5 ottobre 2009

Scontri a Siroki Brijeg: un morto. Bosnia, rieccoci?

Althea

E’notizia di ieri sera che un tifoso del Sarajevo, città ormai quasi completamente musulmana, è morto in seguito a durissimi scontri con la polizia di Siroki Brijeg, centro omogeneamente croato non distante da Mostar. Altre ventidue persone, fra cui dodici poliziotti, sono rimaste ferite.

La situazione in Bosnia non è proprio delle più allegre. Non da ieri, certo, ma il cauto ottimismo dei primi anni 2000 ha lasciato spazio a una crisi costituzionale potenzialmente devastante che, dal 2006 a oggi, ha alimentato nuovi timori per una possibile recrudescenza delle violenze interetniche.

La storia, ovviamente, è lunga e complessa. Per farla breve: gli accordi di Dayton hanno creato un equilibrio a dir poco precario, buono per bloccare i combattimenti, tirare a campare qualche anno e nulla più. Un salvagente sforacchiato, tanto necessario quanto insidioso e inaffidabile.
In estrema sintesi, Dayton ha finito per riflettere la situazione ambigua del novembre 1995, quando venne posta fine alle ostilità senza che alcuna delle parti fosse veramente riuscita a prevalere. Da qui, la necessità di una pacificazione che non scontentasse nessuno, per evitare che i colloqui naufragassero nel giro di mezz’ora.
Il risultato sono stati degli accordi che, da un lato, insistevano sul carattere unitario del paese e, dall’altro, lo dividevano in due entità ben distinte e dotate di forte autonomia, la Republika Srpska e la Federazione croato-musulmana, mai veramente integrate.

Nel 2005, Dayton aveva ormai dato prova di tutta la sua debolezza, pur continuando a regolare la vita del paese. I timidi progressi della Bosnia d’inizio millennio avevano spinto tanto la comunità internazionale quanto molti dei politici locali a puntare sull’integrazione europea. E Bruxelles, com’era prevedibile, non ha fatto sconti.
Dopo un anno di tira e molla, i negoziatori riuscirono a concordare un pacchetto di riforme timidissime, qualcosa di poco più profondo di un maquillage superficiale. Un risultato comunque sorprendente. Poteva perfino essere un inizio.

Peccato che le elezioni presidenziali del 2006 abbiano premiato uno dei pochi politici che s’erano opposti al cosiddetto “Pacchetto d’Aprile”, il bosgnacco (o musulmano che dir si voglia) Haris Siljadzic. Un personaggio curioso, un poeta prestato alla politica capace del più becero populismo. Siljadzic ha fatto presto a diventare l’eroe dei Musulmani, nonostante un passato non proprio limpido: mentre gli altri partiti si arrabattavano intorno a un gioco d’equilibri fragilissimo, il poeta se ne andava in giro a menar colpi con la mannaia, chiedendo l’abolizione della Republika Srpska e un forte rafforzamento del potere centrale. Obiettivi pure comprensibili, sotto una certa prospettiva. Ma col difetto d’essere irrealizzabili, se non a prezzo di un nuovo conflitto.

Nel frattempo, Mirolad Dodik, l’astro nascente della politica serbo-bosniaca sospettato d’aver fondato la sua ricchezza sui traffici di guerra, riusciva con successo a colmare il vuoto lasciato da Karadzic e soci, spostando il partito socialdemocratico di cui era segretario su posizioni profondamente nazionaliste. Alle minacce di Siljadzic rispondeva promettendo un referendum per il passaggio della Republika Srpska sotto la sovranità di Belgrado.
A complicare ulteriormente il quadro, l’Unione Democratica Croata di Bosnia-Erzegovina continuava ad elaborare strategie per la divisione della Federazione musulmano-croata in due entità etnicamente pure.

La politica bosniaca è pressoché paralizzata da quei mesi del 2006. Quasi tutti i principali partiti hanno abbandonato la via del dialogo, per tornare a rivendicazioni meramente oppositive. Fino al gennaio 2009, però, si poteva fare almeno in parte affidamento sulla comunità internazionale. Pasticciona, interessata, superficiale, irritante. Ma presente e armata, oltre che condotta dall’autorità suprema dell’Alto Rappresentate, una sorta di ras dotato di ampissimi poteri.
Peccato che il penultimo Alto Rappresentante, lo slovacco Miroslav Lajcak, abbia rassegnato le dimissioni alla fine di gennaio senza alcun preavviso. Perché? Per un’ “offerta molto diretta”, ha spiegato. Gli hanno proposto di diventare Ministro degli esteri del suo paese, e lui ha accettato al volo, senza nemmeno attendere la nomina di un successore. Sì, ok, Sarajevo è un ginepraio. Parigi val bene una messa. E Bratislava una guerra civile?

