Gianfranco Franchi (Trieste, 1978) è letterato, critico letterario e musicale, narratore, poeta e traduttore dall’inglese – tra gli ultimi suoi libri ricordiamo ”Monteverde” (narrativa, Castelvecchi, Roma 2009), ”Radiohead. A Kid” (saggistica, Arcana, Roma 2009), ”Pagàno” (narrativa, Edizioni Il Foglio, Piombino 2007) e ”L’inadempienza” (raccolta poetica, ivi 2008). Gestisce inoltre il sito letterario collettivo ”Lankelot”. Attualmente vive a Roma.
Sei un uccello, Gianfranco. Cosí prima di tutto ti prego di osservare dall’alto l’Italia del 2009, poi di allargare lo sguardo alla Slovenia e infine di sorvolare l’Europa comunitaria. Ecco, l’hai fatto. Grazie. Dunque ora il nostro colloquio può iniziare. Il passato pagàno delle nostre terre è argomento che ti interessa, so per certo; ebbene, come e perché? Cosa di pagàno vedono – o vorrebbero vedere – i tuoi occhi nella realtà che ci circonda?
Un antico sogno, quello di una confederazione di popoli liberi unificati da una bandiera e da una legge comune e condivisa; un antico sogno di tolleranza e di dialogo, di storia finalmente condivisa, di una patria sentita come fondamento della propria essenza. Un antico sogno, quello di Roma che torna a essere maestra di civiltà e di letteratura. Un antico sogno, quello di etnie nemiche che tornano a riconoscersi come sorelle; e smettono di cancellare la storia, l’una dell’altra. Quel sogno è la mia casa.
Volando, ho guardato la Slovenia e mi sono accorto che comprende un piccolo frammento dell’Istria costiera; quel litorale ben lo conosco, appartiene al mio sangue, da quel sangue derivo e discendo. Volando, ho guardato la Slovenia e mi sono accorto che la vera Caporetto è scoprire che Caporetto non è italiana dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Curiosamente, questo a scuola non si studia affatto. Volando, ho guardato la Slovenia e ho pensato che tra i miei antenati qualcuno aveva il cognome sloveno: Gelicich e Perich potrebbero essere miei lontani cugini, come il meno sloveno Prodan, e via dicendo.
SOZI: bel sogno, che condivido. Vorrei ora che tu commentassi questa citazione, che estraggo da un colloquio che ho avuto personalmente poco fa col filosofo Umberto Galimberti: ”poiché le radici dell’Occidente sono Grecità e Cristianesimo, noi sappiamo che i Greci avevano una visione tragica dell’esistenza – perché l’uomo è mortale, quindi espande la vita quando può e quando arriva il dolore tale visione dice ‘reggilo, ma non dimenticare il tuo limite che è la morte’ – mentre invece il Cristianesimo ha avuto quello che Nietzsche chiama ‘il colpo di genio’ di garantire all’uomo: ‘tu non morirai mai’. Ne deriva che, se, però, è vero che ‘Dio è morto’ – perché il mondo non accade piú come se ‘Dio fosse’ – allora anche questa dimensione ottimistica viene meno. Se io faccio riferimento al Medioevo, quando la Letteratura era Inferno Purgatorio e Paradiso, l’arte era Arte Sacra e persino le donne erano ‘donne angelo’, posso dire che Dio in quell’epoca c’era e faceva mondo: la dimensione ottimistica funzionava. Se io oggi tolgo la parola ‘Dio’ dal mondo contemporaneo, questo mondo lo capisco benissimo lo stesso, mentre togliendo la parola Dio dal Medioevo non ne capirei niente. Allora, se ‘Dio è morto’, tutta la carica ottimistica nata da questa categoria della Salvezza e dell’immortalità viene meno e resta il nulla a cui attaccarsi.”
