15 Maggio 2009

Susanna Agnelli e Mostar

La premessa doverosa è che quello di cui sto per scrivere è l’unico episodio che conosco della vita di Susanna Agnelli. Mi sembra però giusto ricordarlo, prima che si spargano le prevedibili tonnellate di melassa bipartisan che di solito accompagnano la dipartita di qualunque membro della dinastia torinese.

Nel febbraio del ’96, Susanna Agnelli era Ministro degli esteri del governo Dini, che all’epoca deteneva la Presidenza di turno dell’Unione Europea.
Mostar, all’epoca, era uscita da quasi due anni dalle due guerre che si erano combattute fra le sue case tra l’aprile del ’92 e il marzo del ‘94. Il risultato delle ostilità era una città stravolta, devastata dai 100.000 colpi di mortaio sparati in 23 mesi. Inutile sottolineare che il centro cosmopolita del 1991, quello che presentava il più alto tasso di matrimoni misti di tutta la Jugoslavia, era sparito. La comunità serba aveva abbandonato la città sin dal giugno1992, mentre Bosgnacchi e Croati s’erano divisi le due sponde della Neretva, ricalcando la vecchia linea del fronte: Musulmani a Est, Croati a Ovest, e se un uomo in età arruolabile osava azzardarsi a superare la Neretva, gli sparavano.

A due anni dalla pacificazione made in Washington, la situazione restava più tesa che mai. Provocazioni, pestaggi, autobombe e colpi di mortaio scandivano il passare del tempo. Intanto, i due principali partiti nazionalisti (SDA, musulmano, e HDZ-BiH, croato) cementificavano il proprio controllo sulle due comunità.
L’Unione Europea aveva assunto l’amministrazione della città in mezzo a questo bel clima, con l’obiettivo di favorirne la riunificazione. Il capo dell’EUAM (European Union’s Administration of Mostar) era Hans Koschnick, vecchio sindaco social-democratico di Brema. Pochi giorni dopo il suo arrivo, Koschnick era stato accolto da un razzo anti-carro lanciato da Mostar ovest, che non l’aveva ucciso solo perché il neo arrivato si era trattenuto al bar con alcuni amici.

Durante i primi mesi della missione, l’EUAM aveva elaborato lo Statuto provvisorio della città, che prevedeva la suddivisione del capoluogo erzegovese in sei municipalità ed una “Zona centrale”. La Zona centrale altro non era che una fascia di territorio destinata a essere amministrata congiuntamente da Croati e Musulmani, come sorta di laboratorio per l’auspicata riunificazione della città. Apriti cielo.
Le trattative sulla sua estensione si protrassero per mesi, bloccando la promulgazione dell’intero statuto. Il 7 febbraio, coerentemente coi propri poteri, Koschnick ruppe l’impasse, imponendo una soluzione di compromesso fra le pretese dei Bosgnacchi, che volevano la Zona centrale il più estesa possibile, e quelle dei Croati, che miravano a svuotarla di ogni significato.
Nel giro di pochi minuti, Brajkovic, sindaco di Mostar ovest nonché oligarca di più che dubbia fama, parlò alla radio croata, convocando una manifestazione di fronte alla sede dell’EUAM. Centinaia di Croati risposero all’appello, circondando il vecchio Hotel Ero. Koschnick si trovava nella sua macchina, che venne presa d’assalto. Per più di un’ora, i manifestanti cercarono di rovesciarla, al grido di “bisogna appenderlo!” e altre amenità del genere, mentre diversi proiettili ne perforarono la carrozzeria. In mezzo a tutto questo, né la polizia di Mostar ovest, né le sue autorità politiche mossero un dito.

E finalmente entrò in scena Susanna Agnelli. Volò a Zagabria per parlare con Tudjman, che tutti sapevano essere il vero manovratore delle marionette di Mostar ovest. Terminato l’incontro, dichiarò: “Beh, in fondo anche i Croati hanno le loro ragioni”. E sì che avevano appena provato ad ammazzare un suo sottoposto per la seconda volta in sette mesi.

Dopodiché organizzò un meeting d’urgenza, che si tenne a Roma il 18 febbraio. Koschnick, com’è comprensibile, aveva chiesto che Brajkovic venisse allontanato dalle sue funzioni. E invece la Farnesina lo invitò al vertice. Che, ça va sans dire, si concluse con l’accoglimento delle rivendicazioni croate. La Zona centrale che uscì da Roma era così piccola che rischiava di naufragare nella Neretva.
Poi, ovviamente, la condanna formale degli episodi del 7 febbraio fu durissima. Peccato solo che, come ha scritto l’International Crisis Group, i risultati del meeting dimostrarono che l’UE era “disposta a cedere se minacciata con violenza”. Roma rappresentò un colpo fatale alla credibilità dell’EUAM, nonché una svolta cruciale nella storia di Mostar. Dopo pochi giorni, Koschnick ne prese atto e si dimise. Persino la Corte dei Conti Europea, pur nel contesto di valutazioni di più ampio respiro, trovò nella mancanza di supporto politico una delle principali motivazioni del fallimento dell’EUAM.

Poi, certo, Agnelli non era sola e l’HDZ sembrava tutt’altro che disposta a cedere. Facile che, se l’UE avesse tenuto duro, gli scontri si sarebbero intensificati.
Resta però che l’Unione Europea fornì in quell’occasione una prova che definire vergognosa significa essere indulgenti. Passi pure il cinismo, ma è difficile comprendere l’auto-lesionismo. Il vertice di Roma costituì l’incentivo più forte che si potesse fornire ai nazionalisti, che continuarono a spadroneggiare non solo a Mostar, ma anche nel resto del paese. Tanto ormai era chiaro che tutto sarebbe rimasto impunito.

A distanza di 13 anni, nonostante una riunificazione amministrativa imposta per decreto dall’Alto Rappresentante nel 2004, Mostar rimane rigidamente separata. La Berlino dei Balcani, ha scritto qualcuno. Apartheid alla bosniaca, secondo qualcun altro.
A marzo, esasperati dal conflitto fra SDA e HDZ che ha portato alla paralisi della città, alcuni mostarini hanno proposto di far sindaco un asino. L’economia è lottizzata su base etnica, controllata dai boss che hanno beneficiato delle privatizzazioni del dopo-guerra. Crimine e corruzione imperano un po’ovunque. E il nuovo Vecchio Ponte, abbagliante, in fin dei conti congiunge due parti della città sempre controllate dai Musulmani; altro che legame fra Oriente e Occidente, al massimo è uno specchietto per i turisti.
Difficile non vedere nel vertice di Roma diretto da Susanna Agnelli una tappa fondamentale di questo percorso.

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