11 febbraio 2010

Intervista alla giornalista scientifica Sylvie Coyaud: “I media sono degli uomini e loro non li mollano”

Sylvie Coyaud è una giornalista nata a Parigi che si occupa di divulgazione scientifica su giornali e radio. Scrive per il supplemento culturale del Sole-24 Ore e per “D”, supplemento di Repubblica, e ha collaborato con l’Unità, Linea d’Ombra, Etica e Economia. Traduttrice di una trentina di libri scienifici, ha ricevuto diversi premi per la divulgazione.

Ci siamo appassionati del suo blog dopo la lettura del libro La scomparsa delle api. Indagine sullo stato di salute del pianeta Terra.
Lo scorso fine settimana, al Teatro Miela, ha partecipato a due eventi della serie Mi&LAB, un microfestival su scienza, musica, e molto altro.
Con l’occasione, l’abbiamo intervistata.

FATTI PIÙ IN LÀ: DONNE E SCIENZA TEMPO E VIRTUALITÀ NELL’EPOCA DEL SIMBIONTE

Lei è giornalista scientifica e divulgatrice.
Quali sono i luoghi, oggi, in cui si svolge la divulgazione scientifica?

La cosa che mi colpisce, da 25 anni che faccio questo mestiere, è come siano cambiati i luoghi. Una volta, quando ho cominciato io, in radio c’erano pochissime trasmissioni che parlavano di scienza, credo solo due in tutta Italia: una molto inamidata, e una un po’ sul ridere, che era Il Ciclotrone a Radio Popolare (poi diventato Le Oche di Lorenz, su Radio Rai3 e Radio24) una volta a settimana.
Ora, per le notizie scientifiche, non c’è un giorno alla settimana dedicato. Escono quando sono di attualità. Non sto parlando della qualità, ma della frequenza, che è enormemente aumentata.
Allo stesso tempo, meno in Italia, e sicuramente di più all’estero, c’è scienza nei film, nei romanzi, nelle opere liriche. Ad esempio, l’ultima opera di Philip Glass si chiama “Keplero”, ed è sulla musica delle sfere. La divulgazione scientifica non è più contenuta in un ghetto a sè.
E questa è una notizia fantastica.
Mi piace moltissimo vedere che il tema scientifico viene ripreso da artisti, tanti, anche visivi, anche scultori. La relatività si presta ad essere tradotta in balletto? Qualcuno ci ha provato, a ballare l’unificazione tra spazio e tempo. Questo, venti anni e rotti fa, non c’era. C’era pochissimo.

Secondo lei, quanta parte del “seminato” in attività divulgativa, lascia il segno nel pubblico e riesce ad influenzarlo?

Ho conosciuto un musicista a cui piaceva il nome del bosone di Higgs. Mi ha detto che voleva fare una banda che si chiamava bosone di Higgs: aveva una curiosità al proposito, che gli era rimasta nell’orecchio. Poi un giorno se avrà un motivo di incuriosirsi di nuovo sull’LHC del CERN di Ginevra che dovrà catturare il famoso bosone, si informerà, e vedrà che non c’è solo quello, che ci sono anche le teorie delle particelle simmetriche, che si possono misurare eventuali nano buchi neri, e così via.
Questo è il mestiere del divulgatore scientifico. Sentendo quel musicista mi dicevo: ho raggiunto il mio scopo.
Divulgazione non è fare una lezione. La scienza si insegna, si impara. Ma l’insegnamento è un rapporto tra le persone. Invece i giornali, le radio, non sono interattivi, non sono un rapporto didattico. È inutile sperare che la gente impari la scienza leggendo i giornali o guardando la televisione, è una follia. Quello che si può buttare lì è la parola che resterà nell’orecchio, un senso di familiarità, un’idea generale di quello che sta succedendo.
A volte mi pento del seminato. C’è una coppia di conoscenti che mi dice: “È tutta colpa sua se mia figlia ha ascoltato una trasmissione scientifica in radio, ha provato a fare carriera nella scienza in Italia, e adesso sta in America e non torna quasi mai”. I suoi genitori ce l’hanno con me. Però lei ha scritto, tra le altre cose, una copertina su Science.

Sabato sera, al Teatro Miela, si è svolto un incontro intitolato “Fatti più in là: donne e scienza”, in cui oltre a lei ha partecipato Raffaella Rumiati, professore associato in Neuroscienze Cognitive alla SISSA.
Il suo punto di partenza era questo: forse le donne, per la scienza, sono proprio negate…
Ce lo può spiegare meglio?