FRANCHI: Non posso concepire l’esistenza spoglia del sogno di una divinità. Non appartengo a nessuna chiesa, ma ho fede in Dio e nella vita dell’anima. Sono convinto che la reincarnazione esista. Questo è il mio spirito. È molto difficile – da questa mia prospettiva – giudicare la necessità d’una sola Chiesa per una sola grande confederazione di nazioni e di popoli, in accezione europea; la questione è troppo complessa e contingente per poter essere risolta in poche battute, per il momento mi limito ad accennarla. Credo che non possa esistere uomo senza Dio, e credo che non esista vita senza Dio. Credo che le nostre esistenze siano parte di un disegno indecifrabile, misterioso e immenso. Negare questa possibilità precipita nella disperazione dell’insensatezza di (quasi) tutto, e della necessità del piacere e della prepotenza; nella consolazione delle arti, e dell’evoluzione della specie. Mi sembra troppo poco.
SOZI: Il filosofo ottocentesco Max Stirner conclude la sua opera principale, ”L’unico e la sua proprietà”, con la seguente frase: ”Io ho riposto la mia causa nel nulla”…
FRANCHI: Soltanto chi ha intuito l’eterno può vedere il nulla. Sono categorie compatibili. Stirner, in questo senso, va interpretato e completato. Amo Stirner per il suo coraggioso antisocialismo, in quanto considerava il socialismo negazione dell’io e dell’uomo. Aveva ragione. Mi serve perché fu avversato da Marx ed Engels già nel 1844, e perché denunciò le aberrazioni del comunismo futuro nel momento in cui venivano coniate. Unico, unico al mondo, padre vero della libertà, e del coraggio.
SOZI: però il comunismo e il socialismo hanno avuto (ed hanno tutt’ora) delle differenti configurazioni a seconda delle Nazioni in cui sono stati introdotti. Per esempio mi sembra innegabile che in Italia queste teorie sono state le principali protagoniste dell’emancipazione sindacale e delle lotte per i diritti delle classi deboli in generale. Di conseguenza, andrebbero fatti discorsi diversi a seconda delle Nazioni: ciò che crea un totalitarismo in una Nazione non lo crea per forza in un’altra (il caso Italia lo dimostra).
Per rimanere in argomento spostandoci su altre ideologie totalitarie: sappiamo che il nazismo ha degli adepti (pochi per fortuna) anche negli Stati Uniti. Se tanto mi dà tanto, lo Stato lí dovrebbe vietare l’adesione a tale movimento – cosa che non fa, mentre in passato ha vietato l’adesione agli ideali comunisti, perseguitando intellettuali ed artisti fra i quali anche gente come Charlie Chaplin.
Dunque come dovrebbe, secondo te, comportarsi uno Stato democratico, nei confronti delle ideologie totalitarie? Vietarle? Censurarle? Scoraggiarle? Permetterle liberamente accettandone le conseguenze?
FRANCHI: In Italia, per ragioni temo comprensibili, per decenni hanno nascosto quanti massacri sono stati commessi nel nome del comunismo o dai comunisti: non parlo soltanto dei 15mila o 20mila cittadini uccisi impunemente post 25 aprile 1945, impunemente per via dell’amnistia di Togliatti; e non parlo soltanto dei partigiani liberali e patrioti massacrati a Porzus. Parlo anche dei cittadini gambizzati, torturati, sequestrati o uccisi dal terrorismo rosso, negli anni Settanta. Erano comunisti anche loro, purtroppo, e non bisogna dimenticarsene mai. Pensare – come è stato fatto – che fossero meno o più comunisti degli altri è un atto un po’ singolare. L’equivoco, in generale, è che, post fatti del 1956, comunista non doveva essere più nessuno, in Europa. Poteva restarlo, ma cambiando nome. Non è accaduto. Peccato. Oggi, tutti consapevoli del genocidio degli ucraini, dei polacchi di Katyn, dei bulgari; del massacro dei kulaki; della censura; dei gulag; della repressione dei liberi popoli ungherese, ceco, estone, lettone, lituano, ucraino, georgiano, cubano, cinese; non possiamo che dirci anticomunisti. È una questione di umanità e di rispetto.
