7 Luglio 2010

Scampoli di storia: la comunità armena a Trieste

Rubrica a cura di Paolo Geri

Ho avuto parecchie difficoltà a reperire materiale su questo argomento per cui prego di scusare la frammentarietà delle annotazioni. La comunità armena veneziana nel Settecento è scossa da tensioni che sfociano nel 1772 in una scissione. Secondo il Mainati, in conseguenza di ciò, due monaci armeni, Babic e Gasparenz giunsero a Trieste nel 1773 per la “cura spirituale” dei negozianti armeni. Ottennero dall’ Imperatrice Maria Theresa d’Austria un “diploma” di data 30 marzo 1755 per aver in concessione la chiesa di Santa Lucia (detta dei Santi Martiri). Nella cattedrale di San Giusto vi è per terra una lapide con una mitria di vescovo, e la seguente incisione: “Martino Carabzth (??) vescovus ritus armen necto 1756. Un vescovo armeno finito a San Giusto sarebbe davvero una stranezza ! (fonte “Atrieste – sito atrieste.org, come dallo stesso sito sono tratte alcune delle foto che commentano il testo). Fra i cognomi triestini passati e presenti: Ananian, Aidinian, Zingirian, Hermet, Giustinelli, Anmahian, Tumanshvili, Hovhanessian. E’ certo che i Padri Armeni Mechitaristi sono stati a Trieste in due periodi, il primo fine al 1810, quando dovettero chiudere pare per debiti, la seconda nel 1817 rimanendo in città sino al 1910. Nel 1859 avevano aperto un Ginnasio Reale Commerciale nel Collegio dei Mechitaristi che era il primo ginnasio in lingua italiana a Trieste. Il mio ricordo personale è che negli anni Settanta due famiglie di chiara origine armena erano fra gli abituali lettori domenicali de “L’ Unità”: che allora veniva diffusa casa per casa: una famiglia Tumanshvili che abitava in un grande palazzo di via Giustinelli e una famiglia Ananian nella vicina via Tigor: era la zona di Città Vecchia di storico insediamento degli armeni a Trieste. La chiesa di via Giustinelli al civico 7, praticamente visibile dalla strada, Chiesa della “Beata Vergine delle Grazie”, è oggi chiesa della comunità cattolica di lingua tedesca di Trieste ,a era nell’ Ottocento la chiesa della comunità armena. La via Giustinelli è intitolata al ricco possidente armeno che nel 1846 fece ottenere ai padri mechitaristi, già scappati da Trieste, il terreno per edificare un nuovo edificio di culto e un monastero, di cui ancora oggi sono proprietari. La chiesa è intatta, uno scrigno per il bellissimo organo Rieger donato da Julius Kugy, che qui veniva a suonare ogni giorno. La chiesa rischia l’abbandono e la zona, con una stupenda vista sul golfo di Trieste, è oltremodo adatta a spregiudicate operazioni immobiliari. È uno dei due campanili della chiesa a denunciare il pericolo. Ingabbiato dalla primavera 2008 per metterlo in sicurezza, necessita di altri lavori di ripristino. Servono subito sessanta-settantamila euro, ma i padri mechitaristi di Venezia, proprietari del complesso, dopo un primo intervento d’ urgenza non pare abbiano intenzione di affrontare altri investimenti. I mechitaristi hanno già venduto parte della proprietà, il terreno a fianco dove è in via di realizzazione il parcheggio.
