13 novembre 2009

Nassiria e il suo requiem: violenza, sensualità e vita – di Rodolfo Toè

Mi era già capitato, tre anni fa, di assistere al Requiem di Mozart nella chiesa di Sant’Ignazio, di fronte a Piazza Vittoria. Quello era stato il mio tardivo, primo incontro con la musica classica. E mi aveva sconcertato, nella sua potenza. Così, quando per caso ho visto i manifesti, non ci ho pensato su troppo ed ho deciso di tornarci.

Il Requiem.

Il Requiem di Mozart (il nome esatto sarebbe “Messa di Requiem in re minore K 626”, ma in fondo non serve a niente ricordarlo) mi aveva incuriosito, all’inizio, per via di tutte le leggende che circolano sul suo conto e che lo rendono ancora oggi un’opera incredibilmente affascinante. E per la sua tragicità. Il Requiem, più di altre, è un’opera che serve da memento. E’ il momento in cui un artista, senza alcun tipo di schermo artistico, deve far fronte alla morte. E’ un’immagine a tinte vivissime dell’insensatezza della vita, di ogni sua sfumatura vanificata nella fine. Un orecchio moderno, anche senza capire nulla di musica classica, riuscirà ad apprezzare un requiem perché il compito di un requiem è universale: prendere l’uomo, denudarlo, e lasciarlo inerme di fronte all’immensità dell’esistente che gli resta ignoto. E’ titanismo.

Si potrebbe ascoltare il Requiem di Mozart per tutta la vita, senza desiderare nessun’altra musica. In esso già si può trovare ogni emozione; ed in un certo senso mi viene da pensare che uno dei motivi per cui mi piacque subito fu proprio, paradossalmente, per la sua sensualità. Un po’ come Caravaggio nel suo “Seppellimento di Santa Lucia”. Il Requiem di Mozart è tanto morte quanto amore, è passione terribile, è un’opera che parla della vita meglio di tutte le altre perché la illumina nella sua vera luce, quella della morte senza ritorno.

Nassirya.

Sono rimasto stupito, ieri sera, quando ho capito che il Requiem viene eseguito annualmente come ricordo per i caduti di Nassirya. Sulle prime, lo ammetto, la cosa mi ha lasciato un po’ perplesso. E diffidente. So che l’argomento è delicato, per cui metto subito le carte in tavola e confesso che su di me i grandi richiami patriottici all’Ideale, al Dovere Civico, non hanno mai sortito grande effetto. Tanto più che nel caso in questione la faccenda è oggettivamente un po’ scivolosa. Un discorso è chiamare in causa l’amor di patria quando si difende il proprio paese al fronte, e magari per reagire ad un’aggressione. Un altro discorso è un militare professionista chiamato a svolgere compiti di peace enforcing o peace keeping al fianco di una coalizione straniera, per quelli che in fondo sono stati soltanto dei calcoli di politica estera (nella migliore delle ipotesi).

Però, nonostante questo, l’ho trovato un gesto umano bellissimo. E non è incoerenza. Sono qui per scrivere di un concerto, ma questo mi permette di inserirmi in un dibattito ben più ampio che – mi pare – interessi l’intera comunità cittadina di cui faccio parte. A mio parere, è giusto rendere tributo ai caduti. Ma sia ben chiaro. Non si tratta di patriottismo. Né di fedeltà alla bandiera. Per quanto mi pare che Gorizia e Trieste siano, diciamolo eufemisticamente, abbastanza sensibili da questo punto di vista. Ho già spiegato come la penso sull’argomento. Un militare di professione sa che si gioca la vita, ed un paese che pensa di mandare i propri ragazzi in guerra e poi non sa accettarne la morte ha qualche problema a fare i conti con la realtà. Rispetto i caduti di Nassirya con lo stesso rispetto che porto per i caduti sul lavoro. E non si parla di Ideale.

Il punto è che la morte, e la morte in guerra, e la violenza, sono parte integrante della nostra vita. Ed è giusto che lo teniamo bene a mente. Oggi, nella nostra (comprensibile) sete di sicurezze, ci stiamo allontanando dalla realtà. E la realtà è che la nostra storia, la storia di ognuno, è fatta di sacrifici e momenti di dolore. E’ fatta di sangue e di violenza, oltre che di felicità e gioia. Ed a questo l’essere umano deve dare un senso: fosse anche solo attraverso un Requiem, o una via (una semplice via, vorrei aggiungere). Il rischio di dimenticare non è tanto quello – che si paventa sempre – di ripetere gli errori del passato. La Storia non serve da lezione, ed anzi il più delle volte è cattiva maestra. I monumenti della prima guerra mondiale non hanno evitato la seconda. Il rischio che si corre è più generale, secondo me, ed è la perdita di senso. Se non si tengono ben presenti i morti (ed oggi, in generale, lo si fa sempre meno) si finisce col credere che la nostra sia davvero una “società civile”, che “non fa male a nessuno”, basata sul “rispetto” e la “tolleranza”, e magari con un pizzico di “civile convivenza” che non guasta mai.

E invece no. Giuste o sbagliate che siano, le guerre le facciamo anche oggi. E ne faremo ancora. E anche se non le facessimo, di certo per questo non smetteremmo di uccidere. E saremo sempre e comunque violenti, e sbagliati, e mortali. Nonostante tutti i lifting e le rassicurazioni in senso contrario, e la vita media che si sposta sempre un po’ più in là di giorno in giorno. Ed un requiem è un bel modo di tenerla ben presente, forse il migliore: e non parlo di Nassirya. Parlo della morte. Dipendesse da me, lo farei eseguire molto più spesso ed anche in altre ricorrenze: ci si concentrerebbe, tanto per dire, sul fatto che i nostri giorni sono contati. E sicuramente il nostro buon senso ne guadagnerebbe.

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2 commenti a Nassiria e il suo requiem: violenza, sensualità e vita – di Rodolfo Toè

  1. fluido

    l’anno scorso ero a Vienna per il 2 novembre e stavo visitando la Cattedrale di Santo Stefano. Ad un certo punto verso le 18.00 sono comparsi dietro di me dei cancelli, in chiesa,non capivo cosa stava succedendo e ho visto un po’ di persone che dicevano ai turisti di sloggiare o se volevano rimanere di stare in silenzio e non fare foto. dopo qualche minuto iniziò un canto e mi accorsi che c’era un coro di oltre 200 elementi e l’orchestra nella navata opposta alla mia. iniziava la messa da Requiem di Mozart. è stato un “percorso” fantastico. piccolo aneddoto: all’entrata del cancello interno c’era un usciere e alla domanda di un gruppo di turisti su “au mach is de tichet for de consert?” gli ha risposto in teutonica maniera “this is not a concert, this is a mass”

  2. lànfur

    K 626. Lo hanno catalogato così in memoria dei caduti sul lavoro?

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