Se invece parliamo della condotta del partito comunista e dei suoi derivati nella vita parlamentare italiana, allora dobbiamo dare atto a quei deputati di essersi comportati con correttezza e rispetto delle istituzioni, e della normale dialettica partitica. Per carità. Ma meno corretto fu l’ex partigiano Pertini, da Presidente della Repubblica, a graziare e pensionare Toffanin, il boia di Porzus, che aveva agito su precisa indicazione del PCI di Udine, secondo Del Boca (e non solo). Un partigiano che grazia un partigiano, negli anni Settanta-Ottanta, ha qualcosa di sinistro. Fastidiosamente.
Quanto al comportamento di una Repubblica o di una Democrazia nei confronti delle ideologie totalitarie, sospetto che i divieti danneggino la libertà e incoraggino i più deboli (emotivamente, psicologicamente) ad abbracciare ideologie violente e omicide, come quella nazista o quella comunista. È tragicomico e paradossale, ma una volta cancellata la patina di proibito ecco che perdono qualsiasi appeal per i cittadini più stupidi e depressi, in cerca del loro nuovo Dio. Prima o poi chi comanda se ne accorgerà, e ci sarà da ridere scoprendo che certi locali – chiamiamoli così – si svuoteranno.
SOZI: Be’, nel Dopoguerra venne decisa a livello governativo una linea politica morbida nei confronti dei crimini sia fascisti che partigiani, dunque pagarono poco tutti i criminali presenti (abbondantemente) in ambedue i fronti, mi pare proprio. Tale politica statale moralmente fievole si è perpetuata fino ad oggi, in tal maniera lasciando che nascessero e proliferassero, negli anni Sessanta-Settanta, i movimenti terroristici neofascisti (Ordine Nuovo) e d’ispirazione rivoluzionario-comunista (Brigate Rosse) che tanto sangue sparsero nella Nazione anche con delle vere e proprie vendette e rappresaglie che avvelenarono il clima di ben vent’anni di vita repubblicana.
La cosa ”buffa” è che invece ad alcuni letterati dalle mani pulite non venne fatto alcuno sconto: alludo a Massimo Bontempelli, il quale nel 1948 venne eletto Senatore nelle file del Fronte Popolare (Sinistra) solo per vedersi invalidare la nomina perché ”era stato autore di manuali fascisti” (sic, ”Letteratura italiana”, a cura di A. Asor Rosa, Einaudi 1990). Il povero Bontempelli, dunque, autore durante il Ventennio di romanzi importanti come ”Gente nel tempo” e di testi di teoria letteraria come ”L’avventura novecentista”, nonché fondatore e direttore di riviste internazionali quali ”900” (con Curzio Malaparte), dovette prima subire il confino a Venezia da parte del Fascismo (nel ’38: la causa fu il suo rifiuto di occupare la cattedra tolta a Momigliano per via delle leggi razziali) e poi anche sentirsi ripudiato dalla Repubblica. Eccellente lo zelo repubblicano, a volte, eh?
FRANCHI: Già: dittatoriale, questo zelo repubblicano. Non è unico il caso di Bontempelli. Oggi, proprio come quando ero ragazzino, negli anni Novanta, ti domando e mi domando dove sono i libri di Gallian, dove tutti i romanzi di Berto; dove i libri di Bottai, e dove quelli di Malaparte; dove tutti i romanzi di Tobino, e dove gli studi critici consacrati a Boccasile; mi domando dove sono tutti i libri di un eroe della Prima Guerra come Slataper, e dove quelli fiumani di Comisso. Mi domando perché Bontempelli non poteva passare, mentre Bilenchi e Pratolini, pure loro ex fascisti, sì; mi domando perché Pirandello poteva passare, nonostante il Nobel preso da tesserato, mentre Malaparte doveva essere regolarmente fatto a pezzi, nonostante la conversione al PCI negli ultimi mesi di vita. E ancora, mi chiedo perché in Italia non possiamo leggere tutti i libri di Hamsun, Drieu La Rochelle, Cèline, perché ancora oggi stanno traducendo ciò che ci manca di Mishima, perché non possiamo leggere Brasillach. L’elenco è sterminato. Le ragioni andiamo a domandarle a chi era direttore editoriale delle grandi e medie case editrici dagli anni Cinquanta agli anni Novanta. Anni in cui un cittadino libero e indipendente come Morselli, certamente non destro né sinistro, finiva per morire inedito e suicida, perché non apparteneva a nessuno. Niente partito – soprattutto: non quel partito là, che dominava nella cultura – e niente chiesa. Solo arte. Oggi, internazionale e acclamata da tutti. Allora, letta e scartata: da Calvino e da Eco, da Spadolini e da tanti altri. Perché? Io sospetto di aver capito perché.