Il vincolo della Sovrintendenza sulla “Beata Vergine delle Grazie” scongiura per il momento l’ ipotesi, anche in caso di vendita da parte dei religiosi, che la chiesa possa essere riconvertita a usi impropri. Ma sino a quando ? A completamento di queste note un po’ sparse pubblico di seguito alcuni stralci di un articolo de “Il Piccolo” del gennaio (?) 2010: “A metà degli anni Settanta del Novecento William Saroyan, romanziere di culto per un’ intera generazione, fece sosta a Trieste e un pomeriggio si recò dalla famiglia a lui del tutto sconosciuta degli Hovhanessian, armeni che qui trovarono riparo dal massacro turco e divennero celebri come pasticceri. Ma ancor oggi, ormai ultrasettantenne, Giacomo, allora in vacanza fuori città, coltiva il rimpianto di aver mancato quell’affascinante visita (Saroyan fu ricevuto da una zia) di cui gli rimane solo il pegno prezioso di una dedica. Nessuno in famiglia si chiede però il motivo della visita del popolare scrittore di origini armene. “Era qui di passaggio perchè stava andando a Belgrado per un film”, ti dicono serafici. Perchè nella diaspora armena, spiegano, è davvero normale, per chi si trova in un’altra città o in un altro paese, mettersi in cerca dei conterranei, scambiare qualche cortesia in armeno e vedersi ricevere come un vecchio amico. E’ il senso di un’ identità e di una storia condivisa ………Un senso di comunità segnato nel profondo dalla memoria dei drammatici fatti del genocidio e dalla lunga querelle per il riconoscimento dello stesso da parte della Turchia. In casa Hovhanessian si discute con perizia delle innumerevoli evoluzioni della diplomazia internazionale sulla questione armena. “Già ai tempi di Bush vi era stato un riconoscimento del genocidio, poi subito rientrato. Obama stesso aveva preso un impegno analogo, che poi però si è rimangiato”, dice Giacomo. “Per noi il fatto che la Turchia ammetta il genocidio avrebbe un enorme valore morale”, spiega la figlia Adriana, 47 anni, docente di religione alle scuole medie. “I turchi temono invece che il riconoscimento possa preludere a un’ampia rivendicazione di terre o a richieste di risarcimento. Vi è poi il timore di vedersi paragonati, per quei massacri, alla Germania nazista e alla sua politica di persecuzione razziale: cosa che verrebbe a minare molti dei presupposti politici su cui si fonda la Turchia”. L’amarezza del presente si stempera però nei toni dell’affetto quando ripercorrono la gloriosa storia degli armeni nelle nostre terre. Gli Hovhanessian, insieme ad altre cinque o sei famiglie che oggi vivono in città, sono gli ultimi discendenti di una realtà assai più numerosa che tra la fine del Settecento e la metà del secolo scorso contribuì alle fortune di Trieste. In quell’ epoca tra via Tigor e via Cereria i mercanti e gli artigiani armeni davano vita al cosiddetto borgo armeno, addensato intorno alla suggestiva la chiesa di via Giustinelli. Allora, quando Giorgio Aidinian faceva edificare i suoi caratteristici palazzi fortilizi, gli Hermet dominavano la scena politica e culturale e i Zingirian aprivano il loro primo Gabinetto ottico scientifico, facevano la loro comparsa in città gli Hovhanessian. “Il primo ad arrivare, nel 1923, fu Garabed Bahschian in fuga da Costantinopoli a seguito delle persecuzioni turche”, racconta Giacomo. Garabed trovò lavoro alla Manifattura tabacchi ma quasi subito decise di mettere a frutto la sua abilità di pasticcere. Un anno dopo vide dunque la luce la “Fabbrica di dolci orientali di via Mazzini 5”. Il negozio, con due belle vetrine e tavolini in marmo dove si poteva gustare il caffè turco, aveva un’ atmosfera orientale che piacque subito ai triestini. Tanto che già un anno dopo Garabed chiamò in aiuto i due fratelli della moglie, Kevork e Onnig Ohanessian, padre di Giacomo. Con il loro arrivo la pasticceria Bahschian fiorì. Famosa per il rahat lokum, per il paklavà (il re dei dolci armeni), per gli yoghurt serviti in vasetti di terracotta, divenne il punto di ritrovo di greci, armeni, ebrei.

