21 Ottobre 2009

Di Bussolo (Ikea): “Non possiamo escludere che dei ragazzini siano impiegati nel processo produttivo. Però solo la nostra presenza può cambiare le cose”.

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Valerio di Bussolo è il responsabile relazioni esterne per Ikea Italia. Accetta pazientemente di concedere un’intervista prima di tornare a Milano: “Certo che dovreste chiedere dei collegamenti migliori” dice, inconsapevole del dibattito di questi giorni sul mantenimento dei treni interregionali.
L’intervista si concentra sul rispetto degli impegni etici assunti da Ikea. Va detto, a onor del vero, che di Bussolo sembra difendere sinceramente l’operato del colosso scandinavo. E, a microfoni spenti, confida: “Potrei lavorare per qualche Ong per tutelare l’ambiente o i diritti dei lavoratori. Però preferisco restare in Ikea, perché credo che un’azienda possa fare molto per questi temi”.


In quattro negozi italiani è stato realizzato un impianto di geo-scambio, in modo da ridurne l’impatto ambientale. Sarà anche il caso di Villesse?

No. Ci sarebbe piaciuto, ma le caratteristiche del sottosuolo non lo consentono. Aggiungo che, in generale, abbiamo deciso di lavorare sui prodotti, sui negozi e sull’approvvigionamento energetico per ridurre il nostro impatto ambientale. L’obiettivo del gruppo è quello di ridurre del 25% i consumi del ’05. In Italia, per una volta, siamo più avanti di tutti, essendo già arrivati al 24%. Ikea Italia, poi, è parte di un consorzio valdostano che produce energia idroelettrica.

Secondo il rapporto ambientale di Ikea, l’energia utilizzata dai vostri negozi in Italia proviene per il 91,3% da fonti rinnovabili. E’ un risultato replicabile anche a Villesse?
L’obiettivo è di arrivare al 100%. Il primo anno di sicuro non potremo farcela, perché ci sono degli obblighi con Enel. Però poi ci proveremo. In Sicilia, il primo centro che aprirà avrà i pannelli fotovoltaici sul tetto. Nel lungo periodo, ci si può pensare anche per Villesse.

Da più parti Ikea è accusata di far ricorso a fornitori che non si preoccupano di rispettare i criteri ambientali, come in Cina.
Qui si entra nella questione delle ispezioni. Sottolineo, comunque, che noi abbiamo contribuito al cambio di politica del governo cinese, che si stava “fumando” i suoi terreni fertili, avendo scelto di non praticare l’alternanza delle colture.

La questione più imbarazzante resta quella sociale.
Ci troviamo di fronte a due situazioni distinte: l’India e la Cina. In India, è possibile lanciare dei programmi seri per combattere il lavoro minorile. Vede, il problema è che molte case indiane hanno un telaio. Finché i bambini stanno in casa, come possiamo essere sicuri che la madre, stanca di lavorare, non lo affidi al figlio? Noi intendiamo risolvere il problema alla radice, allontanando i bambini dalle case.

Questa sarebbe la soluzione umana?
Ma solo per svolgere delle attività costruttive: andare a scuola, fare sport e così via. La soluzione ideale sarebbe spostare il lavoro in fabbrica, come stiamo cercando di ottenere. Bisogna poi far capire al governo locale che, nel lungo periodo, un bimbo che lavora al telaio è molto meno produttivo di un ragazzo a cui viene permesso di studiare.

Cosa ci dice della scelta di Ikea di non sottoscrivere una dichiarazione in cui garantisce di non far ricorso al lavoro minorile?
Si tratta di una questione che non conosco bene: mi impegno a contattare la sede centrale per saperne di più. Comunque, ancora una volta, resta un problema di controlli. E’necessario che a svolgerli sia gente del luogo. E ribadisco che, finché la situazione resta quella attuale, nessuno può garantire che dei ragazzini non siano coinvolti nel processo produttivo.