SOZI: Secondo me (almeno parlando di autori italiani) in buona parte si tratta di questioni che vengono fatte passare per pubbliche e politiche, invece sono meramente personali: screzi e risentimenti; ripicche per favori non fatti o fatti ad altri; vendette personali per episodi risalenti al Ventennio o al periodo bellico.
Poi c’è la questione del ”sacro valore commerciale”: un Tobino o un Malaparte, che vengono studiati poco a scuola, non possono esser venduti bene in libreria come un Calvino o un Vittorini. A questo aggiungi, almeno riguardo a Bontempelli, l’oggettiva difficoltà della scrittura stessa, che non è per tutti. Dunque ecco che l’allegoria anticomunista di un ”1984” di Orwell diventa best seller in Italia ma i nostri, meno appetibili dalle masse, non passano. Ed ecco che il tritacarne del commercio, già negli anni Sessanta, si aziona su questi nomi. Ma intuisco che tu a quanto dico io vorresti aggiungere altro. Cosa?
FRANCHI: Per esempio, che i martiri del comunismo in Russia – da Zamjatin a Bulgakov, da Krzizanovksij a Erofeev, da Solzenicyn in avanti, non hanno mai avuto adeguata e degna visibilità: parlo dell’opera omnia, parlo di alcuni romanzi in particolare (straordinario il caso di ”Noi” di Zamjatin, apparso per Feltrinelli nel 1984, imboscato e poi riapparso post scadenza di diritti: ma per Lupetti), dipende dagli autori. E so già che i prossimi, veri casi letterari verranno da quelle nazioni – come la Polonia, la Georgia, l’Ungheria, la Repubblica Ceca (Ourednik), la Lituania – che hanno dovuto imbavagliare le loro voci libere, e i loro grandi artisti, perché vivevano sotto regime e sotto influenza straniera, russa e sovietica. Curioso che in Italia non siano mai esistiti artisti comunisti o socialisti eretici, e per questo condannati alla damnatio memoriae. Possiamo riscoprire soltanto liberali, monarchici, democratici, nostalgici, ex fascisti: mai che ci sia da riscoprire un comunista. Le ragioni sono chiare anche ai pali della luce, temo… ma prendiamola a ridere, a questo punto. Meglio. Una risata li seppellirà. Quanto al sacro valore commerciale, io dico che se Adelphi ripubblica tutto Malaparte e Bompiani tutto Tobino, in edizione critica, completa di ricchi apparati paratestuali, le cose cambiano. Stesso vale per Berto, o per Gallian. Ci vorranno cinquant’anni, ormai, considerando la gravità dei danni e delle lacune, ma nel 2060 giustizia sarà – con ogni probabilità – stata ormai fatta. Sarò morto e non potrò godermela. Da lassù, nel mio cantuccio in paradiso, candido e finalmente tranquillo, riderò. Studiandomi chissà quali inediti che l’umanità non ha mai potuto leggere, per ragioni politiche, non esclusivamente editoriali, mai letterarie.
SOZI: Comunque di dissenso interno al PCI ce n’è sempre stato molto – Pasolini e Calvino stesso polemizzarono con la linea politica del loro Partito di riferimento e sappiamo che Calvino se ne tirò fuori dopo i fatti del 1956. Lo Stato invece, per ovvie ragioni storiche, ha sempre avuto una pregiudiziale per l’area politica dei nostalgici del Fascismo. Certo, Calvino e Pasolini anche dopo la rottura col PCI pubblicavano ugualmente, ma non piú sotto l’egida delle forze di Sinistra.