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13 commenti a Scampoli di storia: la comunità armena a Trieste

  1. confermo la presenza della tomba del vescovo armeno a san Giusto, e ne trovate le foto in questa pagina di aTrieste.eu
    http://www.atrieste.eu/Forum3/viewtopic.php?f=49&t=2840&hilit=armeni+Trieste
    Molte notizie si trovano sul catalogo della mostra “Armeni a Trieste” del 2008: la foto che ho fatto io della lapide , l’avevo postata prima di visitare la mostra: confermo che si tratta della lapide terragna, a san Giusto , del 1756, di Martino Carabeth, un vescovo cattolico di rito armeno, morto nella nostra città ((catalogo della mostra citata, pag 11).
    nel medesimo sito
    http://www.atrieste.eu/Forum3/viewtopic.php?f=9&t=3963&hilit=armeni+Trieste
    un servizio fotografico sulla chiesa di via Giustinelli

  2. Ah sì, l’immagine della chiesa “beata Vergine delle Grazie ( la 4 del post) non c’entra con la chiesa di via Giustinelli: è un’immagine della chiesa di via Rossetti, intitolata alla Beata Vergine delle Grazie, mentre quella ex degli Armeni è santa Maria delle Grazie.

  3. La Chiesa di via Giustinelli è stata per anni sede della Comunità Cattolica di Lingua Tedesca, perciò l’ organo di Kugy.
    Nel 2008 ci fu detto che la Chiesa era inagibile, menzogna contraddetta dal fatto che vi sono stati tenuti 2 pubblici concerti dopo tale data.
    Ora la nostra Comunità non ha più un sacerdote tedesco (questo posso anche capirlo, data la mancanza di vocazioni in Germania) e si deve riunire dai Salesiani in Via dell’ Istria, sotto le, peraltro molto lodevoli cure – di un sacerdote veneto che sa il tedesco.
    La Chiesa in questione ora è vuota, pur essendo perfettamente agibile e la proprietà della Comunità in via di Scorcola è, secondo il costume italico, parcheggiata tra cavilli e paragrafi, nonostante il proprietario, la Diocesi di Bonn, ne abbia richiesto la vendita. Ricordo male, o la proprietà è garantita dalla Costituzione?
    Non mi si dica che la “casta” è obiettiva: io lo vedo come atto di puro razzismo.

  4. Avatar omo vespa

    non go capi, perche la diocesi vol vender? e poi, a chi, che non so chi che geh compraria una ceseta. no ghe interesa mantegnir la comunita,per quanto picia la sia?

  5. # 4 Ma padre Johann Ammer, che nel 2006 risultava Rettore di tale Comunità, che fine ha fatto?

  6. Ritornato in Germania, come pensionato. Ora si occupa della assistenza agli anziani in una casa di riposo vicino a Bamberg.

  7. @ Omo vespa

    1. Chi vende ha bisogno dei soldi, il motivo è sempre lo stesso.

    2. Uno non si sceglie il compratore: vende a chi gli dà i soldi.

    3. Non si tratta di una chiesa (che è proprietà degli Armeni), ma di altro, che non sono autorizzato a divulgare.

    4. Il Katholisches Auslandssekretariat (che coordina tutte le comunità cattoliche tedesche all’ estero) ha pochi preti e preferisce mandarli in Comunità RICONOSCIUTE e numerose.

    Adesso vedete a cosa porta la colpevole ignoranza di chi decreta che comunità di lingua tedesca esistono solo in provincia di UD. Penso che con questo esempio concreto capirete perchè mi incazzo da anni su questo tema.

  8. Ma, sempre a proposito della Comunità di lingua tedesca di via Giustinelli ( lasciando per un momento da parte gli Armeni), i ben noti , negli anni Cinquanta e Sessanta, Padre Dietrich e Schwester Mathilde, erano tedeschi ( parli della Diocesi di Bonn) o come credevo io allora, austriaci?

  9. @ Bibliotopa

    Io a quell’ epoca frequentavo saltuariamente e poi ero piccolino (annata 1956). Da quello che mi hanno raccontato, dovevano essere tedeschi, dato che la Comunità è stata sotto il K.A.S. da fine anni ’40.

  10. Avatar Brunetto

    A orecchio il cognome “Tumanshvili” mi pare più georgiano che armeno.

  11. un altro armeno triestin famoso xe el chimico Ciamician.

    scopio e taco da wikipedia (l’enciclopedia semi-libera)

    Giacomo Luigi Ciamician (Trieste, 1857 – Bologna, 1922) è stato un chimico austriaco.

    Dopo aver studiato a Trieste e a Vienna, si laureò a Giessen con una tesi sulle affinità chimiche.

    Assistente di Stanislao Cannizzaro a Roma dove si occupò di spettroscopia e di composti organici azotati, nel 1887 divenne professore di chimica dapprima all’Università di Padova e dal 1889 presso l’Università di Bologna dove rimase fino alla morte.

    Le sue ricerche si concentrarono sulle azioni chimiche della luce e sulla presenza di alcaloidi nelle piante. Si dedicò a lungo alla chimica del pirrolo e dei suoi derivati, facendo assumere in questo campo un ruolo di primo piano alla chimica italiana.

    Dal 1898 fu socio dell’Accademia nazionale delle scienze. Nel 1910 venne nominato senatore del Regno d’Italia nella XXIII Legislatura.

    Dopo la sua morte gli venne dedicato il Dipartimento di Chimica della Facoltà di SS.MM.NN dell’Università di Bologna. Inoltre a lui è dedicata un’aula presso il dipartimento di ingegneria chimica (DICAMP) dell’Università di Trieste, sua città natale.

  12. Avatar Paolo Geri

    A proposito del “Rektor” padre Diettrich io che sono della classe 1951 e che ho fatto tutto il ciclo dicomunione e cresima in via Giustinelli confermo: era tedesco (mi pare di vicino a Monaco) come la mitica Schwester Matilde dell’ asilo di Scorcola.

  13. Avatar lorenzo

    Ciò,ma mi sta ciesa no la go mai vista.In via Giustinelli?Passerò a veder,son curiosio.

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