Anche i controlli, però, rischiano di essere piuttosto deboli: solo il 4% delle ispezioni sono state svolte da valutatori esterni a Ikea.
Il numero di visite dei controllori esterni è indipendente dalla nostra volontà: evidentemente le organizzazioni esterne ritengono che siano sufficienti.
Noi abbiamo tre livelli di controlli: quelli dell’ufficio acquisti, quelli della sede e quelli degli esterni. Aggiungiamone pure un quarto, in cui rientra anche la stampa.

Chi paga questi controllori indipendenti? Ikea?
No, l’Unicef( di cui Ikea è contributore, ndr). Ad altre organizzazioni, come Greenpeace e il Wwf, chiediamo invece di stilare dei rapporti per indicare la direzione verso cui dovremmo muoverci. Aggiungo che, se venisse fuori che un’azienda esposta come Ikea sfrutta sistematicamente i propri lavoratori, il contraccolpo rischierebbe di essere enorme.

La Nike e la Coca-Cola, in realtà, continuano a prosperare nonostante gli scandali del passato.
Non conosco la loro situazione. Ad ogni modo, credo che subiremmo una flessione notevole. Io stesso sono andato tre volte in India per cercare di monitorare la situazione. Poi, per carità, magari quando me ne vado riprendono a fare chissà cosa. Però almeno proviamo a combattere

Ma allora, se la dimensione etica è così importante per Ikea, perché continuate a investire in India?
E’una questione d’opinioni, su questo siamo d’accordo. Però credo che un’azienda come la nostra possa incidere molto su una realtà del genere. In ballo ci sono 200.000 posti di lavoro. Penso che ci ascolterebbero, se minacciassimo di partire. Certo, il problema è che abbiamo bisogno di prezzi bassi, e questo può spingere a intraprendere scorciatoie da condannare. Ed è vero che siamo là anche perché gli indiani hanno delle tecniche produttive uniche. Ricordo, comunque, che l’India incide solo per il 3-4% sul totale della nostra produzione.

Non crede che etica e profitto siano difficilmente conciliabili?
Anche qui, è una questione di punti di vista. Ricordo che noi non delocalizziamo, se non in percentuali minime: il 70% della nostra produzione proviene dall’Europa occidentale. E se i nostri fornitori occidentali subappaltano il lavoro a qualche azienda- per esempio- dell’Europa orientale, richiediamo tutte le certificazioni del caso, in modo da poter effettuare dei controlli.

Quanto pesa la Cina nella vostra produzione?
Il 20% ed è in regresso: l’ anno scorso era al 21.

Un’altra accusa che viene mossa a Ikea è di non prevedere nel proprio codice di condotta un salario dignitoso, ma solo quello minimo garantito per legge.
Noi garantiamo il salario sindacale. In Italia abbiamo dei rapporti direi molto buoni coi sindacati, specialmente con quelli confederali. Abbiamo concluso il contratto reintegrativo senza un giorno di sciopero.

16102009053 Coi sindacati di base, però, non si direbbe: i Cub denunciano che Ikea è una delle aziende meno rispettose dei diritti dei lavoratori. Addirittura, accusano, un semplice raffreddore allergico sarebbe sufficiente per vedersi dichiarare inabili al lavoro, e venire quindi sospesi in una sorta di limbo, in cui non si è né licenziati, né retribuiti.
Anche in questo caso, prometto di informarmi prima di darvi una risposta, perché è un’accusa che mi giunge nuova.

Tornando al salario sindacale: è ovvio che nei paesi in cui la rappresentanza sindacale non esiste o è ridicola, come in Cina, spesso e volentieri questo salario corrisponderà a uno stipendio da fame.
Bisognerebbe avere i numeri sotto mano. E’ vero però che in Cina l’anno scorso hanno promulgato una sorta di nuovo statuto dei lavoratori, per cui il costo del lavoro è incrementato.