Tuttavia mi sembra che in Italia a soffrire siano e siano sempre stati gli intellettuali senza padrone, le voci libere e di impossibile o difficile collocazione politica. La partitocrazia un posticino l’ha offerto a tutti, purché si schierassero esplicitamente. Chi restava fuori moriva.
Ma veniamo alla situazione letteraria italiana odierna.
Una volta separatisi (nel corso degli anni Novanta, direi) nettamente il mondo accademico e il mondo degli scrittori, sembra che la qualità delle opere di narrativa e poesia sia peggiorata. Lo penso io, questo. Cosa ne dici?
FRANCHI: Dipende sempre quale prospettiva stiamo scegliendo. Il giudizio sulla contemporaneità è sempre più complesso, perché il tempo (la critica, e l’editoria) deve ancora decidere cosa è stato buono o fondamentale dagli anni Novanta in avanti, e cosa no. Io parto da un presupposto diverso. In un Paese sostanzialmente estraneo all’alfabetizzazione, almeno nel primo cinquantennio post fondazione, non è più una èlite a leggere e scrivere: tutti possono leggere, tanti possono scrivere. In altre parole, il mercato è decisamente migliorato, e potrebbe ancora migliorare. In un Paese povero di lettori e di lettori forti, c’è paradossalmente una grande offerta editoriale, nata dal miracolo tutto italiano dell’esistenza di piccoli e medi marchi di qualità e di progetto, caratterizzati da un forte spirito artigianale e da una forte specializzazione. Escono così tanti libri che nemmeno io, che per lavoro devo leggere o registrare mentalmente un numero anomalo di uscite ogni giorno, riesco a poterne leggere più di 400-500 l’anno, perdendone molte molte migliaia, con rammarico. Posso farti un elenco di nomi di autori o di opere che ho amato, almeno dal 1995 in avanti, o di collane che ho apprezzato; serve? Servirà tra vent’anni per confermare se e quanto capivo di editoria o di letteratura?
Posso dirti intanto che non credo affatto che la qualità della narrativa italiana sia peggiorata: è proprio l’opposto. Quanto alla poesia, allargo le braccia, ho smesso di interessarmene qualche anno fa, non mi piace parlarne, non sono la persona più adatta, mi mancano troppe letture.
SOZI: Tuttavia mi dici che la nostra narrativa è migliorata. E questo è già un bilancio. A me invece sembra che, a fronte di una colossale offerta, vi sia una reale scarsità di qualità. Questo emerge meglio quando si va a tradurre un romanzo in una lingua straniera: mentre traduci si manifesta l’incapacità tecnica, retorica, sintattica, perfino grammaticale di molti autori; emerge la povertà lessicale di troppi scrittori; emerge la monotonia tematica e soprattutto l’insignificanza stilistica, la mancanza di personalità nello scrivere.
Cinquant’anni fa un traduttore letterario non avrebbe dovuto notare simili problemi traducendo un Buzzati, un Bassani, un Vassalli, un Flaiano o un Bufalino. Perché uno scrittore italiano, fino a vent’anni fa, era uno che studiava e leggeva tanto, con metodo e partendo da una qualche formazione scolastica – buona, altrimenti faceva altri mestieri. Fino a vent’anni fa, la Letteratura era una cosa importante: in libreria ci andavano opere che si meritavano di esser lette ed approfondite, che avevano una profondità ed una riconoscibilità.
