20 luglio 2011

Al Mittelfest l’amore ai tempi delle donne manager

Una storia classica, un lui e una lei alle soglie dei trenta. E il lavoro, la ragione di  vita per entrambi. Lui in perenne quanto inutile cerca di impiego, lei lavoratrice ossessiva che si identifica con la propria professione. Occupazione: chi ce l’ha frega il banco, chi non ce l’ha non esiste, viene dimenticato dalla città, ingoiato dall’anonimità della periferia. “Carta vince, carta perde”. Questa è la realtà messa a nudo da Silvia Giuliano e Umberto Petranca in “Tu (non) sei il tuo lavoro”, in scena al teatro Ristori  di Cividale il 18 luglio.

Lui e lei sono lì, seduti nel loro piccolo monolocale in affitto, nella periferia di tutte le grandi metropoli d’Italia.  Discutono. Di lavoro ovviamente. Lui è disilluso, ripensa al sacrificio dei genitori, alle promesse fattegli dall’università, al tempo impiegato negli studi senza risultato. Lei è innamorata follemente del suo impiego di manager in una piccola editoria. Può essere innamorata del suo lavoro? Certo, basta sacrificare qualche piccola gratificazione personale. “Rinunci alla famgilia? Rinunci al divertimento? “Rinuncio”. Complimenti, sei assunta, hai il posto fisso a mille euro al mese.

Tutto sembra perfetto per la protagonista, ma un’ombra si insinua nel suo paradiso lavorativo, la possibilità di una gravidanza. E allora tutto crolla come un castello di carte. “Le madri non servono. Le madri lavorano poco. Le madri lavorano male. Non hanno più fame di sapere chi sono. Sono madri.” E così rischia di venire sbalzata via da quello che considera l’unico posto suo di diritto. Quella che all’inizio è una sgradevole sorpresa, diventa a poco a poco una dolce idea in cui cullarsi, pensare al proprio corpo che cambia riempie di gioia. Al tempo stesso preoccupa perchè si affaccia il problema del mantenimento.

Ma è tutto “sistemato”. Non è incinta. Lei: “Mi manca”. Lui: “Anche a me”.
I due attori sostengono bene la scena, con un dialogo brioso e che trova spazio per qualche intervento graffiantemente ironico. Lo spazio scenico, occupato solamente da un tavolo e due sedie, riflette bene i sentimenti dei protagonisti, che si trovano di fronte a una realtà che lascia spiazzati, svuotati da tutte le speranze. Interessante l’uso di proiezioni sul fondale del teatro, che giocano con le forme degli attori accentuandone  l’isolamento.

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