Considerando soprattutto il regime politico, non crede che sia difficile aspettarsi dei progressi significativi per la tutela dei lavoratori in Cina? Il fatto di rimanere lì non è una contraddizione per un’azienda come la vostra, che punta così tanto su un’immagine etica?
Se ne può discutere. Resto dell’idea che andarsene non è la soluzione, perché solo con la propria presenza si può incidere. Poi, certo, il contesto politico è molto diverso rispetto all’India. Bisogna agire di concerto con le altre aziende.
Ricordo anche che noi abbiamo già lasciato le Filippine, quando ci siamo resi conto che contrastare il lavoro minorile era impossibile. E che in paesi come la Birmania non abbiamo proprio messo piede.

+++ LO SPECIALE DI BORA.LA SU IKEA A VILLESSE:

Le foto in anteprima dell’Ikea di Villesse
Il racconto del nuovo negozio, visitato in anteprima da Bora.La
Mercoledì 21 ottobre: si apre
Tutti i numeri di Ikea in Italia e nel mondo
– I lavoratori di Ikea Villesse senza stipendio: 1) la denuncia; 2) il caso risolto
Il sito ufficiale di Ikea Villesse in italiano e sloveno

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2 commenti a Di Bussolo (Ikea): “Non possiamo escludere che dei ragazzini siano impiegati nel processo produttivo. Però solo la nostra presenza può cambiare le cose”.

  1. Avatar Mahurin

    Gent.mo Signor Luchetta desidero innanzitutto ringraziarLa per l’ onestà intellettuale e la
    serietà con cui conduce il Suo lavoro di giornalista, cosa che avevo già avuto modo di
    apprezzare nel precedente articolo che lei aveva dedicato ad Ikea ed ai “controsensi” che animano il suo universo valoriale. Vedendo il servilismo e la piaggeria che animano moltissimi suoi colleghi sull’ argomento Ikea, atteggiamenti che ritengo per lo più prezzolati e nel restante dei casi legati a scarsa voglia di lavorare e documentarsi seriamente, non può che confortarmi constatare che vi sia ancora qualche giornalista che intenda il suo lavoro come tale, e cioè da “cane da guardia della democrazia”, e non viceversa da addetto alle pubbliche relazioni della suddetta azienda. Venendo poi alle risposte del Sig. Di Bussolo credo che da esse traspaia in modo assai chiaro qual’è la politica della comunicazione di questa multinazionale. Come già hanno fatto notare i tre giornalisti belgi Olivier Bailly, Denis Lambert e Jean-Marc Caudron nel bellissimo libro “Cosa nasconde il mito della casa che piace a tutti” e negli articoli che hanno scritto per le “Monde Diplomatique” il problema sta nel fatto che Ikea continua a declamare, a fini puramente di immagine e di marketing, un insieme di valori e di idealità che poi si guarda bene dal rispettare e/o applicare sopratutto quando ciò gli costerebbe ridurre di qualche punto la pazzesca percentuale di utili che produce ed esporta nei conti del padre-padrone Kamprad appositamente allocati nei principali paradisi fiscali. Quando poi viene beccata “con le mani nella marmellata”
    da un interlocutore che non è disponibile a farle sconti come Lei, divaga e prende tempo
    oppure ammette l’ esistenza del problema ma ne adduce ad altri la responsabilità di averlo causato e si lancia in giustificazioni di impotenza quasi fosse un negozietto di paese e non una multinazionale che fattura 23 miliardi di euro l’ anno, e così via. Ne sono esempi, in questa intervista, le risposte assolutamente surreali sui temi del rispetto dell’ ambiente e della dignità dell’ individuo sui quali il nostro farfuglia una serie di “non so…, non conosco…, mi informerò…, quasi che lavorasse per un’ altra azienda. Credo, però che il massimo dell’ipocrisia lo raggiunga quando dichiara sfacciatamente “Potrei lavorare per qualche Ong per tutelare l’ambiente o i diritti dei lavoratori, però preferisco restare in Ikea, perché credo che un’azienda possa fare molto per questi temi”. Ebbene ritengo che il
    vero motivo per cui il Sig. Di Bussolo non lavora per una seria Ong, cioè una di quelle che non ricevono grasse contribuzioni da Ikea per costruirle una facciata di falsa
    rispettabilità, è che queste, vista la sua morale ed etica personale, non lo vorrebbero mai. E sopratutto non potrebbe riceverne il consistentissimo stipendio che riceve da Ikea per farsi complice di queste miserabili manipolazioni della verità. Cerchi, quindi, di essere un pò più rispettoso dell’ intelligenza di chi lo ascolta e la smetta di credere come diceva Goebbels, ministro della propaganda del III Reich, che “basta ripetere una menzogna 10, 100, 1000 volte perchè essa si trasformi in una verità”. Saluti