Oggi, nella marea di libri malscritti, ci si perde e sovente si prendono delle solenni fregature. Andiamo cosí a tirare in ballo la funzione e l’attività della critica – che sarebbe per statuto, insieme alla scuola, il filtro responsabile di una selezione, ma…
FRANCHI: Allora, con ordine. Se l’offerta è colossale, allora è colossale l’impresa di conoscerla tutta: quindi, è impossibile conoscerla tutta; ne deriva che è impossibile dare un giudizio condivisibile, e che ci si può limitare, sulla base delle proprie competenze e delle proprie conoscenze, a dare un giudizio. Sulla base dei miei studi, è andata come ti dico: credo che ”La vita personale” di Paris sia degno dei futuri libri di scuola, credo che ”Actarus” di Morici sia l’opera d’un genio della satira, credo che ”Poliuretano” di Mascheri sia destinato all’eternità nella tradizione dei racconti italiani. Spendo solo tre nomi, ma è per capirci. Buzzati non c’è più, ma c’è Pazzi, che va ancora ampiamente studiato e scoperto; Bassani non c’è più, ma c’è un grande narratore borghese e gentile come D’Amicis; Vassalli è ancora tra noi, come il suo simile Sgorlon; Flaiano ha scritto solo un romanzo, il resto è cinema o esercizi di stile, e per me non merita l’eternità se non per ”Tempo di uccidere”, che peraltro forse ha scritto Longanesi – o almeno l’ha ideato. Bufalino non c’è più, ma c’è Permunian; ci sono Magris e Tabucchi, c’è Ottonieri – che sembra, in narrativa, Bufalino che incontra Manganelli, e vanno tutti allegramente in acido. C’è Paris, che ha scritto romanzi fondamentali ma viene sempre dimenticato. Tutti belli vivi e vegeti. Siamo in buona compagnia… Purtroppo ci sono anche i narratori di genere, più o meno ideologizzati. Basta non leggerli, e alè.
Mi dici che fino a vent’anni fa in libreria andavano cose importanti… ma magari. Bompiani pubblicava l’orrendo Serpieri, Rusconi Campailla, c’era una valanga di spazzatura straniera spacciata come caso letterario – proprio come oggi – e in generale mi sembra che potessero circolare anche cose molto imbarazzanti a grande livello, come quando Feltrinelli pubblicò il libro di Secchia (1969), con intento ”teorico e pratico”, per insegnare le tecniche di guerriglia. Oh, è storia eh? Come la visibilità, per dire, di certi libri degli Editori Riuniti. No, non vedo nessuna età dell’oro alle nostre spalle.
Altro è il discorso sulla critica, ma tocca i quotidiani e i periodici, e le nuove esperienze web. Se vuoi ne parliamo…
SOZI: Sí, certo, parliamone, ma senza escludere dal discorso, almeno come termine di paragone, i periodici cartacei della tradizione come Belfagor, Nuovi Argomenti (ecc.) e le riviste cartacee nate negli anni Ottanta-Novanta. Integrerei l’argomento con qualche valutazione sull’operato della scuola pubblica nel fornire agli italiani di domani gli strumenti critici per valutare seriamente la bontà o meno di una novità letteraria.
FRANCHI: Io sono un figlio della scuola pubblica – almeno dal ginnasio in avanti – e sono molto riconoscente allo Stato per la qualità dell’educazione e dell’istruzione che ho potuto ricevere. Sono, al limite, dispiaciuto con me stesso per non esserne stato cosciente quando ero ragazzino, e tutto mi sembrava scontato. Non era così, e probabilmente non sono stato sensibilizzato a riconoscerlo.
In generale, sulle riviste e sui quotidiani: la sensazione è che molti cittadini si siano sentiti delusi o traditi dai giornalisti culturali e dai critici, per via della non sempre straordinaria – diciamo così – attendibilità delle loro recensioni (corrige: spesso, più spesso, segnalazioni). Una delle riviste che nomini, ad esempio, s’è discretamente perduta, e non ricorda neanche vagamente gli anni d’oro. Il problema è complesso. Spesso quei quotidiani o quei periodici appartengono proprio a quei gruppi editoriali (o gravitano attorno a quei gruppi editoriali…) che pubblicano certi libri: qual è l’attendibilità, faccio per dire, della recensione di un libro Mondadori o RCS-Rizzoli su un periodico del loro gruppo, o su un periodico ”amico” del loro gruppo? Quanti lettori sono consapevoli che quegli articoli sono – diciamo così – ”giocati in casa”? A questo s’aggiunge il difficile mestiere di chi riceve sin troppe uscite da marchi poco noti, e cerca di decifrare l’attendibilità di parte di esse tramite l’ufficio stampa amico. Insomma, visto dall’interno il giocattolo perde molto fascino, e molta credibilità. Questa è una delle ragioni per cui ho fondato un portale indipendente, aperto e rivolto a lettori forti, professionisti o meno che siano dell’editoria o del giornalismo. Volevo assicurare e garantire libertà d’espressione e di circolazione delle idee. So che nella carta stampata non sempre è così. Ma preferisco te ne parli chi lavora, anche occasionalmente, per certi quotidiani o certi periodici. Se trova il coraggio di vuotare il sacco, ti diverti.
