17 settembre 2011

A “I mille occhi” la femme fatale che espia

Un’ossessione, una donna. Una donna dal fascino magnetico, che la società addita come ragazzaccia piena di malizia “diabolica”. Una giovane,  inconsapevolmente pervasa da un’aura maligna, vittima essa stessa della sua personalità. Protagonista del racconto è il suo provocante corpo, avvolto ironicamente in candide vesti, capace di accendere una passione incontenibile in chiunque si avvicini.
Il festival cinematografico “I mille occhi”, ospitato presso il Teatro Miela di Trieste,  celebra la sua decima edizione dedicando la prima serata al cinema sloveno. Ad aprire l’incontro le immagini di “Triptih Agate Schwarzkobler”, lungomentraggio  di Matjazˇ Klopcˇicˇ.

La narrazione, intrisa di atmosfera mistica, si svolge in tre tempi, apparentemente slegati l’uno dall’altro. Ma è proprio il tempo il filo conduttore della vicenda, che viene brutalmente fatto a pezzi, smembrato, per poi essere ricomposto secondo la logica dell’analogia. La nozione comune di temporalità viene ignorata per assumerne un nuova. E’ il regista stesso a suggerirlo, attraverso le parole di uno dei suoi personaggi: “Com’è cambiato il mondo, neanche il tempo ha più valore”. Le vicende così, appiaono sogni, visioni della mente turbata della giovane protagonista.

Matjazˇ Klopcˇicˇ sceglie, per i vari momenti, tecniche diverse: inizialmente si avvale di soggettive dai contrasti forti e di particolari che insistono soprattutto sulle mani e sui volti. Successivamente, invece, i giochi di luce ed ombra si fanno meno netti e le inquadrature lasciano più respiro allo sguardo. Anche la cromia cambia ad ogni “quadro”: nel primo si gioca sui toni del rosso, mentre per l’episodio “Nel segno dell’acqua” viene preferito il verde e ancora, nell’ultima parte della narrazione, prevale il blu. A contorno del tutto un dialogo fortemente ermetico (tanto da acquistare valenze quasi magiche) ed un’accurata scelta del sonoro, che sposa le immagini.

La scelta stilistica dell’ultimo quadro, nel quale la ragazza si “fonde” con l’ambiente fino a quasi scomparire, invia un chiaro quanto desolante messaggio. Non esiste via di fuga nè modo di provare la propria innocenza: anche se non ci si è macchiati di alcun male, una volta individuati come elemento pericoloso al buonsenso della società, si è costretti ad accondiscendere e ad espiare la propria colpa.

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