Sarebbe il caso di fargliela, questa domanda, se le cose andassero a finire male. I nazionalisti non si sono fatti pregare due volte, prima di sfruttare il vuoto di potere creato da Miroslav l’Irriducibile.
Quattro giorni dopo l’annuncio dell’ex Alto Rappresentante, i tre principali partiti etnici si sono ritrovati a Banja Luka, per discutere un nuovo assetto territoriale del paese. Hanno replicato un mese dopo a Mostar, ma questa volta Dodik se n’è andato sbattendo la porta. Per dire, già dopo Banja Luka ogni partito forniva una versione diversa dei contenuti dei colloqui. Com’è possibile sperare che siano proprio loro, quelli che hanno ridotto la Bosnia in questo stato pietoso, a risolvere magicamente lo stallo? Utopia.
Di sicuro c’è che il passaggio dai Karadzic ai Dodik, dai nazionalisti di prima a quelli di seconda generazione, non sembra promettere nulla di buono. Piaccia o meno, i padroni del paese rimangono loro.

Per rendersi conto della gravità della situazione, basta pensare a Mostar, designata come capitale di una delle quattro regioni immaginate a Banja Luka. Mostar si trova sul confine fra l’Erzegovina occidentale, croata, e quella orientale, serba. Con un unico problema: ci vivono all’incirca anche 50.000 musulmani, poco più del 40% della popolazione locale. La città è paralizzata dalle elezioni dello scorso ottobre, visto che i consiglieri bosgnacchi e croati non riescono a mettersi d’accordo sulla nazionalità del nuovo sindaco. Inutile dire che prima ancora dell’orgoglio etnico, c’è in ballo il denaro: il potere di cui disporrebbe il nuovo sindaco sarebbe infatti necessario per la prosperità sia dell’oligarchia croata che di quella musulmana. Finora tendevano a spartirselo, ma qualcosa è cambiato.

La situazione balcanica, tanto per cambiare, non è delle più confortanti. Lo sgarbo del Kosovo è cosa di un anno fa. La Republika Srpska potrebbe essere il teatro di una facile vendetta. E, del resto, cosa potrebbero obiettare gli Stati Uniti, dopo aver sostenuto l’indipendenza di Pristina? E Bruxelles?
L’Unione Europea stenta ad affermarsi nella regione. Della Bosnia s’è detto, la Serbia resta lontana mille miglia. E la Croazia è sempre là, fra color che son sospesi. L’ex primo ministro Sanader, per di più, prima di dimettersi ha brigato non poco nel tentativo di favorire la riunificazione dei due principali partiti croati di Bosnia. Era dai tempi di Tudjman che Zagabria non s’immischiava così pesantemente negli affari di Sarajevo.

Dopo mesi di tentennamenti, la comunità internazionale ha trovato un nuovo Alto Rappresentante. Facile che sia l’ultimo. Secondo diverse previsioni, le truppe dell’ALTHEA e tutto il resto dell’ambaradàn internazionale lasceranno il paese fra non molto. In che condizioni, è possibile immaginarlo.
Per quanto criticabile sia stato il suo operato, la comunità internazionale ha impedito che la gente riprendesse a spararsi, sobillata da etnocrazie che hanno trovato nel conflitto la propria fonte di legittimazione.
E ora? Secondo Balkan Inisight, gruppi di veterani e circoli di caccia hanno preso a riarmarsi. A inizio anno, dei sondaggi hanno evidenziato che una parte consistente dell’opinione pubblica bosniaca considera una nuova guerra un’eventualità possibile. Le forze internazionali hanno ridimensionato il rischio, e finora hanno avuto ragione. Ma quando se ne saranno andate? E quali saranno gli effetti della crisi economica? Nell’ ex Jugoslavia, in fin dei conti, il nazionalismo ha rappresentato una valvola di sfogo privilegiata per le tensioni sociali, sin dai tempi della crisi economico-politica degli Anni ‘80.

La situazione resta sospesa, nelle mani di chi l’ha portata a incancrenirsi a tal punto. La speranza più grande, oltre a un risveglio di Bruxelles la Bella Addormentata, è che le etnocrazie non giudichino conveniente un’escalation. Che Dodik, per dire, preferisca una realtà ibrida come quella attuale, piuttosto che finire sotto l’autorità di Belgrado, capace di ridimensionare il suo potere. La visita di Joe Biden al parlamento di Sarajevo, a maggio, può far sperare che a Washington almeno si ricordino di dove sta la Bosnia sulla cartina. Non granché, insomma. Ma, forse, si sta meglio adesso che si sta peggio.

Biden bosnia

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2 commenti a Scontri a Siroki Brijeg: un morto. Bosnia, rieccoci?

  1. effebi

    niente ma niente bene, il punto è che anche se ci fosse un intermediatore serio e credibile non credo che si riuscirebbe a trovare una soluzione. tropo casin.

  2. Il segnale in sè è pessimo, d’altra parte speriamo di non trovarci a un punto di partenza come nella partita «Stella Rossa» di Belgrado e «Dinamo» di Zagabria all’inizio degli anni 90.

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