SOZI: Qui hai ragione da vendere. Insomma il malcostume della quotidianità non risparmia neanche le recensioni letterarie. Il risultato è la disillusione del pubblico che cerca almeno un po’ di onestà nei letterati – senza trovarla.
Sai, anch’io fondai una rivista letteraria indipendente, nel 1995. Era l’unica in tutta l’Umbria e a distribuzione gratuita in cinquecento copie; durò cinque anni e poi, andandomene io, chiuse: i miei colleghi non se la sentivano di impegnarsi nella fatica – bestiale lo ammetto – di portare avanti da soli un trimestrale senza alcun appoggio politico.
Be’, oggi penso che i letterati – e soprattutto i critici – per lavorare meglio dovrebbero allontanarsi da due nocive passioni: la politica e la (immorale) riconoscenza verso gli amici-colleghi scrittori e/o critici.
Se Sozi scrive un libro brutto, i suoi amici e colleghi dovrebbero dire senza mezzi termini che è un libro brutto, altrimenti Sozi crederebbe d’esser Dante e poi chi lo smonterebbe?
Dunque: non dai nemici, che stroncano con la cattiva coscienza, ma dagli amici veri dovremmo aspettarci dei correttivi alle nostre azioni sbagliate. O no?
FRANCHI: Sempre e comunque sia dagli amici che dai nemici. Noi dobbiamo fare professione di onestà e trasparenza, e dobbiamo pretendere stessa onestà e trasparenza da tutti. Se davvero possiamo contribuire a un cambiamento, incidendo anche in minima parte, allora questo sarà il nostro contributo: la restituzione dell’onestà e della trasparenza e dell’obbiettività alla loro sacrosanta centralità, nel mondo delle arti e della cultura. Sembra un traguardo minimo, in realtà coincide con qualcosa di rivoluzionario, nel 2010.
SOZI: Quello che dici lo metti in pratica, lo garantisco personalmente davanti ai lettori, che spero visitino il sito ”Lankelot” per orientarsi con recensioni e trattazioni vere, serie, oneste e competenti.
Ma veniamo ora alla tua produzione letteraria.
Il tuo ultimo ”Monteverde” (Castelvecchi ed., 2009), nonostante l’invenzione di un personaggio (Guido: dichiaratamente un alter ego, direi), è un’opera forse in bilico fra pamphlet, memoriale (con punte di vera e propria invettiva: vedi le riflessioni contenute ne ”Il secolo della musica”) e romanzo di formazione, con delle svolte molto interessanti di ordine novellistico (i riusciti racconti ”Nebbia”, ”Parentesi”, ”Verve” e ”Micia”).
Nell’insieme, ”Monteverde” è costituito, e costruito, da un disinvolto – e altrettanto fluido – impiego di diversissimi registri, amorevolmente conviventi sotto l’egida di unico stile, cui spetta saldare il tutto e concedere uniformità a questo romanzo ”romanissimo” (Monteverde è il quartiere della capitale nel quale si svolge quasi del tutto la preoccupata vita quotidiana di Guido). Un cambiamento repentino del tipo di registro utilizzato, io l’ho notato a partire appunto dall’episodio di ”Nebbia”, tramite il quale si passa ad una fase piú intimistica e ad una scrittura obliqua, nebbiosa appunto. Ho trovato invece un po’ isolato dal contesto l’episodio di ”Futuro”, seppur ammirandone l’elegante, delicato erotismo. Vorresti completare, integrare o modificare queste mie osservazioni, Gianfranco… magari parlandoci anche della genesi dell’opera?