Quando dicevo che le donne per la scienza sono proprio negate facevo una provocazione, perché ovviamente sono convinta del contrario.
Sono così brave da laureate, e nel dottorato ottengono dei voti superiori alla media. Eppure le donne, dopo gli studi, hanno difficoltà a fare carriera nella scienza. Allora la provocazione potrebbe essere riformulata così: tanto vale chiudere loro l’accesso allo studio della scienza, perché si buttano via soldi. Perché educare, formare, uno scienziato o una scienziata che costa sui trecentomila euro (un po’ meno in biologia, un po’ più in fisica), se poi questi scienziati e queste scienziate emigrano? L’Italia non ha tutta questa ricchezza da sperperare. Eppure i nostri ricercatori finiscono per andare a lavorare nei paesi ricchi, quelli più ricchi dell’Italia: i paesi del nord Europa, gli Stati Uniti… Io trovo che regalare, ad esempio alla California, trecentomila euro per un ricercatore ormai formato, sia un po’ disgustoso. Perché io, che sono di Action Aid, direi: se proprio dovete regalarlo, almeno regalatelo ai poveri. Regalate dei grandi virologi per affrontare il problema della malaria nel Burkina Faso. Oppure metteteli all’asta, e guadagnateci qualcosa, perché l’Italia non ha i mezzi per permettersi di buttare via degli scienziati.

Qual è, oggi, lo stato del dibattito sulle questioni di genere?

Il dibattito sulle questioni di genere c’è, ed è avanzato, ma non esce assolutamente nello spazio pubblico, perché i media sono degli uomini e loro non li mollano.
Ma torno alla mia esperienza con Action Aid, e alla crescita del mondo del volontariato.
La prima ONG è dell’Ottocentotrenta: si tratta della lega contro la schiavitù. Per quasi un secolo, le ONG sono pochissime. All’inizio della prima Guerra Mondiale arrivano a mille, e oggi sono due milioni e mezzo.
Le cose non cambiano, se non si esce dalla povertà, se non si assicurano alle bambine l’educazione, la libertà, ovvero se non vengono riconosciuti alle donne i diritti umani. Su un miliardo di persone che hanno fame, il settanta per cento sono donne: il divario è enorme. Nei paesi come India e Cina lo squilibrio tra il numero dei bambini che arrivano a cinque anni, e il numero di bambine che arrivano a cinque anni, è di ottanta bambine per centoventi maschi.
Ora, nel mondo del volontariato, le donne sono diventate importantissime, e stanno sempre più prendendo le cose in mano. Non a caso, il cambiamento parte dal basso, parte dalla pancia delle donne: la specie parte da lì, nasce da lì.

Se invece parliamo del dibattito sulle questioni di genere qui vicino a noi, per fortuna, abbiamo finalmente degli esempi quotidiani di donne nella scienza. Una volta si citava Marie Curie, ma chi è che si sente capace di prendere due premi Nobel, oggi, in due materie, fisica e chimica? Marie Curie era eccezionale anche per i suoi tempi, come maschio o come femmina non importa. Non ci si può misurare con Einstein e la Curie. I modelli di riferimento si possono trovare in chi fa la scienza quotidianamente, in chi è riuscito a dirigere un laboratorio, o un istituto. Figure femminili di questo tipo in cui riconoscersi ci sono. Questo vale di più in altri paesi che in Italia, ovvero nei paesi dove la scienza stessa conta di più, come l’Inghilterra. I paesi che investono di più sulla scienza stanno attenti alla presenza delle donne, perché hanno capito che conviene non fare a meno della loro intelligenza.

Vorrei cogliere l’occasione per proporre dei modelli di riferimento.
Ad esempio, può raccontarci quanta parte della sua attività professionale è dedicata alle varie componenti del mondo scientifico e della comunicazione (attingere dalle fonti, viaggiare, produrre contenuti originali…)?

Io ho viaggiato molto quando facevo la radio, spesso lo facevo direttamente dalle conferenze e dai laboratori. Mi piace vedere come la gente lavora e come usa gli strumenti, perché ogni strumento ha dei coni d’ombra, dei limiti da gestire. E poi, come dice Noam Chomsky, il linguaggio si usa soprattutto per scambiarsi pettegolezzi, e solo in un secondo momento si usa per scambiarsi informazioni. Per cui, moltissime cose si imparano alla macchinetta del caffè. Io imparo, lo scienziato mi insegna, e viceversa. Non si finisce mai di studiare. Inoltre, a me fa piacere ricevere delle critiche. Innanzitutto, se ricevo una critica, vuol dire che ho un “peer reviewer” in più (ovvero un revisore), e poi questo conferma che il mio contributo è stato letto.