  2. Avatar Andrea Luchetta

    Caro Mauhrin,

    la ringrazio per i complimenti (decisamente troppi)e aggiungo che mi fa piacere leggere un commento che vada al di là del fasciatoio nei bagni.

    A “sostegno” del signor Di Bussolo, vorrei citare 3 elementi:

    – La mia impressione personale, per quel poco che può valere: Di Bussolo mi è sembrato sinceramente convinto delle opinioni che sosteneva, a cominciare dal fatto che solo restando in certi paesi si può incidere, mentre partendo si perde ogni strumento di pressione

    – Anch’io penso che un’azienda possa fare molto di più di ong & C. Governa la pecunia e, a differenza delle ong, ha in mano un potere reale.

    – Sui silenzi, non credo che nemmeno dal responsabile relazioni esterne di Ikea Italia si possa pretendere l’onniscenza, soprattutto per questioni che- almeno in parte- esulano dalle sue competenze più strette.
    E’ vero però che su diverse questioni delicate Di Bussolo ha preferito prendere tempo. Ora, ripeto, a me era sembrato onesto. Magari era semplice strategia.
    Ad ogni modo, gli ho segnalato Bora.la per dargli l’occasione di replicare e adesso cercherò di contattarlo per mail per sollecitare alcune risposte.

    Detto questo, a mio modo di vedere il problema non è l’onestà intellettuale di Ikea e dei suoi dirigenti, quanto il presupposto da cui partono. Non penso che l’ad di Ikea sia necessariamente un sadico o chissà che, e probabilmente è il primo a credere alla campagna etica lanciata dalla sua impresa. Il problema, credo, è che etica e profitto difficilmente si conciliano, soprattutto in un’azienda di queste dimensioni. E forse convincersi del contrario è bipensiero alla 1984.

    Dei progressi è possibile comunque farli, anche in questa condizione “grigia”. Pensiamo al discorso sui salari sindacali e all’ipocrisia che comporta in paesi come la Cina, in cui parlare di sindacati fa ridere.
    Se Ikea decidesse unilateralmente di aumentare il salario dei propri dipendenti là, potrebbe incidere veramente sulla realtà locale, innescando un circolo potenzialmente virtuoso.

    Ora, penso che questo sia un buon termometro per misurare la coerenza di Ikea sugli impegni assunti: si tratterebe di una concessione all’etica a discapito del profitto. Lo stesso discorso potrebbe valere per la malattia pagata ecc. ecc. Temo che certi diritti, tanto più in un contesto politico come quello cinese, difficilmente si propagheranno autonomamante.

    Senza dimostrazioni simili, resterebbe difficile disspiare l’ambiguità di un’azienda che si dice attenta a certi temi e, nel frattempo, sceglie di restare in mercati in cui i lavoratori sono sistematicamente sfruttati, godendo dei vantaggi economici di questa condizione.

    Grazie ancora. Saluti

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