FRANCHI: Sì. Il titolo di lavorazione era ”New Order”, per due ragioni: la prima, perché concludeva una trilogia di libri di narrativa nata con ”Disorder” e passata attraverso ”Pagàno”; la seconda, perché tanto in ”Disorder” quanto in ”New Order” salutavo e omaggiavo i Joy Division di Ian Curtis. ”Disorder” è il nome della prima canzone del loro primo album, ”New Order” il nome scelto dalla band post mortem di Curtis.
Il primo e il terzo pannello della trilogia erano e sono composti da una raccolta di racconti: 27 in ”Disorder”, 47 in ”New Order”. 27 sta per ”San Paganino”, 47 sta per ”morto che parla”. Mentre in ”Disorder” mancava una precisa architettura, e il passaggio da un pezzo all’altro era fedele a un criterio stilistico o tematico o mio segreto e tutt’altro che divulgabile, in ”New Order” l’architettura era ed è rimasta molto rigida: 5 sezioni, intervallate da interludi, suddivise in 9 pezzi + 2 finali. C’è una precisa corrispondenza matematica anche tra diversi racconti di varie sezioni. Questo – anche – significava ”New Order”. La scelta editoriale – che ho avallato senza particolari problemi, ma non senza dispiacere – di cambiare titolo al libro ha tuttavia nascosto e alterato il senso vero del mio lavoro. È vero che nel quartiere di Monteverde, dove vivo, è ambientata tutta la trilogia, è vero che per me Monteverde è e rimane uno stato mentale, ma adesso mi sono bruciato il titolo di un libro sul quartiere che prima o poi avrei voluto scrivere, e non potrò più fare. Il destino ha voluto così.
Diciamo che mi piacerebbe, un giorno, che i tre libri (”Disorder”, ”Pagàno”, ”New Order”) uscissero in un volume unico, col titolo ”Trilogia dell’Identità”; e vorrei che ”New Order” tornasse a essere ”New Order”, e che ”Monteverde” rimanesse il titolo dell’edizione Castelvecchi, 2009, e stop. Sarebbe giusto. E queste sono, in ogni caso, le mie volontà autoriali. Insomma, vorrei che si capisse che sin qua io ho pubblicato, in realtà, tre libri: la ”Trilogia dell’Identità” in narrativa, ”L’inadempienza” in poesia, ”Radiohead. A Kid” in saggistica. Il resto sono curatele o articoli o interviste o postfazioni o quel che sia, ma insomma il catalogo è questo. Ecco, questo è quanto.
Ora dovrei spiegarti anche quanto erano voluti certi cambi di registro o di stile o di argomento in ”New Order” (”Monteverde”), ma ho paura di entrare in questioni troppo tecniche e poco interessanti, mi fermo qua.
SOZI: A me personalmente queste trattazioni tecniche interesserebbero molto; tuttavia, per imporre – oibò – un termine alla nostra bella chiacchierata, vorrei semplicemente chiederti qualcosa di difficile e ”risolutivo”, per l’esattezza due cose: 1) di spiegare a chi ci stia leggendo quali sono per te i sottoargomenti relativi all’argomento princeps ”identità” – non solo pensando a te stesso ma all’identità dei singoli uomini in genere; 2) di svelarci i tuoi progetti futuri: pubblicherai ancora narrativa?
FRANCHI: Partiamo dai progetti futuri, è più facile. A settembre ho terminato la prima stesura di un nuovo libro di narrativa, che nasce come primo di una serie (una saga! Eh…). Se consideri che ”New Order” (”Monteverde”) è stato scritto due anni e mezzo fa, puoi aspettarti che questo nuovo libro sia in libreria nel 2011, a occhio e croce. Posso dirti che non uscirà per nessuno dei miei vecchi editori. Ho molte altre idee da sviluppare, ma per adesso voglio concentrarmi sulla seconda stesura, nei mesi a venire.
Quanto all’identità… io credo nell’anima, e credo nella reincarnazione. L’identità è un gioco di ruolo che cambia nel tempo, e a ogni nostro ritorno. In questo tempo, più ancora che in passato, è una sintesi limpida della distanza tra l’essenza dell’individuo e i ruoli che gioca nella società. Una questione letteraria.
Grazie, Gianfranco. È stato piacevole.
Sergio Sozi


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