Nel mio lavoro ci sono dei grandi modelli a cui ispirarsi, e molti di questi sono delle donne: Alison Abbot su Nature, grandissima; Elizabeth Pennisi su Science (io sono una sentimentale, lei no), Elizabeth Kolbert sul New Yorker, quella che è andata nell’Artico con gli Inuit a vivere il cambiamento climatico. Ci sono anche dei grandi uomini da cui trarre esempio. Io scrivevo su l’Unità, e lì c’è stato Pietro Greco; oppure sul Guardian scrive Tim Bradford, una persona che guarda criticamente la scienza.
Bradford parla della ricerca come si parlerebbe di un libro, come un critico letterario. Osserva la produzione della cultura, e non fa semplicemente la claque. Anche a me in Italia viene chiesto spesso di fare la “pon-pon girl”: vengo tartassata a parlare per forza di una ricerca che è uscita su un grande giornale italiano, anche se ha qualcosa che non va. Ma allora lasciatecelo dire, che c’è qualcosa che non va, magari controllando con qualcuno che ne sa più di noi.

Se emerge un dubbio su come è fatta una ricerca, dobbiamo poter dire, come ho scritto su Il Sole 24 Ore dopo l’annuncio che è stato clonato il primo embrione umano, “Aspettiamo che qualcun altro riesca a farlo, perché in questo momento non ne sono convinta”.
Ed infatti, quella si è poi rivelata una truffa.
Ora, potrebbe essere stato un puro caso, ma sempre in quell’occasione un amico mi aveva avvisato: “Hai visto quanti ovuli hanno usato? Duecento. E quanti ovuli ci sono voluti nella catena di esperimenti che hanno portato a Dolly, la prima pecora clonata? Meglio fare attenzione, perché i dati di questo paper sono strani”. Ho cominciato a chiedere: “In questo tipo di prove, si usano duecento ovuli, in tutto?” E mi rispondevano: “Tu non devi criticare, perché qua c’è già il Vaticano che critica…”. Ma i risultati clamorosi bisogna sempre prenderli con le pinze. Noi avevamo dei dati statistici sulla clonazione animale, e sapevamo che duecento ovuli era un numero ridicolo, perché ci sono tanti motivi perché le cose non bastino: per colpa della metilazione, del legame carbonio che crolla, e così via.

Un’ultima domanda. Se torniamo all’indietro nel tempo, arriviamo alla Creazione o al Big Bang?

…Al Big Bang! Arriviamo all’Universo Mamma da cui siamo nati! Arriviamo ad una genitrice, forse, ad una matrice di universi. Io penso che gli Universi siano più di uno, ma è una opinione assolutamente personale.

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2 commenti a Intervista alla giornalista scientifica Sylvie Coyaud: “I media sono degli uomini e loro non li mollano”

  1. Sono contenta che lei cerchi di diffondere un tentativo di comprendere la scienza, di capire la nostra terra. Io, laureata in fisica pura all’Università di Padova nel 1959, fatto qualche anno di ricerca nella fisica delle particelle e radiazioni cosmiche a Genova e riciclatami a Londra come insegnante di fisica e di matematica, ho letto con “eagerness” il suo articolo sui “neutrini”(Sole 24ore,14/06); sono rimasta un po’ “disappointed”. Molti punti non compresi, conoscenze complesse date per scontate, una bella confusione. “Chi è Franco il genio ventenne?” “…se capita alle particelle di decadere come Dirac o Maiorana comanda”. Non si può dire che sia chiaro come uno o l’altro”comanda”; forse è un po’ meglio per Maiorana. Mi scuso, ma ho ottanta anni, faccio ancora lezioni di Storia del pensiero scientifico ad una Unitre, e lezioni di ricupero di Ph, Maths. dei giovani

  2. Giuseppe Vatinno

    Ha ragione la Montini e fosse solo quello…
    A quanto risulta non è neppure laureata e la Coyaud si permette di parlare di gravità, relatività generale, speciale e quantistica non si sa con quale autorità; in compenso è sempre pronta ad attaccar briga con l’universo mondo e lo fa in termini di una scompostezza e violenza non degni della sua veneranda età. E’ una persona anche gravemente ideologizzata basta leggere l’articolo in cui accusa gli “uomini” di non volere mollare il potere, un tipico discorso di chi non ha il merito di conquistarselo da solo e vorrebbe le quote rosa pure nella scienza per fare carriera facilmente. Esilarante poi che scriva per giornali di sinistra e liberali come se niente fosse. Questa ha trovato l’America in Italia altro che…

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