e fa già bene –, ma a stare meglio, si innesca una reazione a catena fantastica.

E questo vale tanto per i singoli quanto per i gruppi?

Sì. Per un’equipe di lavoro che ogni giorno lavora su obiettivi comuni è utile e necessario aver chiare le sue caratteristiche in modo tale da rendere più agevole il perseguimento degli stessi. Lavorare sulle competenze relazionali non è tanto e solo un modo per essere più consapevoli (e renderlo noto anche a chi ‘lavora’ con noi) delle caratteristiche attuali, è anche un modo per progettare lo sviluppo futuro. Vogliamo investire di più sulle nostre competenze sociali perché riteniamo che esse siano un logico completamento delle competenze tecniche.

Puoi farmi qualche esempio concreto?

Nella pubblicazione di The Village abbiamo voluto inserire alcune brevi storie tratte dalla vita quotidiana dei nostri operatori che tentano di raccontare come, soprattutto nella relazione con l’utenza, sono proprio le competenze sociali a rendere concreti i nostri obiettivi.
Eccovene una: La riabilitazione attraverso il silenzio – Nei gruppi appartamenti afferenti all’Area salute Mentale è consueto uscire accompagnando gli ospiti anche per concedersi un aperitivo. Durante una di queste uscite una mia collega dall’aspetto molto sereno era seduta all’aperto in un bar del centro assieme ad un ospite che usciva dal Diagnosi e Cura dopo un anno. Si avvicinò un compaesano dell’utente e gli chiese dove abitasse e quest’ultimo rispose: “in appartamento in città con questa ragazza”. La collega non fece una piega e rimase in silenzio, mosse solo il capo con un cenno assertivo. Quando il conoscente si allontanò l’utente strizzò l’occhio all’operatrice.

In The Village, i nostri punti di forza e le nostre debolezze vengono narrate e messe in gioco. Che valore ha un approccio ludico nel trattare argomenti così sensibili?


La dimensione ludica del villaggio consente alle persone di accorciare le distanze, di sdrammatizzare, di entrare in un terreno ‘neutro’ e libero fatto anche di ‘e se…’:  le persone si rilassano e riescono a superare il normale imbarazzo che si potrebbe riscontrare quando ci chiedono di parlare di noi.  La forma ludica, che è libera e non giudicante, facilita le relazioni e consente anche di affinare le tecniche per scoprire le proprie doti. Itaca, e non solo con The Village, sta cercando proprio attraverso la dimensione ludica di riattiattivare anche il dialogo e la partecipazione della propria rete. Il gioco è una dimensione aperta dove ‘si può tutto’ e per questo si concilia bene con la sperimentalità del progetto. In ogni caso c’è una condizione: occorre voler giocare.

Per pensare alle nostre competenze sociali, The Village ci invita ad abbandonare i contesti del nostro quotidiano e immaginare chi siamo nella dimensione fantstica e e senza tempo di un villaggio. Forse perché qui e ora ci sono troppi fenomeni di disturbo?

Non è che la dimensione quotidiana sia più complicta: è solo… reale, mentre quella di The Village è più bella, dà più spazio all’immaginazione, è più ‘social art’… la differenza c’è!

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Se volete saperne di più, qui trovate le informazioni sulla presentazione. Se volete partecipare alla presentazione sabato mattina, meglio lasciare una mail a questo indirizzo: [email protected]

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